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Stranger Things, cosa ci rimane di questi dieci anni?

Si chiude un’era seriale per Netflix e milioni di spettatori. Ma oltre le infinite citazioni e l’operazione nostalgia, possiamo realmente collocare la creatura dei fratelli Duffers tra le grandi serie della serialità contemporanea? E se sì in che termini?

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Stranger Things

Will, Mike, Lucas, Dustin e “Undi” ci hanno detto addio. E lo hanno fatto con un finale sbrigativo, anti-epico, proteso a concludere gli archi relazionali dei personaggi. Nell’ultima stagione di Stranger Things emerge un marcato intento sentimentale, con un’attenzione maggiore alle dinamiche relazionali, alle sotto-trame emotive, e a discapito dello scontro finale con Vecna.

Ma al netto del finale deludente e “facilone”, ciò che interessa a serie conclusa è l’analisi sul prodotto generale. Cosa è stata Stranger Things in questi anni e cosa ha rappresentato per l’industria e il nutrito pubblico della serie.

Nata nel 2016 con bassissime aspettative, in breve tempo Stranger Things si è fatta notare per la costruzione di un mondo oltre il proprio formato seriale. Questo perché, ragionando esclusivamente in termini fantascientifici, in epoca recente solo Game of Thrones è riuscita ad essere un caso monumentale come costruzione di un ecosistema seriale di tale spessore.

Un universo però basato su una proprietà intellettuale abbastanza solida: i romanzi di George R. R. Martin. Stranger Things invece nasce da un’idea originale dei fratelli Duffers, che dopo essersi visti rifiutati la loro idea praticamente da ogni rete televisiva americana, sono arrivati alla fine sulla principale piattaforma streaming facendo la propria fortuna e quella di Netflix. Ora, parlare nel caso di Stranger Things di originalità è quantomeno un’iperbole, ma anche il fattore vincente della serie cult.

STRANGER THINGS - STAGIONE DUE (E UNO) - Il bel cinema

Un universo seriale basato su mondi cinematografici

Per capire il successo iniziale e duraturo di Stranger Things è doveroso chiedersi a che pubblico la serie dei Duffers si è sempre rivolta. La risposta è semplice e duplice: due tipologie di pubblici, apparentemente diversi, ma che per ben cinque stagioni e dieci anni si sono presi per mano. Da una parte abbiamo lo spettatore nostalgico del cinema degli anni ’80 e ’90, vero zoccolo duro di Stranger Things, e dall’altra la generazione moderna che non conosce Steven Spielberg o George Lucas ma si nutre esclusivamente di teen-drama, il genere-target più remunerativo di Netflix.

Così mentre le citazioni diventano un gioco da individuare per l’ex adolescente degli anni ottanta, le scene da trovare, tra un Terminator e un Matrix, si uniscono all’altro spettatore tipo, l’adolescente dei nostri giorni interessato al triangolo tra Nancy, Steve e Jonathan, alla love story tra Undici e Mike, e al percorso LGBTQ+ che riguarda i personaggi di Will e Robin. È questa la formula vincente dei Duffers, usare l’horror cinematografico di un certo cinema di genere mettendo al centro il passaggio tra pubertà e adolescenza: il mostro diventa quindi una profonda metafora della paura adolescenziale di crescere.

In breve tempo l’estetica nostalgica e il teen-drama contemporaneo, diventano la chiave per sviluppare il primo blockbuster transmediale nato sulla piattaforma streaming. La serie cult di Netflix concepisce mondi che aprono altri mondi, sottosopra che si moltiplicano in altri sottosopra, e (soprattutto) universi commerciali in altri medium, moltiplicando l’intrattenimento e l’ecosistema di Stranger Things in un espanso e multiforme prodotto di consumo a 360°. Una gara che pian piano diventa senza competizione anche con universi seriali e cinematografici molto amati, come del resto dimostrano i dati nel confronto con prodotti come il già citato Games of Thrones e Harry Potter.

Problema – conflitto –  Undici

A livello narratologico, e quindi rispetto al dinamismo della storia, Stranger Things incomincia a mostrare qualche crepa su un unico versante, quello del suo character – driven.

La dipendenza della serie verso il personaggio interpretato da Millie Bobby Brown.

Il  nuovo E.T. dei Duffers, Undici, direziona la serie in ogni significato sia orizzontale e sia relazionale. E questo appare già dalle prime stagioni un criticità visto che al centro dell’idea del prodotto in sé si trova il mondo universale e non la supereroina nata in un laboratorio militare.

