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‘Weirdo’: il cinema strambo tra autorialità e goliardia

Un tentativo di approfondimento per comprendere meglio un aggettivo qualificativo usato spesso ma non sempre nella giusta maniera

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Cult, Trash, Kitsch, Camp… sono tutte solerti etichette applicate a determinati film per definirne rapidamente l’allure. A queste si potrebbe aggiungere Weirdo, versione colloquiale dell’aggettivo Weird. Il termine significa strano, strambo o eccentrico ed è un attributo che usualmente si applica a quelle pellicole ritenute stravaganti e si distinguono dal consuetudinario filmico.

Come nel caso di Cult Movie, anche Weirdo è un’etichetta trasversale, ossia apponibile a pellicole di ogni grado qualificativo e di genere, con la differenza però che non è generazionale. È massimamente soggettiva e al modo di Trash è anch’essa sovente un’etichetta “ombrello” in cui sono raccolti film che meritano tutt’altra definizione, più congrua.

Per dare un’utile linea guida si possono recuperare i 5 pilastri costitutivi che Tommaso Labranca, nel libro Andy Warhol era un coatto (1994), tracciò per riconoscere il Trash. Però scartando il terzo e il quinto punto.

  1. Libertà di espressione
  2. Contaminazione
  3. Incongruità
  4. Massimalismo
  5. Emulazione fallita

Suddetti tre principi superstiti sono ideali per etichettare adeguatamente un film come eccentrico, perché il regista lascia andare il proprio estro creativo. Utilizza la contaminazione dei generi, sovente in antinomia, o disparati materiali preesistenti (Found Footage). C’è un evidente estremismo nella messinscena. Pertanto, potrebbero rientrare nel Weirdo anche le opere sperimentali o Underground che, sostanzialmente, tendono a essere bizzarre perché proclive all’arte.

La ultra centenaria Storia del Cinema è ricolma di film eccentrici, realizzati da autori che adorano eccedere nei toni narrativi e/o visivi. Ecco un’istantanea lista di alcuni registi massimalisti che hanno fatto del bizzarro o dell’eccentrico una loro peculiarità artistica: John Waters, Ken Russell, Alejandro Jodorowsky, Andrzej Żuławski, Peter Greenaway, Lars von Trier, David Lynch o David Cronenberg.  Cui aggiungere i nostrani Ciprì e Maresco.

Si potrebbe anche aggiungere, sebbene la stravaganza sia soltanto derivativa di un certo onirismo/psicologismo, Federico Fellini. Ghiribizzi espressivi massimizzati in Satyricon (1969) o ne La città delle donne (1980). O presenti in alcune ormai mitizzate scene di 8 ½ (1963), Roma (1972) o Amarcord (1976).

Ad ogni modo, se il Weirdo lo si cercasse anche in singole sequenze o scene, quasi ogni film contiene almeno una stravaganza autoriale o semplicemente una stramberia goliardica.

Amarcord

 

Il Weirdo nel cinema muto

Già le opere di Georges Méliès sono singolari rispetto all’ancora primitivo cinematografo. Tra ghiribizzi effettistici e bislacche invenzioni narrative Méliès era un estroso prestigiatore delle immagini, che sapeva stupire, incuriosire e divertire ideando mondi bizzarri. Ad esempio Viaggio nella luna (Le Voyage dans la Lune, 1902) è un’estroversa congerie di Sci-Fi e commedia. Oppure L’homme a la tête en cautchouc (1901), un Weirdo film su un uomo (lo stesso regista) che si diverte a gonfiare a dismisura una smaniante testa mozzata (calco di quella dell’uomo, quindi di Méliès) – fino a farla scoppiare.

Più aderenti all’etichetta Entr’acte (1924) di Rene Clair e Un chien andalou (1929) di Luis Buñuel, superbe espressioni cinematografiche di due distinte correnti artistiche quali il dadaismo e il surrealismo. Pellicole che scardinano e rielaborano lo specifico filmico, usualmente lineare, creando delle opere strane – per gli standard tradizionali cinematografici – e libere.

