Che vuoi che sia

  • Anno: 2016
  • Durata: 105'
  • Distribuzione: Warner Bros Italia
  • Genere: Commedia
  • Nazionalita: Italia
  • Regia: Edoardo Leo
  • Data di uscita: 09-November-2016

Sinossi: Claudio e Anna continuano a rimandare il progetto di un figlio nell’attesa che la loro situazione economica migliori. Le loro speranze future sono riposte in una piattaforma web ideata da Claudio, ma il crowdfunding lanciato per svilupparla non dà i risultati auspicati. Una sera, ad una festa, complici la delusione e un bel po’ di alcol, Claudio registra un video che posta per scherzo.  Poiché sul web alla fine quasi tutti si riducono a guardare scene di sesso invece di rendersi conto del valore sociale della sua idea, Claudio lancia una sfida al “popolo di Internet”: fare un’offerta per un video hard, girato con Anna nella loro camera da letto, da mettere online. Tanto è questo che si cerca su Internet, no? La provocazione, però, viene presa sul serio e, mentre la loro celebrità aumenta, le donazioni raggiungono una cifra incredibile. E pian piano un dubbio inizia a farsi strada: è davvero così sbagliato svendere la propria intimità per potersi finalmente permettere di realizzare i propri sogni?

Recensione: Alla fine, come spesso accade, le sorprese migliori arrivano da dove meno te lo aspettavi. È così che Edoardo Leo, al suo quarto film da regista, riesca a centrare proprio i due obiettivi che la stragrande maggioranza del cinema italiano (non per forza solo di intrattenimento), negli ultimi anni, ha mancato con puntualità quasi sistematica.

Il primo ha evidentemente a che fare con il riappropriarsi dei principali codici linguistici di una tradizione – quella della commedia all’italiana – con cui spesso ci si sciacqua la bocca nel tentativo di colmare la vacuità di certe scialbe commediole nostrane. Troppe volte si confonde infatti la cattiveria dei vari Risi, Scola e Monicelli con l’odierna abitudine di prendere alcune delle caratteristiche tipiche dell’italianità (spesso quelle più becere) e imbastirci attorno giusto qualche battuta bonaria. Il vero valore aggiunto di quel filone aureo del nostro cinema era invece nella sua capacità di far male. In altre parole lo spettatore si riconosceva nei vizi che vedeva rappresentati sullo schermo ma non si limitava a riderne, perché a prevalere era un sentimento di velato disagio nei confronti di uno specchio deformante che rifletteva i suoi peggiori difetti amplificandone proprio i lati più grotteschi. E il fatto che quei film fossero anche divertenti rappresentava semmai un’aggravante a questo disagio perché, in quel riso, non sussistevano i termini di un’assoluzione bensì di una condanna.

Ecco, in Che vuoi che sia sono presenti tracce di quello stesso disagio, di fronte alla scelta di una coppia di giovani precari di provare a dare un prezzo alla propria intimità. Per capire lo scarto tra questo film e la media a cui siamo abituati basta pensare a come, solo qualche anno fa, Fausto Brizzi abbia costruito su tematiche tutto sommato simili il suo Com’è bello far l’amore, concentrandosi però sui lati più pruriginosi e banali del cammino di una coppia media verso la perdita di certe inibizioni borghesi. Leo invece bypassa lo humour di grana più grossa per riportare il dibattito all’interno della coppia, domandandosi (e soprattutto domandando al pubblico) quanto di noi vada perso quando ci si espone in maniera eccessiva verso l’esterno. Ovvio che un discorso del genere non possa prescindere dal toccare il tema dei social network che, per fortuna, non vengono affatto demonizzati con la leggerezza che pure ci si aspetterebbe da un film dalle chiare finalità ludiche.

C’è poi il secondo dei bersagli colpiti in pieno da Edoardo Leo con il suo bel film; quello forse sulla carta più difficile, ovvero trovare finalmente un modo per parlare di lavoro precario e disoccupazione in Italia senza per forza scadere nella demagogia. Gli esempi di 7 minuti di Placido e dell’imminente Solo, cuore, amore di Vicari per forza di cose pongono l’attenzione su come il cinema italiano, quando si tratta di affrontare queste tematiche, si ritrovi ad annaspare nelle acque della retorica o, peggio, del vittimismo patologico. Leo invece, bontà sua, ci riesce, e lo fa con mano leggera e una regia elegante, per nulla incline allo stereotipo che vuole che una commedia debba reggersi per forza sullo script, senza potere anche essere girata bene.

Completano il quadro un coro greco di comprimari intenti ad osservare il calvario dei protagonisti dai lati opposti dello spettro morale, dividendosi tra l’accettazione forzatamente entusiastica di un esilarante Rocco Papaleo e il secco rifiuto aprioristico di Massimo Wertmuller. Molta carne al fuoco insomma per un film che, quasi senza volerlo, si candida al ruolo di miglior commedia (all’) italiana dell’anno.

Fabio Giusti

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