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Il cinema giapponese dalle origini a ‘Drive My Car’

Breve excursus di una cinematografia che, a partire dal secondo dopoguerra, è diventata sempre più popolare presso il pubblico occidentale

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Quando nel 1951, al Festival del cinema di Venezia, venne assegnato il Leone d’Oro a Rashomon, capolavoro del regista giapponese Kurosawa Akira, il cinema del Sol Levante salì prepotentemente alla ribalta presso il pubblico occidentale che, sino ad allora, era rimasto quasi del tutto all’oscuro di ciò che la cinematografia di quel paese stava proponendo. Fu da quel momento che anche da noi si iniziò a percepire quanto di artisticamente importante dal punto di vista cinematografico si stava realizzando in Giappone.

Le origini

Il cinema in Giappone, così come in Occidente, era comparso sul finire del XIX secolo (i primi film realizzati risalgono al 1899) e sin dal primo decennio del Novecento vennero fondate le prime, grandi case di produzione giapponesi che proponevano film per lo più in costume. Si trattava soprattutto di drammi della tradizione popolare di diretta derivazione del teatro kabuki, cioè spettacoli ad ambientazione storica, interpretati esclusivamente da attori maschi, che potevano impersonificare sia personaggi di sesso maschile, sia di sesso femminile.

I primi due decenni del XX secolo furono un periodo di grande crescita per l’industria cinematografica giapponese, più dal punto di vista economico che non da quello dell’innovazione della tecnica e degli stili. Era infatti un cinema che rifletteva quanto avveniva nella società, ancora troppo legata alle tradizioni e non del tutto pronta ad aprirsi verso la modernità.

Sarà solo con gli anni Trenta, una volta superati i devastanti effetti che il terremoto del 1923 nell’area di Tokyo e Yokohama ebbe su tutta l’economia giapponese – e di conseguenza anche sulla produzione cinematografica – che il cinema del Sol Levante iniziò a crescere, grazie all’affermazione di alcuni giovani registi che portarono una ventata di novità in un ambiente che aveva difficoltà a svecchiarsi.

Fra tutti, vale la pena ricordare due registi che esordirono nella seconda metà degli anni Venti per poi diventare celebri in Occidente a partire dagli anni Cinquanta: Mizoguchi Kenji e Ozu Yasuhiro.

Mizoguchi Kenji

Nato a Tokyo nel 1898, Mizoguchi realizzò il suo primo film nel 1923 (Il giorno in cui torna l’amore). È però nel decennio successivo che, grazie all’uso particolare della macchina da presa, sviluppa una tecnica estremamente realistica che gli permette di trattare in maniera assai efficace i temi che caratterizzano le sue pellicole e legati, soprattutto, alle condizioni di vita della piccola borghesia nipponica contrapposte a quelle dei più poveri della società. Con uno sguardo particolare rivolto alle figure femminili, spesso costrette a mercificare il proprio corpo e a metterlo a disposizione di uomini che sfruttano la loro condizione dominante.

Fra i titoli più significativi di questo periodo è opportuno citare, in particolare, Elegia di Osaka e Le sorelle di Gion, entrambi del 1936. In tutti e due i casi vengono proposti personaggi femminili costretti da una società patriarcale e maschilista a diventare geishe e mantenute per sopravvivere.  Per arrivare al 1941 con il suo più grande successo La vendetta dei 47 ronin, ripreso da un antico testo kabuki.

Ozu Yasujirō

Anche Ozu, nato a Tokyo nel 1903, iniziò la propria carriera nel mondo del cinema nel secondo decennio del Novecento, dapprima come operatore di macchina e, successivamente, come regista. È del 1927, La spada della penitenza, il suo primo film andato, ormai, perduto e, per altro, unica pellicola in costume dell’intera sua carriera.

Così come Mizoghuci, anche Ozu negli anni Trenta realizza film caratterizzati da un forte realismo sociale e, spesso, venati di pessimismo. I suoi film sono soprattutto drammi che hanno per protagonisti gli abitanti della grande città, visti come archetipi di una società piccolo borghese alla deriva. La famiglia, protagonista chiave delle sue opere, subisce un progressivo processo di disgregazione legato alla perdita dei valori del passato a causa dell’avanzare della modernizzazione.