Il cortometraggio Entr’acte, creato come intermezzo visivo per il balletto Relâche di Francis Picabia ed Erik Satie, ben rappresenta questo – voluto – concetto di eccentricità filmica. Tra astrattismo e comicità, ralenti e Stop Motion, il corto di Clair è Weirdo. Come ugualmente lo è quello di Buñuel che, sebbene più cupo nella narrazione, è profondamente intriso di humour.

Un chien andalou, seguendo le regole surrealiste, è un’irriverente e conflittuale storia d’amore tutta assemblata con bizzarre scene surreali apparentemente nonsense. Immagini erotiche e/o subliminali, metonimie e In-jokes corroborano questo cortometraggio che punta allo sberleffo, all’iconoclastia.

Non di meno si possono inserire nell’alveo del Weirdo i lungometraggi Il gabinetto del dottor Caligari (Das Cabinet des Dr. Caligari, 1920) di Robert Wiene e L’uomo con la macchina da presa (Человек с киноаппаратом, Čelovek s kinoapparatom, 1929) di Dziga Vertov, ambedue rappresentazioni di altre due avanguardie artistiche.

La pellicola di Wiene è considerata l’apogeo dell’espressionismo tedesco. Il suo bizzarro fascino visivo deriva dalle accentuate, distorte e lugubri scenografie che simboleggiano l’incubo narrato. Cui si aggiungono le marcate interpretazioni di Werner Krauss e Conrad Veidt.

Mentre le intenzioni di Vertov non erano di realizzare una stramberia. Usufruendo di tutta la tecnica cinematografica fin lì in uso (ralenti, velocizzazione, montaggio, sovrimpressioni, Split Screen, Stop Motion ecc.), il regista russo rende omaggio al cinema attraverso la frenetica vita di un operatore in giro per la città. Un vorticoso film fitto d’immagini che s’ispira al costruttivismo (la conoscenza della realtà) e al futurismo (movimento e velocità).

L’uomo con la macchina da presa

Stravaganze autoriali

Come scritto nel paragrafo introduttivo, la cifra stilistica stravagante di taluni autori si distingue per uno spiccato massimalismo. Talvolta esemplare e paradigmatico, altre volte ridondante e inutilmente eccessivo o puerile.

David Lynch e David Cronenberg hanno usato il “Weirdo” poiché ritenuta unica forma adatta per descrivere grottescamente la società, gli esseri umani o gli stati d’animo. Autori con una personalissima libertà di espressione e radicali nelle loro tematiche, spesso sono stati sommariamente considerati semplici registi di horror.

Eraserhead – La mente che cancella (Eraserhead, 1977), folgorante esordio nel lungometraggio di David Lynch, oltre ad avere l’imperitura nomea di Cult Movie e Midnight Movie, è un valido esempio di Weirdo autoriale. La pellicola, in un contrastato bianco e nero, è un surreale incubo in cui non c’è una vera trama.

Predominano scene oniriche e rumori industriali, per rimarcare l’alienazione quotidiana. Pochi dialoghi, a marcare l’incomunicabilità tra persone, e personaggi strambi a cominciare dal compassato protagonista (Jack Nance) dalla bizzarra capigliatura. Oltre ciò, l’assurda figura della cantante – dalle guance abnormi – che vive dietro un termosifone o il neonato mostruoso (ha una testa simile a quella di un agnello scuoiato) sempre frignante.

Nel prosieguo della carriera Lynch eccederà meno con il Weirdo, se non in alcune scene che saranno comunque iconiche. Tornerà però preponderante in Twin Peaks (1990-1991), uno stravagante serial che è un mix di generi, tra horror e commedia e fra thriller e Soap Opera.

