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Approfondimenti

Cinema e Radio: fratelli della modernità

Cinema e radio hanno condiviso la nascita e poi il percorso fino al digitale che segna la nostra vita quotidiana. Il cinema spesso ha raccontato il mondo della radio, cementando un legame tra i due che resiste ancora.

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Il 1895 è l’anno d’oro per la comunicazione di massa. Nascono il cinema e la radio. Il fatto di essere coetanei non ha però riservato loro le stesse vesti e gli stessi percorsi di sviluppo.

Il cinema ha esordito nei caffè e nelle fiere e ha subito trovato il suo terreno elettivo nella narrazione: proponeva, dietro pagamento di un biglietto, spettacoli di finzione riprodotti con tecnologie specifiche. Consolidato questo aspetto ha attraversato varie innovazioni tecniche e linguistiche: il colore e il sonoro oppure il montaggio, per quel che riguarda il linguaggio.

La radio ha attraversato un percorso più complesso ma che non ha scalfito la sua capacità di mantenere il suo ruolo sociale. All’inizio era telegrafo: trasmissione di segnali in codice Morse, specie dalle navi. Funzione resa tristemente celeberrima dalla vicenda del Titanic come mostrato nell’omonimo film di James Cameron. Ha saputo adattarsi ai cambiamenti, vedersela con la sua “sorella vedente” (o sua figlia), la TV: questa ha provato a sostituire la radio proponendo un connubio tra suoni e immagini molto più gradevole per le famiglie che vi si raccoglievano intorno (talvolta anche creando gruppi di visione non essendo ancora diffusa in modo capillare). È diventata l’unico vero focolare domestico. La radio però non ha ceduto facilmente. Ha sostituito le sue grosse valvole con i transistor e così non solo si è miniaturizzata ma anche staccata dalla presa di corrente elettrica (ora poteva essere alimentata a batterie). Così diventa il primo dispositivo elettronico personale (non più collettivo), l’antenato dell’iPod, passando per il Walkman (Sony); è diventata autoradio per essere ascoltata nelle automobili; ha accolto la musica.

Il cinema comincia a sentire

Nel corso del novecento, dunque, c’è stata una interessante dialettica tra i mezzi di comunicazione audiovisivi. Il cinema e la radio si compensavano tra loro e cercavano di rubarsi il posto a vicenda: l’uno aggiungendo quello che mancava all’altro per essere completo.

Il cinema ha integrato a un certo punto della sua storia il suono, la televisione aveva cercato di porsi in competizione con la radio proprio su questo terreno, in una dimensione sociale molto diversa. E rompendo il patto di non belligeranza con la radio. “The Jazz Singer” di Alan Crosland (prima proiezione a New York nel 1927) e “The Singing Fool” sono i primi film “parlati” della storia. In entrambi è presente Al Jonson e le parti sonore sono proprio sue canzoni (musicate e cantate). Il vero parlato è circa un minuto durante l’esecuzione della canzone “Blue skies”. Il cinema italiano acquista il suono con “La Canzone Dell’amore” di Gennaro Righelli (1930). Con questi film il cinema mostra i muscoli e prova a sfidare la radio sul suo terreno: la musica. Proprio questo spinge la TV (una radio con le immagini).

Cinema e radio si raccontano sullo schermo

Il cinema però ha anche raccontato il mondo della radio. Ha contribuito a esaltare la grandezza della radio e a mitizzarla creando un immaginario che ancora oggi non è scalfito. Diversi film hanno scelto come personaggio principale la radio. E la radio ha trasmesso contenuti cinematografici. Oggi accade con “Il cinema alla radio” su Radio Rai 3. Ma a partire dal 1929 la NBC manda in onda un programma in cui si descrivono e narrano i film con una colonna sonora, senza spoiler sul finale per non rovinare la visione cinematografica.