I suoi personaggi sono spesso piccoli impiegati umiliati quotidianamente sul posto di lavoro dai capi. La lotta nel tentativo di rimanere a galla in una società che li annienta è ben evidenziata, ad esempio, in Il coro di Tokyo (1931), storia di un padre di famiglia ingiustamente licenziato e costretto a trovare un modo per poter sfamare i propri figli e in Sono nato, ma… (1932), in cui due bambini vengono a scoprire che il padre si è dovuto umiliare di fronte al suo capo.

Sono tematiche che ricorrono anche nei successivi lavori di Ozu, un regista che non amava troppo le innovazioni tecniche (il suo primo film sonoro, Figlio unico, lo realizza solamente nel 1936). Le donne di Tokyo (1933), Fratelli e sorelle della famiglia Toda (1941), C’era un padre (1942), sono solo tre ulteriori esempi di opere di Ozu incentrate sui rapporti, spesso drammatici, all’interno della famiglia. Un tema che verrà ripreso e ampliato a partire dal dopoguerra, quando l’attività del regista riprenderà dopo una interruzione durante gli anni del conflitto a causa della sua cattura e dell’internamento in un campo inglese di prigionieri militari a Singapore.

La guerra e il dopoguerra

Negli anni antecedenti il secondo conflitto mondiale, prima dell’ingresso in guerra del Giappone avvenuto con l’attacco alla base americana di Pearl Harbor all’alba del 7 dicembre 1941, e durante tutto il periodo della guerra, il cinema giapponese, così come accadeva in Italia e Germania, era utilizzato soprattutto a scopi di propaganda. A tal proposito le autorità avevano imposto una pesante censura sui film prodotti in terra nipponica, di fatto complicando non poco la vita a quei registi che rifiutavano di sottomettersi alle numerose imposizioni e divieti.

Su tutti i registi attivi durante questo periodo, emerse Tasaka Tomotaka che, con film quali I cinque ricognitori (1938), Terra e soldati (1939), Il ronzio dell’aeroplano (1939), celebrava la grandezza e la potenza dell’esercito dell’impero nipponico, in un’esaltazione nazionalistica comune a molti altri suoi colleghi.

Nonostante ciò, gli anni del conflitto videro l’esordio di due fra i più migliori registi della nuova generazione di cineasti nipponici: Kinoshita Keisuke e, soprattutto, Kurosawa Akira che, nel 1943, realizzò il suo primo lungometraggio, Sugata Sanshirō, storia di un grande campione di judo vissuto alla fine dell’Ottocento. Film che superò il vaglio della censura seppur con diversi tagli a causa di alcune scene d’amore (non esplicite perché le scene apertamente sessuali erano bandite) che rendevano Kurosawa, agli occhi dei censori, impregnato di sentimentalismo di matrice “anglo-americana”.

Nel dopoguerra, durante il periodo di occupazione americana dopo la sconfitta del Giappone (1945-1952), il peso della censura non si affievolì. Semplicemente cambiarono i parametri con i quali i film venivano approvati oppure no. Vennero così banditi film con una chiara propaganda militarista; in cui fossero presenti temi nazionalistici o xenofobi, o in cui si esaltava l’onore derivante dalla lealtà feudale o, ancora, che esaltassero la sottomissione femminile o la brutalità e la violenza.

La fine della guerra, e gli orrori che in Giappone culminarono con le bombe atomiche su Nagasaki e Hiroshima, l’occupazione statunitense e la guerra di Corea cominciata nel 1952, portarono allo sviluppo di un filone di film dichiaratamente antimilitaristi.

Guerra e pace (Yamamoto Satsuo e Kumei Fumio, 1947) e Rientro in patria (ōba Hideo, 1950), raccontano entrambi, seppur in maniera differente, il dramma e il disadattamento dei reduci. Fino al nostro prossimo incontro (Imai Tadashi, 1950) e Ventiquattro occhi (Kinoshita Keisuke, 1954) trattano invece le conseguenze della guerra sul fronte interno.

