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‘Nope’, 5 idee terrificanti dal cinema di Jordan Peele

In uno spettacolo spielberghiano, che è anche critica alla società dello spettacolo, il regista di "Scappa - Get Out" e "Noi" rilancia il proprio cinema che incrocia intrattenimento di genere e riflessione sociale

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Viva lo spettacolo, ma attenti allo spettacolo. Così si potrebbe riassumere il senso di Nope, ultimo generoso film di Jordan Peele. Generoso, anche nel senso di mescolare, con compiaciuta e spettacolare ricchezza, i vari generi del godereccio: horror, fantascienza, avventura, western. Alla faccia di un titolo che vuol dire, in slang, “no”, per un film che è invece un enorme, ingombrante “sì” al cinema, nella propria declinazione più scenografica, edonistica, spielberghiana. Contemporaneamente (ecco perché stare attenti) è un invito alla riflessione sulla società dello spettacolo, che tutto trasforma – dalle scimmie assassine agli UFO – in pasto per gli occhi, per spettatori sempre più voraci e desensibilizzati. Un commercio visivo del reale (violenza compresa) già esteso ai cattivi fratelli del cinema: reality, reel, post, scroll. Purché si guardi. Di qui l’idea di un mostro, sorta di squalo dei cieli, che sembra un oculus gigante, che divora chi ne incroci lo sguardo.

Come funzionano le nostre istruzioni per l’UFO

Non solo. Anche pasticciando un po’ per troppa carne al fuoco, Nope riscalda un discorso che Peele ha già mostrato di avere a cuore nei precedenti Scappa – Get Out e Noi: quello sulle minoranze, sottorappresentate tanto negli spazi sociali quanto in quelli cinematografici (nonostante la già citata bulimia delle immagini). La re-inclusione è scritta scegliendo protagonisti di colore, di origini asiatiche o latine. Tutto interessante; eppure, dibattito critico a parte, il film si lascia divorare innanzitutto per la caccia al mostro. Il messaggio di Nope è stato già oggetto delle ardite interpretazioni della stampa internazionale. Noi ci limitiamo a catturare cinque idee terrificanti. Non già nel senso di spaventose, che pure s’intonerebbe con l’horror; quanto di terrific, nel significato anglosassone: straordinarie, speciali, esagerate. Chissà che non ci capiti di capirlo meglio.

*SPOILER ALERT: l’articolo non contiene spoiler significativi; tuttavia, per lo spettatore che preferisse non ricevere alcuna anticipazione, si consiglia la lettura dopo la visione.

Il trailer

La trama

OJ (Daniel Kaluuya) è il giovane proprietario di un ranch di cavalli ereditato dal padre (Keith David), che fornisce animali a produzioni cinematografiche e televisive in tutta la California meridionale. A sei mesi dall’assurda morte del genitore – colpito misteriosamente da un nichelino caduto dal cielo – OJ cerca di mantenere a galla l’azienda di famiglia con l’aiuto della volubile sorella minore Emerald (Keke Palmer). Quest’ultima fa marketing sostenendo che il fantino senza nome immortalato nella famosa serie di fotografie ottocentesca Sallie Gardner at a Gallop di Eadweard Muybridge sia un loro antenato di colore.

Nope: in primo piano Keke Palmer, sullo sfondo Daniel (a destra) e Angel (a sinistra)

Nope: in primo piano Emerald, sullo sfondo OJ (a destra) ed Angel (a sinistra). Fonte immagine: Universal Pictures

I due valutano di vendere il ranch a Ricky “Jupe” Park (il meravigliosamente traumatizzato Steven Yeun), ex bimbo prodigio dello spettacolo, che dopo una tragedia in diretta tv gestisce ora un parco divertimenti per turisti vicino a ranch di OJ. Sopraggiunge, poi, un’idea più lucrativa. Una notte, fratello e sorella credono di vedere un disco volante; se riescono a ottenere prove fotografiche, possono vendere il filmato e salvare il ranch. Si fanno aiutare da Angel (Brandon Perea), impiegato nerd di un negozio di elettronica, mentre cercano di convincere un leggendario direttore della fotografia, Antlers Holst (Michael Wincott). Perché per catturare l’immagine dell’oggetto volante non identificato, serve una cinepresa d’autore.

Nope! 3 cose che il film di Jordan Peele non è

In omaggio alla “negatività” del titolo, per sgomberare la visione da due o tre equivoci, di Nope sarà il caso di scrivere, per iniziare, cosa non è.

