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Focus Italia

Sergio Romano vince ai David di Donatello 2026

Un David che sa di consacrazione

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alessandro roia

Alla 71ª edizione dei David di Donatello, il premio come Miglior Attore Protagonista è andato a Sergio Romano per Le città di pianura di Francesco Sossai.

Una vittoria che ha il sapore della consacrazione tardiva ma meritata, quella di un interprete che negli anni ha costruito la propria carriera lontano dal clamore, preferendo la sostanza alla visibilità, l’intensità al virtuosismo. Romano non è mai stato un attore “rumoroso”. E forse è proprio questo che rende il riconoscimento ancora più significativo.

L’emozione di chi non recita fuori dal set

Salito sul palco visibilmente commosso, Romano ha raccontato con sincerità quasi disarmante la vertigine del momento:

“Sembra facile quando lo vedi in televisione, poi quando vieni qui sopra non sai cosa dire.”

Parole semplici, prive di costruzione, che hanno restituito l’immagine di un attore profondamente umano. Nel suo discorso ha ringraziato l’Accademia, i collaboratori, i produttori e tutte le persone che hanno accompagnato il percorso di Le città di pianura, soffermandosi in particolare su Alessandro Roja, definito “il principio di tutto”, e su Pia Lanciotti, salutata con una frase intima e struggente:

“Pia, tutta la mia vita.”

È stato uno dei momenti più autentici della serata, lontano dalla retorica spesso automatica delle premiazioni.

Da volto della fiction a presenza imprescindibile del cinema italiano

Per anni Sergio Romano è stato uno di quei volti riconoscibilissimi della televisione italiana. Lo si ricorda in serie come L’onore e il rispetto 2, Squadra antimafia – Palermo oggi e Che Dio ci aiuti, dove ha affinato una recitazione asciutta, concreta, profondamente radicata nel reale.

Parallelamente, il cinema lo ha accolto in ruoli spesso laterali ma sempre incisivi: da Da zero a dieci di Luciano Ligabue a Il testimone invisibile di Stefano Mordini, fino a Il campione e alla serie Romulus, dove interpretava Amulius.

Romano appartiene a quella categoria di attori che sembrano vivere ai margini dell’inquadratura, ma che finiscono sempre per darle peso e verità.

L’arte di abitare i silenzi

In un’intervista recente, Romano parlava della propria recitazione come di un lavoro sui silenzi, sulle pause, su ciò che un personaggio trattiene invece di esprimere apertamente. È una definizione che si riflette perfettamente nella sua interpretazione in Le città di pianura, film che vive di spazi sospesi, malinconie periferiche e identità irrisolte.

Il suo protagonista porta addosso una stanchezza esistenziale mai ostentata, fatta di sguardi e piccoli cedimenti più che di monologhi esplosivi. Romano riesce nell’impresa rara di rendere il non detto più potente della parola stessa.

“Il nostro Paese ha bisogno di essere raccontato”

Nel finale del discorso, l’attore ha allargato lo sguardo oltre il premio, inserendosi nel clima di riflessione che ha attraversato l’intera cerimonia dei David 2026:

“Sono state dette tante cose, non credo si possa far finta di niente.”

Poi la frase più significativa della serata:

“Il nostro Paese ha bisogno di essere raccontato, di essere visto.”

Non era soltanto un ringraziamento al cinema italiano, ma quasi una dichiarazione di responsabilità artistica. Perché raccontare significa anche osservare davvero, senza filtri, senza scorciatoie.

Una vittoria che parla di un certo cinema italiano

La vittoria di Sergio Romano sembra raccontare anche un desiderio collettivo: quello di tornare a premiare interpretazioni sobrie, profondamente umane, capaci di lasciare un segno senza trasformarsi in esercizio di stile.

In un panorama spesso dominato dalla performance “da premio”, Romano ha fatto qualcosa di molto più difficile: ha convinto senza mai cercare di impressionare. E forse è proprio questo il motivo per cui il suo David appare così giusto.