Ma è il capolavoro di Ichikawa Kon L’arpa birmana (1956) che meglio rappresenta le istanze di pacifismo alle quali molta della popolazione giapponese anelava. Vincitore del Premio San Giorgio a Venezia, L’arpa birmana è uno dei primi film giapponesi conosciuti in occidente, oltre che essere uno dei più importanti film di sempre a tematiche pacifiste.

Ambientato in Birmania sul finire della guerra, il film di Ichikawa narra le vicende di un drappello di soldati giapponesi che viene annientato dal nemico. Si salva solo il soldato Mizushima che, suonando un’arpa per contrastare la propria tristezza e solitudine, inizierà a viaggiare verso il suo campo, trovando sul cammino solo i resti di soldati giapponesi morti. Tornato in patria, Mizushima decide di dedicarsi alla missione di seppellire i corpi dei connazionali caduti in terra straniera.

È chiaramente una figura altamente simbolica, quella del soldato Mizushima, così fortemente impregnata di umana pietas, che incarna la volontà dell’uomo a non volersi piegare di fronte alle follie dei propri simili, in un viaggio altamente spirituale e dalle forti valenze pacifiste.

Per quanto riguarda il dramma del disastro nucleare, pochi sono i film che affrontano questo delicato tema. Sicuramente il più significativo è Godzilla (Honda Ishirō, 1954), in cui un mostro fantastico, metà gorilla e metà balena, risvegliato dalle operazioni nucleari americane nel Pacifico, minaccia il Giappone, chiaro riferimento – e denuncia – al pericolo rappresentato da una possibile guerra nucleare.

Grandi registi per grandi film

Il dopoguerra e i successivi anni Cinquanta rappresentano un periodo estremamente fecondo per il cinema giapponese.

I già citati Mizoguchi Kenji e Ozu Yasujirō, continueranno la loro attività sino agli anni della loro morte, avvenuta rispettivamente nel 1956 e nel 1963. Di loro meritano di essere ricordati, del primo, La vita di O-Haru – Donna galante (1952) e I racconti della luna pallida di agosto (1953) e, del secondo, Il sapore del riso al tè verde (1952), Viaggio a Tokyo (1953), Il gusto del saké (1962).

Inoltre, accanto ai registi della vecchia guardia, si affermano numerosi cineasti che diventeranno popolari anche da noi.

Kurosawa Akira, con Rashomon (1950) trionfatore a Venezia, diventa a tutti gli effetti la punta di diamante della cinematografia nipponica, conosciuto in tutto il mondo e autore di numerosi capolavori, fra i quali spicca I sette samurai (1954), entrambi interpretati da uno dei più famosi attori giapponesi di tutti i tempi: Mifune Toshirō. Il film è ambientato nel Giappone della fine del XVI secolo in una comunità contadina che, per difendersi dai predoni, assolda sette ronin, cioè samurai senza padrone, allo scopo di difendere il villaggio. Ma i sette samurai faranno di più, insegnando ai contadini a combattere e a difendersi da soli contro i malvagi.

Considerata da tutti l’opera massima nella cinematografia di Kurosawa, I sette samurai è stato oggetto di tre remake, fra i quali, il più famoso è, sicuramente, I magnifici sette di John Sturges (1960), che trasferisce l’azione dall’antico Giappone al west americano.

Alternando film in costume ad altri di ambientazione contemporanea, Kurosawa realizzò circa una trentina di film, dei quali meritano di essere ricordati La sfida del samurai (1961) dal quale Sergio Leone trasse ispirazione per il suo Per un pugno di dollari (1964) film per cui si aprì una questione legale per diritti non versati allo stesso Kurosawa, Anatomia di un rapimento (1963) un film a tinte noir e Barbarossa (1965) film sulla vocazione medica e sul rapporto fra un giovane e ambizioso dottore e il suo maestro e che sancì la fine del lungo sodalizio fra Kurosawa e Mifune.

Kinoshita Keisuke è stato un grande autore di commedie, a cui l’occidente non ha tributato il giusto riconoscimento. Dopo tre opere realizzate nel 1949 e girate con stili diversi: la commedia brillante in Alla salute della signorina!; il comico in Il tamburo rotto e l’horror in I racconti fantastici di Yotsuya, Kinoshita gira, nel 1958, quello che è considerato a tutti gli effetti il suo capolavoro, La leggenda di Narayama. Film drammatico sulle relazioni genitori-figli, in cui in uno sperduto villaggio una anziana madre tenta inutilmente di convincere il figlio a seguire una antica e disumana tradizione che vuole che i vecchi ormai improduttivi vengano portati dai figli su una collina e lì abbandonati al loro destino.