  1. Non è un blockbuster. O meglio: non è un blockbuster e basta. Che con Nope ci si diverta, compatibilmente coi gusti, è acclarato, e coerente al cinema di Jordan Peele: partenza lenta, suspense, scoppio ritardato ma rumoroso. Rispetto a Scappa – Get Out e Noi, c’è in più una componente di show ridondante, che porta l’horror nei cieli ed amplia la scala degli inseguimenti in un rodeo fantascientifico nel deserto. Il botteghino ringrazia (come si fa, è vero, per i blockbuster). Tuttavia, pensare a Nope solo come l’ultimo cinefumettone che fa esplodere la concorrenza, non renderebbe conto né dell’ambiziosa complessità del suo sottotesto, né del precedente percorso di Peele, che dietro la cortina del genere ha già ragionato di tematiche più complesse, quali la paura del diverso e la discriminazione razziale.
  2. Non è un film sugli UFO. Sì, s’incroceranno a destra e manca dichiarazioni sparse di Peele in cui, per dovere di sintesi, si parla di Nope come di un “horror sugli UFO“. Ma è un film, piuttosto, sul riprendere gli UFO: e farli mangiare, da immagini ben condite, agli spettatori. Justin Chang arriva a parlarne sul Los Angeles Times di un film “sulla sfida di ottenere la ripresa perfetta”. Hollywood è protagonista perché tutto è Hollywood, vale a dire, tutto è tentativo di solleticare il voyeurismo di chi guarda, a costo d’includere il sensazionale o il violento.
  3. E no, Nope non può essere ridotto a horror. Per Scappa – Get Out e Noi, Jordan Peele aveva rivendicato, anche con sentenziosi tweet, di aver girato degli horror (il suo genere preferito). L’ha fatto, naturalmente, anche per Nope. Impossibile, però, non avvertire il cambio di tono della seconda parte, in cui l’avventura prende il sopravvento; o l’ambientazione western, per cui si vuole domare il mostro con le stesse tecniche usate per i cavalli. Ecco, Nope è un film difficile da addomesticare in una definizione secca. Secondo Robert Daniels (Polygon), sarebbe un’idea più che una storia: bloccato lì, nella terra di mezzo, tra il monster blockbuster e la profondità delle tematiche.

Il film è un oggetto volante non identificato

Nope, dunque, è un oggetto non identificato. Che vola anche troppo alto; che vuole tanto, se non troppo. Ora lo si comincia a capire: questo è, in fondo, il cinema di Jordan Peele. Il regista newyorchese, al terzo film, tra dibattiti e botteghini, si è ormai preso i galloni dell’oggetto di studio, senza perdere le stellette del buon amico da grassa serata di popcorn. Iron man del patto d’acciaio tra goduria e riflessione, entertainment e riflessione sociale, Peele ha trovato la sua formula imperfetta: essere un irony man. Le idee sono impacchettate nel dispositivo semiserio del genere – horror, fantascienza, western – col giusto distacco dell’ironia. Memore delle sue origini da comico, il regista fa dunque un cinema serio che sa non prendersi sul serio; un cinema che pone domande senza imbarazzarsi dei propri travestimenti cinematografici.

5 idee terrificanti di Nope

Vuole troppo, ma non è un cinema che nulla stringe. Anche in forza di poderosi scatti equini, Nope sopravvive, intanto, di intuizioni brillanti, che funzionano anche meglio dell’amalgama della storia. Per Stephanie Zacharek del TIME (qui l’articolo) questo è probabilmente un difetto: i film di Peele accumulerebbero stati di significato per poi risolversi per lo più nello spettacolo, senza chissà quale tesi di fondo. Sarebbe dunque un cinema con tante morti, ma da binario morto. Mentre, però, i binari non s’incontrano mai, noi sosterremmo semmai che è nell’inestricabile abbraccio tra genere e idea, show e concetto, che Nope fila come un treno. Prendiamo cinque spunti e vediamo come ognuno di essi sia funzionale tanto allo spettacolo, quanto al messaggio.

1. Spielberg sì, ma non quello che ti aspetti

L’UFO predatore di Nope, in un contesto pirotecnico alla Spielberg, sarebbe la crasi perfetta di film come Lo squalo e Incontri ravvicinati del terzo tipo. Questo s’intenderebbe censendo le recensioni nazionali e internazionali. Ci sorprendiamo di trovare meno o per nulla citato il vero film di Spielberg che sembra ispirare Nope, Jurassic Park: la missione di OJ ed Emerald è sbatti il mostro in prima pagina. Non bastasse una scena con OJ intrappolato nel veicolo, col mostro che incombe, da far pensare a un’omologa sequenza sotto la pioggia del film di Spielberg sull’entertainment dei dinosauri, è tutta l’idea del baraccone nel deserto montato da Steven Yeun (Ricky “Jupe” Park) a sapere d’intrattenimento che sfugge di mano.

Steven Yeoun in Nope

Nope, Steven Yeun nei panni di Jupe è un perfetto imbonitore. Fonte immagine: Universal Pictures

Da non perdere, in questo senso, la scena in cui Jupe cerca di far comparire sotto gli occhi di un pugno di spettatori, in un evento al parco, l’oggetto misterioso dai cieli. Con ovvi effetti collaterali.

