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‘Criminal’ la recensione della serie crime Netflix

La serie antologica realizzata da Netflix e ambientata in una sola location: la stanza degli interrogatori, dove crolla ogni menzogna, contraddizione e fragilità

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Prodotta da Netflix e distribuita sulla piattaforma streaming nel 2019, Criminal è una serie antologica creata da George Kay (già sceneggiatore e ideatore di Killing Eve e Lupin) e Jim Field Smith (regista della serie comedy soprannaturale Truth Seekers di Amazon Prime).

Sceneggiatori, registi e interpreti cambiano in base al paese in cui sono ambientate le storie.

Criminal: Il concept

Sì, perché, sebbene il concept iniziale sia unico, le vicende della serie, che si distingue per forma e contenuto nella vasta gamma delle proposte del genere crime, si svolgono in quattro paesi diversi: Regno Unito (diretto dallo stesso Smith), Francia (Frédéric Mermoud), Spagna (Mariano Barroso) e Germania (Oliver Hirschbiegel).

Tre episodi per nazione, esclusa la Gran Bretagna dove hanno luogo otto episodi, suddivisi in due stagioni (la seconda stagione di Criminal: Regno Unito, è stata distribuita nel 2020). Si tratta così, in realtà, di quattro serie differenti e autonome, che hanno però la stessa identica costruzione.

Criminal: un’unica location

Nonostante la diversa ambientazione geografica, che idealmente dovrebbe spostare il racconto in terre differenti, le riprese sono state tutte effettuate all’interno dell’hub degli studi televisivi di Ciudad de la Tele, a Madrid. Qui è stato ricostruito il set della stanza degli interrogatori, unica location di tutto l’arco narrativo.

In ogni episodio, che come titolo porta il nome proprio del sospettato di turno, ritornano sempre gli stessi elementi di scena: un tavolo, quattro sedie, pareti asettiche, luci fredde, il classico vetro a specchio delle sale interrogatori, la brocca dell’acqua. Dettagli piccoli, ma rilevanti in una serie televisiva che gioca con la ripetizione di un meccanismo sempre uguale.

Gli attori, costretti per l’intera durata dell’episodio nei confini esigui della stanza, si trovano a dover interagire unicamente con lo spazio vitale che possono abitare e con gli oggetti ivi presenti.

Straordinaria bravura degli interpreti

Gioco forza, in un prodotto limitato dalla chiusura in un ambiente unico, la recitazione degli attori e le loro interpretazioni divengono il punto centrale su cui si regge l’intera serie. Si ha  l’impressione dunque di assistere a uno spettacolo teatrale,  in una messa in scena rarefatta, che cattura e coinvolge lo spettatore.

Le inquadrature si stringono spesso sui primi piani degli attori, per avvicinare alla psicologia del personaggio. Punti macchina volutamente non in asse, per creare una sensazione di fastidio alienante, nei momenti più drammatici.

Le dinamiche attoriali si ripetono uguali per ogni episodio: nella stanza vi sono sempre l’indagato/a, i detective e l’avvocato. Per non cadere nella piattezza di questa forma, sono stati scelti alcuni fra i volti più noti e talentuosi del cinema e del teatro nazionale (relativamente all’ambientazione).

Per esempio: David Tennant (Doctor Who) Hayley Atwell (Avengers), Kit Harington (Games of Thrones), Sylvester Groth (Dark), Peter Kurth (Good Bye, Lenin!, Un valzer fra gli scaffali), Imma Cuesta (Tutti lo sanno), Emma Suarez (Julieta), Nathalie Baye (Effetto Notte, Laurence Anyways, È solo la fine del mondo) e tantissimi altri.

Siamo davanti a un vero cast d’eccezione.

La trama

La storia inizia ogni volta in medias res. Allo spettatore è affidato il compito di ricostruire gli antefatti che hanno portato lì l’interrogato, capire quale sia la verità che si sta cercando, decostruire le menzogne.

Le storie si dipanano in ambienti narrativi, separati (fisicamente e metaforicamente) dal vetro a specchio della stanza. Una luce rossa circonda il vetro della sala attigua a quella degli interrogatori, dove il resto della squadra del dipartimento assiste ai colloqui, costruendo le proprie ipotesi, esattamente come il pubblico. Una luce bianca, invece, per la sala interrogatori stessa, dove  il dramma giunge all’acme, rivelando la verità. Il colore rosso del neon, rimanda al sipario teatrale, che divide realtà e finzione.

Si trova spazio anche per la costruzione dei personaggi ricorrenti (i poliziotti), che tratteggiano, insieme ai colpevoli, dipinti di umanità, paure, fragilità, contraddizioni. È una grande sfilata di esseri umani.

Format, diversità culturali e questioni sociali

L’esperimento dimostra che lo stesso format può adattarsi in paesi diversi, non solo funzionando, ma facendo emergere anche i tratti tipici della cultura di riferimento. Spiccano dunque la solidità narrativa della versione francese, l’austerità e i toni più cupi di quella tedesca, tratti più coloriti, eccentrici ed emozionali per quella spagnola e la compostezza formale e la magistrale presenza scenica in quella britannica.

Nelle trame vi sono spesso riferimenti a eventi storici del paese, come la strage al Bataclan (per la Francia) e la caduta del Muro di Berlino (per la Germania). Vanto di questa serie, inoltre, è anche la scelta di parlare di importanti tematiche sociali, come l’immigrazione, la violenza domestica, la discriminazione di genere. La serie indaga anche i sentimenti più profondi dell’animo umano.

Conclusioni

Un’opera coraggiosa, che si è sobbarcata il rischio di sprofondare nell’eccessiva ridondanza e di andare nella direzione opposta rispetto ai gusti del pubblico, ormai abituati alla spettacolarizzazione della messa in scena e dei grandi investimenti produttivi.

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Criminal

  • Anno: 2019
  • Distribuzione: Netflix
  • Genere: Crime, Giallo
  • Nazionalita: Regno Unito, Francia, Germania, Spagna
  • Regia: Jim Field Smith, Mariano Barroso, Frédéric Mermoud, Oliver Hirschbiegel