È nella seconda stagione che i due showrunners della serie capiscono che la lontananza di Undici dal gruppo ( partita per andare incontro al suo passato rappresentato da Kali) potrebbe aprire scenari relazionali più generali. Infatti Stranger Things soffre almeno per tre stagioni della ripetizione di uno stesso schema. Il sottosopra ha diverse forme. Prima embrionale mediante il trasfert di Will, poi ha il volto del Mind Flayer, e infine il prodotto di quest’ultimo rappresentato da Vecna.

Nell’andamento della serie c’è un problema e un conflitto originato dal sottosopra che viene costantemente risolto da Undici. Una ripetizione che fa entrare la serie in una fase di stallo. Per intenderci, il prodotto industriale mantiene gli ascolti dello streaming producendo notevoli introiti del merchandising tra un medium e l’altro, ma il prodotto creativo di Stranger Things  è in difetto, avendo logorato il meccanismo tipico dell’eroina costretta a risolvere da sè le stagioni caricandosi l’intero mondo.

Il video sul set della quinta stagione di Stranger Things svela il nuovo look di Undici per il capitolo finale

La centralità delle relazioni

Chi scrive non crede alla tesi sostenuta ultimamente dai Duffers riguardante il destino di Undici già deciso ad inizio serie. “Undi” difatti, come tutta la serie, ha un percorso dettato dall’emotività delle stagioni, paradossalmente più autonome della serie stessa. Ciò lo si capisce dal ruolo che dalla terza stagione assume Undici, defilato nella propria centralità d’azione a favore di figure che emergono con sempre più rilevanza.

Will da “utile idiota” usato dal sottosopra, riesce ad uscire dalla sua irrilevanza esponendo il suo lato personale e funzionale alla storia di Stranger Things (come del resto si assiste nel finale della quinta stagione). E perfino l’elemento più comico rappresentato da Robin, o l’irresistibile chimica da action-movie tra Dustin e Steve, iniziano ad avere sempre più spazio a differenza di Undici che pian piano sparisce dal primo piano della serie.

Oltre il sottosopra, la strategia dell’assenza

Perché fanno questo i Duffers? Solo per far esplodere l’arma letale rappresentata dalla loro principale eroina nel finale? Anche, ma in primis per combattere l’effetto logoramento. Posizionando al centro della serie le relazioni, facendo evolvere interiormente i personaggi e sospendendo la centralità della vera protagonista, i creatori si mettono al riparo dalla criticità della ripetizione del nemico stagionale. Permettendo a Stranger Things nel suo piano melodrammatico di respirare e creare soluzioni dettate da intrecci sentimentali.

Relazioni che vengono usate dai Duffers per far sparire o sospendere il personaggio, costruendo così per metà stagione una suspense emotiva sulle sorti dello scomparso/scomparsa; intento che serve a fidelizzare doppiamente il proprio pubblico e con un risultato maggiore rispetto a quello che si sarebbe ottenuto con l’ennesimo scontro col sottosopra. È il caso di Hopper e di Max. Il primo viene creduto morto nel finale della terza, per poi essere rintracciato in una prigione russa e liberato solo alla fine della quarta.

Discorso diverso per Max che entra in coma a causa di Vecna alla fine della penultima stagione, riportata in seguito clinicamente in vita per lo scontro culminante. È quindi interessante notare come Stranger Things, quando si trova in difficoltà o ha bisogno di respiro, si rifugia nei classici espedienti tipici delle soap o delle telenovelas: mettere in bilico un personaggio, fallo apparentemente morire per poi ritirarlo fuori come jolly narrativo da giocare in casi estremi e di difficoltà. Quindi il vero motore rigenerante e vitale della serie è il mutamento delle relazioni che i Duffers nel corso delle cinque stagioni hanno saputo usare molto meglio del plot principale.

Stranger Things: i Duffer svelano tutte le citazioni cinematografiche dello show - Orgoglionerd

La supremazia del plot relazionale

Relazioni che, a lungo andare, ne rappresentano anche una delle problematiche più evidenti di Stranger Things. L’eccessiva espansione del plot relazionale, culminata nel coming out di Will, ha finito per avere (in primis nelle ultime stagioni) un effetto controproducente, rendendo più complessa e problematica la costruzione di una soluzione efficace per il proseguimento della serie. Le fasi di respiro emotivo si sono trasformate in una perenne centralità, estromettendo la linea principale dal racconto vero e proprio. Lo conferma quest’ultima stagione; lo scontro con Vecna e con i tanti sottosopra viene sempre rimandato per essere risolto malamente e sbrigativamente, complici i numerosi spiegoni.