Questo film ebbe un remake, divenuto più famoso dell’originale, diretto nel 1983 da Imamura Shōhei dal titolo La ballata di Narayama.

Ichikawa Kon, conosciuto in occidente soprattutto per L’arpa birmana, comincia la sua carriera nel cinema con una lunga gavetta nel settore del disegno animato, per poi approdare alla regia grazie, anche, al sodalizio con la moglie, la sceneggiatrice Wada Natto, con la quale realizza molte delle sue opere migliori, da L’arpa birmana a La chiave (1957) tratto dal romanzo erotico di Tanizaki Jun’ichirō, da Conflagrazione (1958) a Fuochi nella pianura (1961) con il quale vinse il Pardo d’Oro a Locarno.

La giovanile passione di Ichikawa per l’animazione lo portò a realizzare nel 1967, in collaborazione con Maria Perego, un film con il famoso pupazzo Topo Gigio dal titolo Topo Gigio e la guerra del missile. Una pellicola di produzione giapponese che, nonostante la collaborazione con la creatrice del personaggio – e con Alberto Ongaro, noto fumettista italiano – rimane inedita in Italia.

Gli anni Sessanta: lo svecchiamento del cinema giapponese

Come avvenne in molte parti del mondo, anche in Giappone il decennio fu caratterizzato da un fermento culturale che, per quanto riguarda il cinema, coinvolse numerose giovani leve che misero in discussione il cinema dei vecchi maestri (quello che in Francia i giovani critici dei “Cahiers du Cinéma” definivano, ironicamente, “il cinema di papà”).

Gli anni Sessanta furono un periodo intenso e interessante per la cinematografia del Sol Levante, che vide emergere giovani registi che, successivamente, avrebbero realizzato pellicole riconosciute come indiscussi capolavori sia in patria, sia all’estero.

Registi quali Imamura Shōhei, Ōshima Nagisa, Suzuki Seijun, per citare solo alcuni fra quelli più famosi da noi, ebbero un impatto violento su tutto il vecchio mondo della cinematografia giapponese. I loro film, che vennero paragonati – piuttosto a sproposito – alle opere della Nouvelle vague francese, trattavano temi di grande attualità con una forte aderenza alla realtà.

Ōshima, ad esempio, con Racconto crudele della giovinezza (1960) narra, attraverso una storia criminale, la disillusione delle nuove generazioni in una società oppressiva come quella giapponese. Così come con il successivo Notte e nebbia del Giappone, sempre del 1960, analizza la condizione di grave crisi in cui si trovava, in quegli anni, la sinistra nel paese.

Successivamente Ōshima realizzerà, con produzione francese e dopo quattro anni di inattività, una pellicola divenuta famosissima: Ecco, l’impero dei sensi (1976). Attraverso la vicenda dell’amore fatale fra la giovane Abe Sada e il suo datore di lavoro Kichi “San”, Ōshima mette in scena una vicenda tratta da una storia realmente accaduta qualche decennio prima in cui Eros e Thanatos si compenetrano in una vicenda dall’alto contenuto erotico. Cosa che gli creò non pochi problemi con la severa censura giapponese e un processo per offesa alla pubblica morale.

Tuttavia, non intimorito dai problemi che il film gli aveva creato gira, due anni più tardi, L’impero della passione, un’altra pellicola dalla dirompente carica erotica in cui la passione sessuale sfocia nel crimine.

Nel frattempo Imamura, prendendo a soggetto le fasce più basse della popolazione, realizza, dopo alcune pellicole girate sul finire degli anni Cinquanta, Porci, geishe e marinai (1961). Al di là del brutto titolo italiano (la traduzione del titolo originale dovrebbe essere “Porci e corazzate”), si tratta di un film ambientato presso una base americana in Giappone in cui viene installata, da parte di una banda di yakuza, un commercio illegale di carne di maiale. Un animale che, in questo caso rappresenta, per il regista, una metafora di ciò che i giapponesi sono diventati, venduti agli occupanti americani e senza più dignità.

