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‘Bille August’: le sue 6 cine-pizze letterarie

Uno sguardo, critico e ironico, su quel sestetto di pellicole che lo hanno reso noto e al contempo gli hanno arrecato scherno

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L’ultracentenaria Storia del Cinema è lastricata di film che sono stati esageratamente incensati con premi. Riconoscimenti elargiti per questioni politiche, disaccordi tra giurati, abbagli cine-artistici… oppure la selezione era talmente scarsa che è stato premiato il meno peggio. Anche sull’esaltazione di registi elevati ad autori dalla critica, ci sono state molteplice – e conclamate – cantonate.

Tra i numerosi cineasti promossi ad autori c’è Bille August, che per oltre un quinquennio fu ritenuto un grande artista, beneficiando di sostanziosi budget per le trasposizioni di celebri romanzi letterari. Adattamenti certamente curati nella messinscena – anche per merito della professionalità del DOP Jörgen Persson o la scenografa Anna Asp – ma accomunati nell’essere delle cine-pizze narrative. Tediosi film accademici realizzati pensando alle platee internazionali.

Bille August, una carriera frazionabile in tre parti

Le summenzionate cine-pizze sono quei sei lungometraggi che il regista danese ha realizzato tra il 1987 e il 1998. Un decennio (più un anno) che è iniziato con Pelle alla conquista del mondo (Pelle erobreren, 1987) e concluso con I miserabili (Les misérables, 1998). Sei sontuose trasposizioni ripetutamente irrise per la mediocrità dell’adattamento e le palesi velleità di August nel considerarsi un novello David Lean o James Ivory. Per un attimo, finanche scambiato dalla critica per un pregevole discepolo di Ingmar Bergman.

Una decade che per lui è stata contemporaneamente zenit e nadir, poiché ha certamente avuto notorietà internazionale, ma al contempo insulsaggine creativa, rispetto a quanto aveva fatto “acerbamente” nella “prima fase” in Danimarca. Mentre nella “terza fase”, sebbene a tratti rimasta incrostata di quel retorico formalismo lezioso e laccato funzionale per le grandi platee, ha ritrovato una certa modestia narrativa.

Il primo lasso di tempo filmografico va da In my Life (Honning måne, 1978) fino Twist and Shout (Tro, håb og kærlighed, 1984). Quell’esordio nel lungometraggio, ben accolto a suo tempo, contiene in nuce già le specifiche buone – ma anche deleterie – di ciò che farà in itinere. Il film, pseudo-bergmaniano, è un resoconto “radiografico” sulla relazione di una coppia, dall’amore alla separazione.

A seguire una serie di film, televisivi e cinematografici, incentrati sul Bildungsroman, che furono ben accolti da pubblico e critica danese. Verden er så stor, så stor (1980), Maj (1982), Zappa (1983), Buster’s World (Buster verden, 1984) e Twist and Shout sono nitidi ritratti di bambini e/o adolescenti che devono crescere tra le problematiche della comunità che li circonda. Sono storie ambientate nel presente oppure nel recente passato danese, in ambito provinciale, urbano oppure scolastico.

Il cosiddetto “terzo periodo” s’inaugura con il nuovo Millennio e va Da En sång för Martin (2001) a Il conte di Montecristo (The Count of Monte Cristo, 2025), miniserie Tv di co-produzione franco italiana. In questa fase August ha realizzato 13 lungometraggi, due lavori per la televisione e una collaborazione a un film collettivo, di differente resa qualitativa. Però alcuni di essi paiono aver trovato un giusto equilibrio tra raffinatezze cine-letterarie e semplicità di narrazione, come ben attesta Treno di notte per Lisbona (Night Train to Lisbon, 2013), tratto dall’omonimo testo di Pascal Mercier.

Treno di notte per Lisbona

Bille August: 1987-1993, lo zenit

Sono stati proprio quei Coming of Age, imperfetti ma vividi, che gli consentirono di poter realizzare il più ambizioso Pelle alla conquista del mondo. Tratto dall’omonimo romanzo che consta di quattro volumi (Pelle erobreren) di Martin Andersen Nexø, la pellicola di August ha vinto la Palma d’oro al 41º Festival di Cannes e l’Oscar al miglior film in lingua straniera. Ambedue onorificenze prontamente contestate, poiché in ambo le competizioni c’erano opere più meritevoli.

Pelle è un bildungsroman ambientato a inizi del 900, in cui il piccolo protagonista – svedese rimasto orfano di madre e con un padre anziano, smidollato, beone e in un certo qual modo egoista – patisce la dura vita lavorativa in una fattoria e il razzismo danese nei confronti degli stranieri. Un classico percorso di formazione – alla vita – impeccabile nella messinscena ma con un andamento troppo televisivo. Oltre ad essere una pellicola che coglie dal romanzo soltanto quegli aspetti emotivi d’accatto. Questi fattori (perizia tecnica e sentimentalismo), con in aggiunta l’interpretazione – manierata – di Max Von Sydow, sono stati quelli che hanno fatto breccia nelle giurie.