David Cronenberg è tra maggiori esponenti del Body Horror. Dopo alcuni primi film “rozzi” nella messinscena (causa basso budget) ma già efficaci nella metafora, Cronenberg con gli anni ha affinato lo stile. Corpi umani che mutano e menti che si scindono in un tripudio di effetti speciali mai fini a se stessi.

Ne Il pasto nudo (Naked Lunch, 1991), ardita trasposizione dell’omonimo romanzo di William S. Burroughs, Cronenberg porta al massimo il suo radicalismo metaforico. Tramite un testo letterario ostico, in cui realtà, incubo e visioni drogate si sovrappongono, il regista canadese può dar libero sfogo al suo stile bizzarro e mutante: macchine per scrivere che diventano mega blatte parlanti o i mostruosi Mugwwump che interagiscono tranquillamente con gli umani.

Ken Russell è un altro autore sopra le righe, tendente al barocco. Una filmografia incostante, a partire dagli anni 80, ma sempre stimolante. Toni accesi e grandemente stravaganti come testimoniano I diavoli (The Devils, 1971) o Litztomania (1975). O meglio ancora la trasposizione dell’opera rock del gruppo inglese The Who Tommy (1975), che consente al regista inglese di sbizzarrirsi espressivamente.

Simile andamento carrieristico quello di Peter Greenaway. Le sue pellicole sono come dei tableau vivants, con una resa fotografica eccezionale. Il Weirdo si palesa nelle trame e nei dialoghi spesso troppo bislacchi, caricati. Tanto affascinante quanto eccentrico risulta Il cuoco, il ladro, sua moglie e l’amante (The Cook, the Thief, His Wife and Her Lover, 1989), in cui la raffinata policromia avvolge una grottesca trama di cibo, appetiti sessuali e cannibalismo.

Alejandro Jodorowsky, Andrzej Żuławski o Lars von Trier rientrano nel novero di quegli autori che si amano o si detestano, senza mezze misure. Come anche gli ultimi due citati poco sopra. Il poliedrico Alejandro Jodorowsky ha realizzato alcuni mistici Cult, nei quali abbonda il Weirdo. El topo (1970), La montagna incantata (La montaña sagrada, 1973) e soprattutto Santa sangre (1989) testimoniano questa sua personalissima strana vena registica.

Andrzej Żuławski si è sempre contraddistinto per pellicole survoltate, con audaci movimenti di macchina, dialoghi velleitari, recitazioni esagerate e slittamenti nel ridicolo. Ben lo attesta La sciamana (Szamanka, 1997), una pellicola che affastella dramma, eros, cannibalismo e una feroce stoccata anti-clericale alla Polonia post regime comunista.

Sulla falsariga artistica di Żuławski, Lars von Trier, poiché anche lui sovente scivola in eccessive assurdità gratuite, cercando intenzionalmente di suscitare clamore. Idioti (Idioterne, 1998), seconda opera che attua le ferree regole del Dogma 95, vuole essere un film idiota, irritante. Un’iconoclastia però programmatica, tra stile dilettantesco e scene hard. Un Weirdo che è in bilico tra supposta autorialità e semplice goliardia.

In ambito italiano da menzionare l’opera di Ciprì e Maresco. Tra corti e lungometraggi, il loro cinema trasuda intenzionalmente squallore (umano e urbanistico), volgarità (orale e fisica) e spietata ironia. I protagonisti sono dei freaks siciliani, a volte analfabeti e/o storpi. Un recupero del neorealismo pasoliniano ma più irriverente. Una Weirdo visione dell’Italia, che poi Maresco ostinatamente porterà avanti in solitaria.

Cinico Tv

Weirdo goliardico

Un film strambo però può essere semplice buffoneria realizzata come gioco pseudo-adolescenziale. John Waters, definito “Pope of Trash”, sin dai primi rudimentali film ha spinto su una personale stravaganza mista di goliardia, oscenità e stoccate alla società americana. Pink Flamingos (1972) resta immortale per la scena in cui Divine mangia – live – il fresco escremento di un cane.