2. I predatori dell’arca perduta

È anche a causa di questa spasmodica ricerca dello spettacolo, a cui Peele evidentemente sottopone il proprio occhio critico, che per ironie di sceneggiatura ci sono personaggi definibili come “avventurieri dell’immagine”. Maldestri predatori di show, se si preferisce. Lo stesso Jupe, per esempio, che fa del proprio trauma d’infanzia un intrattenimento per turisti. O il direttore della fotografia Antlers Holst, guru della cinepresa, interpretato da Michael Wincott con i modi (semiseri) di un Eastwood un po’ bislacco. Al punto di rischiare di farsi acchiappare dal mostro, per troppa voglia di cinema estremo.

3. Il pianeta delle scimmie

Nonostante l’approccio ironico, Nope ci regala in apertura, riprendendola oltre, una delle sequenze più agghiaccianti dell’horror degli anni ’20 del millennio. Il film inizia infatti con un riferimento a quanto accaduto a Jupe da bambino, quando era piccola star nella sitcom Gordy’s Home. Lo scimpanzé protagonista della serie attaccò mortalmente alcuni dei protagonisti, spaventato dallo scoppio di un palloncino. “6 minuti e 13 secondi di caos”, spiega Jupe. “La rete ha cercato di seppellirlo, ma era uno spettacolo. La gente ne è semplicemente ossessionata”. Benvenuti nel pianeta del cine-reale.

4. Paint it black, il western

Chi, storicamente, non è stato il benvenuto nella rappresentazione cinematografica, specie di frontiera, è il protagonista di colore. I cowboy neri, pur esistiti, sembrano essere stati oggetto di una rimozione forzata dall’immaginario. Lo si è commentato, parlando di riappropriazione degli spazi, in occasione dell’uscita del black western The Harder They Fall su Netflix. Di questo dibattito, con scelte di cast e temi, Jordan Peele è promotore.

Nope, OJ a cavallo

Nope, OJ (Daniel Kaluuya) in versione cowboy. Fonte immagine: Universal Pictures

Se con Scappa – Get Out e Noi era stato l’horror a riproporre una geografia filmica più inclusiva, con Nope lo stesso si fa con uno strike di generi. Ma è il western a restare nella mente: preparatevi all’immagine iconica di un cowboy nero (con la felpa di King Scorpion!), un po’ scorbutico, scolpito dalla luce all’orizzonte. Spazi riconquistati, frontiere che si allargano.

5. Macché occhio che uccide: è l’orecchio che uccide

E pensate al rumore di zoccoli sul terreno. Il sound design di Johnny Burn (Under the Skin) è decisivo in Nope. Mentre in Scappa – Get Out e Noi l’effetto paura era sortito efficacemente dallo score musicale di Michael Abels, nell’ultimo film di Peele c’è semmai il soffio del deserto nel silenzio, la polvere che si solleva, una civetta in lontananza nella notte, il nitrito improvviso del cavallo atterrito. Doveva essere uno spettacolo immersivo, come quelli che monta Jupe – o in genere, allestisce Hollywood. In un’intervista a Slashfilm, Burn spiega che una delle indicazioni di Peele era quella di volersi sentire come un bambino, fuori casa, di notte. Il risultato suona bene.

In sintesi: scappa, che l’orrore siamo noi

Il western classico, per cantare la propria epopea, tendeva a “esternalizzare” un nemico, identificandolo variamente nella natura selvaggia, nel bandito o nell’indiano. In Nope le fattezze del mostro sono quelle di un occhio che uccide (strano non aver mai fatto caso alla somiglianza visiva delle navicelle spaziali con un bulbo oculare). Effetto, peraltro, enfatizzato da riprese in soggettiva (POV). Ecco: il punto (di vista) è questo. Il nostro. Il nemico è il bianco medio di Scappa; è il me stesso imborghesito e raddoppiato di Noi; è il pubblico nello specchio del film di Nope . Il mostro siamo noi. Il business dell’immagine spettacolare è alimentato dall’enorme stomaco di spettatori affamati. Fin troppo esplicitamente, è persino fatto dire a Jupe/Yeun senza giri di parole:

Siamo sorvegliati da una specie aliena che io chiamo Lo Spettatore.

Nel suo luna park di strati di significato e quesiti, recintati nello spettacolo, qualcosa da dire, allora, ce l’ha, il cinema di Jordan Peele. Più che un film sugli alieni, Nope è un film su noi alienati. Anche a volersene dimenticare, pur di rifugiarsi nell’evasione di Hollywood senza farsi troppi problemi, funziona lo stesso: scappa al cinema. E buon divertimento.

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