L’opera successiva è Con le migliori intenzioni (Den goda viljan, 1992), trasposizione di un soggetto di Ingmar Bergman, che ritenne August l’unico capace di poterlo realizzare. La storia è incentrata sulla vita dei genitori di Bergman, Henryk e Anna, dal loro primo incontro fino al concepimento del figlio Ingmar. Una saga familiare sulla falsariga di Fanny e Alexander (Fanny och Alexander, 1982), meno spietata e suggestiva, intrisa comunque di tutti i dilemmi morali, psicologici e relazionali bergamaniani.

Della fluviale pellicola esiste anche una versione televisiva di oltre 5 ore, e resta di questo sestetto di cine-pizze l’opera migliore, proprio perché scritta da un autore come Bergman ma la realizzazione di August, che si avvale nuovamente di Jörgen Persson, di attori di grande caratura (Max von Sydow, Anita Björk e Pernilla August) e dei sopraffini dialoghi di Bergman, resta soltanto un formalista calco della cifra stilistica dell’autore svedese. Oltre a non evitare un ritmo televisivo. Ad ogni modo, il film vinse la Palma d’oro al 45º Festival di Cannes, non senza polemiche.

Dopo una breve parentesi come esecutore di due episodi (9 e 10) del serial Le avventure del giovane Indiana Jones (The Young Indiana Jones Chronicles, 1992-1996), Bille August realizza la sua opera più popolare, più internazionale ma al contempo più schernita. La casa degli spiriti (The House of the Spirits, 1993) fu un film aspramente criticato, assolto solo per quanto concerne gli aspetti tecnici.

L’adattamento dell’omonimo Best Seller di Isabelle Allende è una co-produzione sontuosa, che annovera alcune star di pregio del tempo, i fedeli e preziosi collaboratori Persson e Asp e le smaccate musiche di Hans Zimmer. Un cast di ben tre generazioni differenti, che però forniscono interpretazioni da filodrammatica, in cui si salva in parte Meryl Streep, sebbene ricopra finanche inverosimilmente il ruolo della protagonista Clara sin da ventenne.

La casa degli spiriti

Bille August: 1996-1998, il nadir

La casa degli spiriti fu un moderato successo. Realizzata con tutti i crismi per gareggiare – e stravincere – agli Oscar, la pellicola agguantò soltanto qualche premio in festival di seconda fila. Ciò, comunque, permise al cineasta danese di poter realizzare un altro importante e imponente adattamento letterario. Un’altra saga familiare.

Tratto dall’omonimo romanzo del Premio Nobel Selma Lagerlöf, Jerusalem (1996) ha gli stessi pregi e ugual difetti dei precedenti adattamenti. Apprezzabilissima la volontà di portare sullo schermo un’opera della Lagerlöf, ma Jerusalem è una riassuntiva messinscena della ricchezza originaria del testo, che mette in immagini soltanto i momenti più drammatici e/o sentimentali dell’ampia vicenda familiare e storica (l’emigrazione svedese a Gerusalemme).

La pellicola fu un flop, di critica e di pubblico, quindi il passo successivo fu riacquisire credito, realizzando un’altra trasposizione di matrice però più contemporanea. Tratto dall’omonimo Best Seller di Peter Høeg, Il senso di Smilla per la neve (Smilla’s Sense of Snow, 1997), adattato da Ann Birdeman, specialista in thriller, s’incunea in quel fecondo periodo fitto di Legal Movie o thriller politici desunti da romanzi di successo.

Con una superba fotografia dell’usuale Persson, il film di August è soltanto uno scipito thriller. Un film che assomma le usuali componenti del genere ma senza veri sussulti registici. A conferma che anche questo lungometraggio corto – rispetto alle opere precedenti – è una cine-pizza.

Questa gloriosa quanto sfortunata parabola artistica si conclude con I miserabili (Les misérables, 1998). È un’altra sontuosa e internazionale trasposizione di un noto romanzo, in questo caso la celeberrima opera di Victor Hugo. Testo già portato sullo schermo svariate volte, tra cui qualche anno prima da Claude Lelouch. Tra l’altro, con miglior esito. Il libro di Hugo è un perfetto racconto di stampo popolare. In esso predominano i temi dell’ingiustizia, del sacrificio, del cristianesimo. Mentre narrativamente ha un’avvincente componente avventurosa fatta di fughe, travestimenti e duelli.

Come accadde per La casa degli spiriti, anche in questo caso il parterre è composto da alcune delle maggiori star del momento. E come nel precedente film, la loro recitazione è caricata, manierata. Restano le solite eccellenze: fotografia e scenografia. Pertanto I miserabili sugella – e avvalora – il concetto di cine-pizza palesatosi in questa seconda fase della lunga carriera di Bille August. Trasposizioni che non si sollevano da ritmi televisivi e narrazioni velleitarie, però con un bel corredo sceno-fotografico.

I miserabili