Successivamente, con Cronache entomologiche del Giappone (1963) Imamura affronta il tema della condizione femminile nel suo paese attraverso la drammatica vicenda di una donna costretta a prostituirsi per poter sopravvivere.

Dal canto suo, Suzuki Seijun, attivo sin dalla metà degli anni Cinquanta, si specializzerà in film d’azione ambientati nel mondo contemporaneo della yakuza, fra cui, i più famosi, sono Deriva a Tokyo, conosciuto anche come Il vagabondo di Tokyo (1966) e La farfalla sul mirino (1967).

Un ventennio di decadenza

A partire dalla metà degli anni Sessanta, con la diffusione di massa della televisione nelle case dei giapponesi che ebbe, come conseguenza, una drastica riduzione del numero di spettatori nelle sale cinematografiche, l’industria del cinema entra in profonda crisi, con il progressivo fallimento di molte case di produzione.

Nel tentativo di non soccombere, verso la metà dei Sessanta, vengono lanciati i cosiddetti pinku-eiga (letteralmente: “film rosa”), cioè film erotici che sfiorano il confine con la pornografia. Fra i principali registi di questo filone va citato soprattutto Wakamatsu Kōji.

Regista estremamente prolifico (in circa quarant’anni di carriera ha realizzato oltre cento lungometraggi), Wakamatsu utilizza il sesso e la violenza per ragionare sul degrado della società giapponese.

In occidente Wakamatsu non è molto conosciuto, se non nei circuiti di appassionati cinefili e, della sua sterminata produzione, poco o nulla è arrivato a noi. Tra le pellicole giunte sui nostri schermi (grazie anche all’appassionata opera divulgatrice di Enrico Ghezzi nel suo “Fuori orario”) ricordiamo Angeli violati (1967), Vagabondo del sesso (1967), Omicidio di un uomo, omicidio di una donna: pallottola nuda (1969), Su su per la seconda volta vergine (1969).

Caterpillar (2010) uno dei suoi ultimi film, ha ricevuto l’Orso d’argento per la miglior attrice (Terajima Shinobu) al Festival di Berlino.

In un periodo estremamente difficile, a tenere alta la bandiera del cinema giapponese in questo ventennio ci penseranno i grandi maestri.

Kurosawa realizza, grazie anche a produzioni straniere, Dersu Uzala – Il piccolo uomo delle grandi pianure (1975) che gli vale l’Oscar come miglior film straniero, Kagemusha – L’ombra del grande guerriero (1980) e Ran (1985), trasposizione del Re Lear ambientato nel Giappone feudale.

Ōshima, dopo aver realizzato gli scandalosi Ecco, l’impero dei sensi e L’impero della passione, gira Furyo (1983) con l’icona rock David Bowie, altro film in cui è molto presente la componente sessuale che, in tal caso, si intreccia in maniera forte, con la guerra.

Infine Imamura realizza il già citato La ballata di Narayama con il quale vince la Palma d’Oro a Cannes, battendo proprio il Furyo di Ōshima.

Gli anni Novanta: Kitano Takeshi

In Europa il fenomeno Kitano (noto anche con lo pseudonimo di Beat Takeshi) esplode nel 1997 con la vittoria – e conseguente consacrazione –  del Leone d’Oro a Venezia con il bellissimo e malinconico Hana-Bi – Fiori di fuoco. Storia di Nichi, ex poliziotto (interpretato dallo stesso regista) dai modi bruschi e spesso oltre le regole, perseguitato dagli strozzini della yakuza. Al contempo, Nichi vive il dramma della moglie, malata terminale di cancro. La scena finale del film, con l’addio alla sua amata su una spiaggia deserta e, in lontananza, una bambina che fa volare in cielo un aquilone, con l’accompagnamento di una musica struggente, perfetta per l’occasione, è una delle scene più poetiche che il cinema abbia mai concepito.