La serie sembra interessarsi più a risolvere i conflitti interiori tra i personaggi, chiudendo la storia tra Nancy e Jonathan o ricucendo l’amicizia tra Dustin e Steve. Prova di ciò è data dalla mezz’ora finale che conclude la serie; risolta senza difficoltà la questione Vecna, tutti i personaggi riflettono sul loro percorso e su ciò che hanno imparato, avuto, perso e ricevuto dal sottosopra. Un grande romanzo di formazione appare Stranger Things in cui la parte centrale, quella del nemico reale, sembra diventare più una scusante per esplorare una serie sui sentimenti e non sulla fantascienza.

La serie esasperatamente citazionista

Un’altro aspetto delicato per l’economia della serie è il suo cuore pulsante : l’estetica dei Duffers nella loro esagerazione nostalgica. In tutte le cinque stagioni le citazioni sono la base sulla quale strutturare un percorso estetico. Varie e quasi illimitate sono le derivazioni cinematografiche. Dai Goonies a Star Wars fino ai Ghostbusters. Nessun’altra serie è stata mai cosi cinematografica. E lo sbaglio dei creatori di Stranger Things è stato quello di pensare di essere Tarantino e di poter usare lo stesso schema delle citazioni nella serialità.

Se infatti nella prima stagione tale strategia poteva apparire funzionale alla costruzione di un immaginario coerente, nelle stagioni successive questa pratica è divenuta ridondante, sollevando il problema dell’originalità e dell’indipendenza della serie. I riferimenti cinematografici inizialmente vengono integrati in modo organico: Undici richiama E.T. di Spielberg sovvertendo il ruolo traumatizzato in una figura in cerca di speranza e amore, mentre il sottosopra rilegge La Cosa di John Carpenter in un mondo narrativo esplorabile.

Dall’omaggio alla ridondanza : quando l’iper-citazionismo diventa un limite

Ma col passare delle stagioni le citazioni funzionano come segnali auto-referenziali per lo spettatore, costringendo l’opera a diventare un esclusivo gioco di rimandi. A ciò si associa un ulteriore problema insito in Stranger Things; il pubblico non si chiede più cosa accadrà ai propri beniamini, ma quale film verrà citato. La nostalgia, quindi, diventa un vincolo che impedisce alla serie dei Duffers di evolversi autenticamente.

L’iper-citazionismo ha avuto anche conseguenze dirette sulla struttura della serie: personaggi sempre più tipizzati, conflitti risolti attraverso schemi narrativi già visti, e antagonisti come Vecna inseriti per evocare icone horror e fantasy del passato cinematografico (come Freddy Krueger e Voldemort) invece di sviluppare una mitologia seriale autonoma. Ed è quindi tutto questo processo emulativo che ha alla fine indebolito la coerenza interna della serie, compromettendo la propria capacità di imporsi come opera realmente indipendente.

Giustizia per Undici! Se solo i fratelli Duffer, nel finale di Stranger Things avessero avuto più audacia e meno prudenza… | Wired Italia

Stranger Things è una serie adatta per i nostri tempi seriali e sociali

Cosa rimane allora di questi dieci anni? Indubbiamente l’estrema capacità della serie Netflix nell’essere furba e nel contempo attuale. Furba perché mediante un immaginario sicuro e affidabile è riuscita a creare un mondo originale. Doppiamo pensare a Stranger Things come un mastodontico prodotto retto su varie proprietà intellettuali non autorizzate, l’enorme libreria cinematografica anni ’70-’80-’90, che a sua volta ha prodotto un ingente transfert transmediale toccando diversi medium dall’editoria ai videogiochi.

Attuale perché è riuscita a dare forma e attuazione alle generazioni odierne, fragili e in cerca di riferimenti, che nella serie Neflix hanno trovato anche un supporto emotivo, crescendo assieme a Will e compagni proprio come gli adolescenti degli anni duemila hanno fatto con la saga di Harry Potter.

Ma Stranger Things, al netto della riuscitissima operazione nostalgia, non è stata quasi mai in grado di creare un mondo credibile, autonomo e realmente indipendente dai gusti derivativi dei fratelli Duffers. Una serie abile nel replicare vecchie strutture e rodati mondi, non riuscendo a ideare un proprio linguaggio e una personale forma.

Stranger Things 5 – la nostra review finale

  • Anno: 2016
  • Durata: 50'
  • Distribuzione: Netlix
  • Genere: sci-fi
  • Nazionalita: Usa
  • Regia: fratelli Duffers