Ma probabilmente il manifesto cinematografico di Waters rimane New Punk Story (Desperate Living, 1977), una favola truce, iconoclasta e balzana in cui il Weirdo si palesa in quasi ogni scena, tra un poliziotto che indossa sotto l’uniforme intimo femminile, una scena lesbo tra la cameriera nera SSBBW e la sua padrona bianca, topi morti come cibo e via discorrendo.

Sebbene divenuto ormai un autore che ha a disposizione grossi budget che gli consentono di poter realizzare blockbusters immaginifici, agli esordi Peter Jackson si arrabattava nel completare i propri film. Pellicole strambe sia nella fattura sia nelle trame. Fuori di testa (Bad Taste, 1987), Meet the Feebles (1989) e Splatters – Gli schizzacervelli (Braindead, 1992) e – in parte – il film di passaggio Sospesi nel tempo (The Frighteners, 1996), sono perfetti esempi del Weirdo goliardico.

Altri autori buontemponi che si divertono con lo strambo filmico sono l’accoppiata Trey Parker e Matt Stone, che sono riusciti ad andare oltre l’irriverenza tracciata da I Simpson. Con South Park, scatologico serial d’animazione, il duo si fa beffe della società americana, della Tv e del pubblico, con toni sempre iconoclasti e bizzarri.

South Park

Alcuni Weirdo film spanti

Tra i moltissimi film stravaganti che hanno dato colore e brio alla Storia del Cinema, alcune opere sono meritevoli di citazione. Singolari pellicole divenute dei Cult, generazionali oppure di nicchia.

Nel genere horror, Freaks (1932) di Tod Browning permane un unicum. D’ambientazione circense, nel film appaiono veri esseri deformi. Accolta malissimo per il ribrezzo che suscitavano questi Freaks, la pellicola rimase nell’oblio per diversi decenni fino a essere riscoperta. I veri mostri non sono questi esseri, ma gli umani.

Chappaqua (1966) rientrerebbe nel Weirdo più che altro perché il regista Conrad Rooks era un ricco stravagante che decise di scrivere, produrre e dirigere questo film sperimentale pseudo autobiografico. Un lisergico trip d’immagini e filosofia esistenziale, bizzarro nella sua unicità creativa.

Totalmente differente la bizzarria di The Rocky Horror Pictures Show (1975) di Jim Sherman, un variopinto e curioso musical LGBT ante-litteram. Parodia horror (Frankenstein) e a suo modo manifesto della contro-cultura, sin da subito venne eletto a caposaldo dei Midnight Movies, con tanto di doveroso Dress Code alle proiezioni.

Al limite con il Trash, ma fortunatamente consapevole dei propri limiti di budget, il folle Geek Maggot Bingo (1983) di Nick Zedd. Altra parodia – goliardica – di Frankenstein e con qualche ascendenza con il Cult di Sherman. Una pellicola pauperistica che pare realizzata in un magazzino, con scenografie disegnate e riprese frontali con massimo dei piccoli movimenti della Mdp.

In ambito episodico, va necessariamente menzionato Adrenaline (Adrénaline, 1989), un’iconoclastica e irridente opera collettiva composta da ben 13 segmenti, tra macabro, demenziale, visual art e commedia, collegati da una cornice in bianco e nero che solo al finale sarà spiegata. Sono tutti grotteschi shorts che si basano sul bizzarro.

Infine, il vertice del bizzarro, dell’assurdo filmico. Nekromantik (1987) di Jörg Buttgereit, realizzato al limite del dilettantesco, mostra senza indugi la necrofilia. Goliardico, perché venato – fortunatamente – d’ironia, è però venato da una cupa e turgida riflessione dell’alienazione umana. Il finale è l’apogeo del Weirdo, tra dileggio e grondante Gore.

Nekromantik