Eppure la carriera di Kitano, che arriva dalla televisione in cui svolgeva il ruolo di comico e di presentatore, inizia alla fine del decennio precedente. Del 1989 è, infatti, Violent Cop , un film in cui già si prefigurano le commistioni tipiche del regista, dove violenza e poesia convivono in perfetto equilibrio.

A seguire, dopo la parentesi poetica di Silenzio sul mare (1991), Kitano torna alle sue tematiche preferite con Sonatine (1993), ambientato nel mondo violento della yakuza, un ambiente che ritornerà, oltre al già citato Hana-bi, in Brother (2000) e nel trittico Outrage (2010), Outrage Beyond (2012) e Outrage Coda (2017). In mezzo, vari film con tematiche diverse ma tutti accomunati dall’identico afflato poetico. Fra questi, L’estate di Kikujiro (1999), Dolls (2002) e Zatōichi (2003).

Lo Studio Ghibli e i film d’animazione di Miyazaki Hayao

Lo studio di film d’animazione Ghibli venne fondato nel 1985 da Miyazaki Hayao, Takahata Isao, Suzuki Toshio e Tokuma Yasuvoshi. Sicuramente fra i quattro il nome di maggior spicco è quello di Miyazaki, autore di film acclamati dalla critica e amati dal pubblico sia giapponese, sia occidentale.

Attivo sin dagli anni Settanta, Miyazaki realizza i suoi primi lungometraggi per la Ghibli a partire dalla metà degli anni Ottanta. Il suo primo film, Laputa – l castello nel cielo è del 1986. Ma il suo primo, grande successo di pubblico è stato Kiki – Consegne a domicilio (1989) trionfatore al botteghino in Giappone con oltre due milioni di spettatori.

Per Miyazaki il grande successo in Occidente arriva nel 2001, con il bellissimo La città incantata, trionfatore a Berlino con l’Orso d’Oro e, giustamente, considerato il capolavoro del regista.

Attraverso la storia della piccola Chihiro e dei suoi genitori che, dopo aver sbagliato strada, a causa della loro ingordigia, vengono trasformati in maiali, mentre la bambina si ritrova in una città abitata da spiriti.

Chichiro si ritrova così da sola, catapultata in un mondo magico dominato da mostri che divorano tutto ma adorati perché producono ricchezza, con fiumi sommersi dall’immondizia o dal cemento. La città incantata rappresenta un viaggio di formazione per la piccola protagonista che, al termine del suo percorso ritrova i genitori, nel frattempo ritornati umani. Risalendo in macchina con loro per dirigersi verso la meta iniziale, si ritroverà più grande e consapevole di aver fatto un passo in avanti verso la maturità.

A seguito del successo internazionale di questo film, sono state proposte al pubblico occidentale buona parte delle opere precedenti di Miyazaki: Il mio vicino Totoro (1988), Kiki – Consegne a domicilio (1989), Porco Rosso (1991), La principessa Mononoke (1997).

Nei film di Miyazaki sono riconoscibili alcuni filoni tematici ricorrenti. In particolare è sempre ben presente il tema ecologista, diretta derivazione dalla cultura shintoista con cui il regista è stato cresciuto, che prevede una visione non antropocentrica, bensì l’equilibrio fra uomo e universo.

In secondo luogo Miyazaki rifiuta di catalogare i suoi personaggi in buoni e cattivi, come avviene al contrario in molti film animati occidentali. I suoi personaggi sono figure assai complesse, con sentimenti contrastanti che li rendono molto più vicini alla realtà di quanto non lo siano, ad esempio, i personaggi di Walt Disney.

Inoltre, i suoi film hanno una componente “femminista” molto sviluppata. In molti casi le donne svolgono un ruolo da protagonista, ma anche laddove non lo sono, si tratta, comunque, di figure forti che ribaltano gli stereotipi di genere molto presenti nei film d’animazione giapponese.

Dopo il grande successo di La città incantata Miyazaki realizza Il castello errante di Howl (2004) e Ponyo sulla scogliera (2008) e, ultimo film da lui diretto sino ad ora, Si alza il vento (2013), tratto dall’omonimo manga (fumetto) realizzato dallo stesso regista.

Nel 2005, infine, la Mostra del Cinema di Venezia gli tributa il Leone d’Oro alla carriera, il primo nella storia destinato a un regista di animazione.

