C’è una pigrizia narrativa che da decenni accompagna il racconto degli orsi polari: l’animale-bandiera del cambiamento climatico, l’icona stampata sulle copertine, il simbolo cui basta una zampa sul ghiaccio sottile per innescare empatia globale. Trade Secret (2025), diretto da Abraham Joffe – mentre produttore esecutivo è il premio Oscar Adam McKay (The Big Short) – prova a smontare questa retorica con una sola intuizione: il riscaldamento globale, da solo, non racconta tutta la storia.
Presentato in anteprima italiana al Riviera International Film Festival di Sestri Levante, in concorso nella sezione documentari, il film firma il debutto al lungometraggio del cineasta australiano, già firma di Tales by Light, Our Oceans e Ghosts of the Arctic.
Trade Secret: sei anni, nove Paesi, un’inchiesta
Il dato di partenza è quello che ci si aspetta da un nature doc: l’Artico si riscalda a una velocità doppia rispetto al resto del pianeta. E i circa ventimila orsi polari ancora esistenti si trovano a un punto di non ritorno molto più vicino di quanto i media raccontino. Ma è ciò che accade intorno al cambiamento climatico a innescare l’indagine. Per sei anni, in nove Paesi, Trade Secret segue tre alleati improbabili: attivisti, scienziati, infiltrati, impegnati a smascherare la rete commerciale legale e illegale della pelle dell’orso polare. Il trio lavora di volta in volta a viso scoperto e con telecamere nascoste. E porta lo spettatore a Pechino nel 2019, dove il commercio di pellicce di orso polare prospera ancora alla luce del sole, in retrobottega, dove un capo costa decine di migliaia di euro e dove non si può né fotografare né filmare. Per chi prova a proteggere la specie, il punto di non ritorno è già qui.
I cacciatori di Groenlandia, i mercanti di Pechino
Trade Secret non confonde i piani. Le sequenze in Groenlandia, dove la caccia all’orso polare è praticata dal 6000 a.C. come gesto di necessità, appartengono a un registro primitivo e rituale. La pelle appesa nella prima notte con la testa rivolta a nord, le immagini crude della battuta, il rapporto fra cacciatore e preda non vengono mai messi sullo stesso piano della pelliccia di lusso. Joffe distingue. Il bersaglio dell’inchiesta è altrove: il commercio internazionale, le quote di esportazione, le scappatoie burocratiche, le complicità istituzionali. Il fulcro, da questo punto di vista, è il voto CITES del 2013, quando il Canada, Paese che ospita due terzi della popolazione mondiale di orsi polari e oggi unico esportatore al mondo, respinse la proposta di estendere al Ursus maritimus protezioni più severe. La conferenza di Panama è uno dei momenti più potenti del film, insieme alla scena, agghiacciante, in cui nel retro di un negozio in Norvegia vengono mostrati in faccia gli orsi scuoiati.
Trade Secret: una grammatica dell’inchiesta
Sul piano formale Trade Secret è un documentario stratificato e ricco. Joffe alterna riprese naturalistiche di altissima qualità a interviste, materiali d’archivio, screen recording dei browser durante le indagini online, inquadrature aeree su distese ghiacciate. La fotografia è pulita e l’estetica forte: la bellezza qui non è patinatura, è strumento. La musica, drammatica nei passaggi cardine, accompagna senza forzare. Il film si inscrive nella tradizione delle grandi inchieste cinematografiche di lungo periodo. Non a caso lo stesso Joffe ha citato Hoop Dreams come modello per il long take di sei anni. Da questo film, Trade Secret ne eredita la pazienza, la fiducia che la verità emerga dal materiale a forza di permanenza.
Un documentario che non pone domande, dà risposte
Trade Secret è un documentario che non si nasconde dietro l’ambiguità. Non fa sconti, rischia e prende posizione. La critica alle grandi organizzazioni della conservazione (WWF in testa) è netta, frontale, documentata, e costituisce la rivelazione più scomoda del film. Quelli a cui pensavamo fosse affidata la tutela della specie potrebbero essere parte stessa del problema. Il film non pone domande aperte: solleva un problema chiaro e propone risposte. La sensazione è che, di fronte a un fenomeno come il commercio sanzionato di una specie a rischio, l’ambiguità sarebbe stata una forma di complicità.