Dopo l’anteprima nazionale al Far East Film Festival, Kokuho – Il maestro di kabuki, di Lee Sang il, arriva al cinema dal 30 aprile, distribuito da Tucker film . Il lungometraggio, sceneggiato da Okudera Satoko, è liberamente tratto dal romanzo di Yoshida Shuichi. I protagonisti sono due giovani e talentuosi attori giapponesi, Yoshizawa Ryo e Yokohama Ryusel.
Un’opera monumentale tra bene e male, bellezza e violenza, sulla tradizione teatrale nipponica, che diventa sacrifico e vita.
Kokulo – Il maestro di Kabuki: il fascino del sol levante
Nagasaki, 1964. Il giovane Kikuo, figlio di un boss della yakuza, si fa notare durante un banchetto, esibendosi in un kabuki femminile. Tra gli ospiti lo nota l’attore Kabuki Hanjiro Hanai, che riconosce immediatamente il talento del ragazzo. Dopo la morte del padre di Kikuo, Hanjiro accoglie il ragazzo con sé e si trasferisce con lui a Osaka. Kikuo cresce insieme al figlio di Hanjiro, Shunsuke. Nonostante le loro diverse origini, i due stringono una forte amicizia, mentre vengono formati sotto la guida di Hanjiro. Solo uno di loro, però, diventerà il più grande maestro di kabuki della sua epoca.
Un grande lavoro filologico
Il maestro nipponico Lee Sang il, regista di Yurusarezaru mono, remake de Gli spietati di Clint Eastwood, presentato fuori concorso alla 70esima Mostra di Venezia, ha conquistato il pubblico del suo paese con questa sua nuova fatica cinematografica che ci immerge nella tipica bellezza del sol levante.
Assistendo alla visione del film si ha la sensazione di essere dinnanzi a un’opera che racconta una vicenda, che si estende quasi per mezzo secolo, tratta da fatti storicamente accaduti. In realtà Kokuho – Il maestro di Kabukiha una fonte letteraria, la sua storia è stata partorita dalla fantasia dello scrittore Yoshida Shuichi, di cui Lee Sang il ha già portato sul grande schermo il romanzo Villain.
Nonostante ciò, il sentore realistico del film permane per l’accurata ricerca filologica del regista, che fa suo e approfondisce lo studio dello scrittore sul microcosmo culturale immateriale consolidato in una tradizione secolare. Il frutto di questo puntiglioso lavoro è ben visibile nei costumi del film, che riescono a far coincidere aderenza storica ed esigenze meramente cinematografiche.
Kokuho – Il maestro di Kabuki: la genesi
L’idea nasce 15 anni fa, quando Lee Sang li decide di fare un film sugli onnagata, gli attori maschili che interpretano ruoli femminili. Il regista poi abbandona il progetto, ritenendolo troppo ambizioso, ma quando esce a puntate il romanzo di Yoshida Shichi, si riaccende l’interesse e il tutto prende forma. Il risultato è magnifico, di grande impatto visivo, non certo una novità per il maestro giapponese, che realizza una messa in scena barocca, compagna di viaggio di una narrazione articolata e complessa, come la vita di un uomo, anzi due.
Kikuo e Shunsuke, interpretati rispettivamente da Yoshizawa Ryo e Yokohama Ryusei, sono protagonisti indiscussi del film. Le loro esistenze si sviluppano nel tempo immutabile della tradizione teatrale che, in Giappone conserva intatta la propria natura sacerdotale. Una caratteristica che emerge in maniera potente in Kokuho – Il maestro di kabuki che espone puntualmente tutti quei gesti, tra corporeità e micro – mimica, che rendono unico il teatro giapponese. Un evento che in patria ha perso il suo appeal e che Lee Sang li rivitalizza, evitando di scegliere attori esperti di Kabuki, preferendo interpreti estranei a questa tradizione.
Teatro e non solo
La scelta è stata indovinata, Yoshizawa Ryo e Yokohama Ryusei, già apprezzati dal pubblico nipponico, ora si apprestano a farsi conoscere sulla scena internazionale. I due trovano una perfetta sintonia, una simbiosi perfetta così come sulle tavole del palcoscenico che nella vita. Attraverso loro due l’antica tradizione del Kabuki viene esplorata e glorificata, senza mai risultare un semplice esercizio di erudizione, ma finendo per essere lo specchio metaforico del vissuto dei due protagonisti e delle rispettive famiglie, sospese tra bellezza e violenza.
Il kabuki è teatro, il palcoscenico è vita, sacrificio e amore. L’atto della recitazione esibisce la sacralità della sua anima, il cuore pulsante e allo stesso tempo silenzioso di una fatica che coinvolge corpo e mente, estenuante, potente… vitale. Ma non facciamoci tirare in inganno, con la rivitalizzazione dell’antica forma teatrale e il mostrare il duro lavoro dei suoi attori, Kokuho – Il maestro di kabukinon esaurisce il suo discorso.
Uno stile mistico e polifonico
Nel raccontare l’incontro, la crescita artistica e umana dei due protagonisti, Lee Sang il amplia l’esposizione tematica, inoltrandosi nella gamma ideologica della società del proprio Paese. Il film, su ogni fronte, è imbevuto dello spirito nipponico. Prima di tutto, l’onore, vera e pura ragione di vita per ogni giapponese, che scatena una serie di atti sacrificali su se stessi e i propri cari.
È su questo punto che entra in gioco l’altro microcosmo del film: la yakuza, la criminalità giapponese. Alla pari del kabuki, è anch’esso un universo chiuso, dove regnano la tradizione, i codici tramandati di padre in figli e una rigida educazione. I due mondi si sfiorano e in certi momenti coincidono in un cortocircuito spaziale e temporale, tra amicizia e amore, bellezza e violenza, vita e morte.
Lee Sang il, con questa sua ultima fatica cinematografica, il decimo film della sua filmografia, realizzato in un anno di lavoro, tra riprese e post produzione, dà vita a un progetto davvero mastodontico, il risultato si avvicina al capolavoro, che convince per la sua pura bellezza marmorea, esibendo uno stile mistico e polifonico, tra luci e ombre dell’animo umano, attraverso il teatro: l’arte universale.