Gli anni Duemila

Il nuovo secolo porta, nel cinema giapponese, una ventata d’aria fresca, anticipata dai grandi successi di Kitano Takeshi. Nuovi registi si affiancano a quelli già in attività e iniziano a farsi conoscere in tutto il mondo.

Oltre a Takita Yōjirō, per altro già attivo sin dai primi anni Ottanta e che, con il suo Departures (2008), vince l’Oscar come miglior film straniero, sono due i nomi che si affacciano prepotentemente alla ribalta. Koreeda Hirokazu e Hamaguchi Ryusuke.

Koreeda Hirokazu esordisce dietro la macchina da presa intorno alla metà degli anni Novanta, dapprima come documentarista e poi, nel 1995, con Maborosi, suo primo lungometraggio. Nel suo cinema una particolare attenzione viene data ai legami personali e, in particolare, a quelli familiari tra genitori e figli. Come accade ad esempio in Father and Son (2013):  due coppie crescono, a causa di uno scambio di neonati, un figlio che non è veramente il loro.

La famiglia compare anche in  Little Sister (2014) che racconta una storia di inclusione in cui tre sorelle, alla morte del padre che le ha lasciate molti anni prima, fanno la conoscenza – e accettano fra di loro – della sorellastra.

Per arrivare a Un affare di famiglia (2018), film che gli è valsa la Palma d’Oro a Cannes. Il film affronta il tema della disgregazione familiare e della riunificazione, attraverso le vicende di una famiglia estremamente povera dedita a piccoli furti che accoglie una bambina sperduta e impaurita, che diventa parte integrante della famiglia. Anche in questo caso, seppur in maniera diversa, Koreeda introduce l’elemento dell’inclusione, come già accaduto in Little Sister.

Infine, il tema della famiglia allargata viene riproposto anche in Broker (2022), ultima fatica di Koreeda, presentata a Cannes 2022 e ambientato, anziché nel natio Giappone, nella vicina Corea del Sud.

Drive My Car

Per chiudere questa rapida e non esaustiva carrellata su oltre cento anni di storia di cinema in Giappone, è doveroso, infine, citare Hamaguchi Ryûsuke, stella nascente del cinema giapponese, trionfatore all’ultima edizione degli Oscar con il suo Drive My Car (2021) tratto da un racconto dello scrittore Murakami Haruki.

Nel film della durata di circa tre ore Hamaguchi affronta la storia di Kafuku Yûsuke, un attore e regista teatrale che, dopo l’improvvisa morte della moglie, entra in crisi, anche a seguito della scoperta avvenuta per caso del  tradimento della donna.

Dopo circa quaranta minuti di prologo la scena si sposta due anni più tardi, quando Yûsuke accetta di tornare sulle scene per dirigere lo “Zio Vanja” di Anton Čechov per il Festival della Cultura di Hiroshima. Nonostante l’iniziale sua contrarietà accetta come autista della sua amata Saab rosso fuoco Misaki, una taciturna e strana ragazza.

E, nonostante l’iniziale diffidenza, fra i due si instaura un rapporto che, col procedere del film, si trasforma in qualcosa di simile a quello che ci può essere fra un padre e una figlia.

Fra tante parole e anche molti silenzi il film di Hamaguchi riflette in maniera estremamente delicata su tematiche quali il rapporto fra il passato e il presente e la reale funzione della parola. Significativo il fatto che ognuno degli attori prescelti a interpretare lo “Zio Vanya” reciti, nelle lunghe ed estenuanti prove, una lingua diversa, dal filippino, al giapponese, addirittura alla lingua dei segni parlata da un’attrice sordomuta. E che nei lunghi tragitti in macchina Yûsuke non faccia altro che risentire più e più volte le cassette sulle quali era stata registrata la voce della moglie defunta che recita le battute del testo del grande drammaturgo russo.

Con Hamaguchi Ryûsuke – che per altro aveva già vinto l’Orso d’Argento a Berlino con il precedente Il gioco del destino e della fantasia (2021) – si conferma e continua la tradizione del Sol Levante, che ha saputo offrire al pubblico di tutto il mondo capolavori assoluti della cosiddetta settima arte.

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