Nel 1938 alla vigilia di Halloween Orson Welles trasmette “The Invasion Of Mars” sull’americana CBS. Si tratta di un brano di teatro radiofonico ispirato al romanzo di Geroge Wells “La Guerra Dei Mondi”. Il brano narrava l’invasione marziana della Terra. Il panico degli ascoltatori connessi, magari in ritardo rispetto all’inizio della trasmissione, è ancora leggendario. L’evento è ricostruito nel film “La Notte in cui lAmerica Ebbe Paura” di Joseph Sargent e di cui si fa una piccola ricostruzione anche in un passaggio del film “Radio Days” di Woody Allen: due amanti sono bloccati in macchina nella nebbia e alla radio parte il radiodramma di Welles.

Radio Days, attori, regista e riassunto del film

Cinema e radio nell’immaginario comune

Radio Days è il film sulla radio probabilmente più eloquente. Racconta l’America del primo Novecento all’arrivo della modernità: il divertimento dilaga e il cinema diventa la più importante attrazione; c’è Coney Island, simbolo del divertimento moderno con le sue mille luci, i cartelloni luminosi. Questo è il contesto moderno in cui la radio si diffonde.

La radio era sempre accesa a casa mia”

I bambini venivano educati grazie alla radio, anche se nel film il padre del protagonista rimprovera il ragazzo proprio perché è sempre all’ascolto della radio (un po’ come oggi avviene con le consolle di videogiochi). La radio trasmette storie per bambini: il vendicatore mascherato diviene l’idolo di tutti i ragazzi. E nelle famiglie ognuno ha i suoi programmi preferiti. Il film mette in evidenza anche la differenza dei linguaggi tra radio e cinema, tra fratello vedente e “sorella cieca” (Menduni): la radio racconta la storia di un giocatore di baseball ma il film nella sua diegesi deve mostrare delle immagini in didascalia; un ventriloquo parla in radio ma non c’è modo di sapere che davvero sia così, si può solo immaginare. È questa la magia della radio. Permette di costruire nella mente immagini a partire dai suoni.

Ci sono cose che non funzionano alla radio”

(Good Morning Vietnam, si veda più avanti)

In Radio Days il protagonista immagina i suoi genitori ospiti alla radio, li immagina come delle celebrità. Questo era un altro carattere dei mezzi di comunicazione di massa: portare il privato nel pubblico, offrire spazi per confidarsi con tutto il mondo in ascolto. Già Zavoli, con il programma “Clausura”, aveva portato i microfoni dentro un convento di suore, luogo inaccessibile fino a quel momento.

La radio che parla

Il film “Talk Radio” è tutto incentrato su questo ruolo di confidente svolto dalla radio. Al programma “Voci nella notte” gli abitanti di Dallas chiamano e semplicemente si sfogano. Anche contro la radio, talvolta.

parlate alla radio perché […] le persone non parlano più tra di loro”.

Il conduttore lancia le sue invettive contro la società e il pensiero comune. Un Cruciani ante litteram. Alla fine però decide di stare in silenzio e di violare la più importante regola radiofonica: interrompere il caratteristico flusso in cui l’ascoltatore può inserirsi in qualunque momento della giornata e qualunque cosa stia facendo (la funzione connettiva della radio). Siamo negli anni Ottanta e si mostrano tutte le attrezzature radiofoniche del periodo, lo studio e la regia, con il vetro tra le due zone.

La radio, insomma, parla alle persone comuni. È l’esposizione dei drammi catturati direttamente dalla gente comune. In questo contesto si sviluppa anche il genere della candid alla radio, negli USA. Il corrispettivo cinematografico che racconta l’evoluzione dalla candid a Grande Fratello è “The Truman Show”.

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Il tamburo tribale

La radio comincia poi a svolgere le veci di un tamburo tribale (McLuhan), smette di essere ascoltata dalla famiglia e comincia ad essere uno strumento personale, grazie alla sua miniaturizzazione progressiva. La TV arriva nei salotti e la radio finisce sotto i cuscini dei ragazzi che come una tribù, appunto, ascoltano le loro trasmissioni preferite dalle camerette. La radio, in altre parole, comincia a esercitare una importante funzione identitaria. Il film “I Love Radio Rock” mostra proprio questo. Il rapporto tra ascoltatori e speaker radiofonici è fortemente cementato dalla musica e dalle voci ormai inconfondibili dei DJ. La voce ha le stesse caratteristiche della musica e come questa viene assimilata dagli ascoltatori. Nel film le voci dei DJ lanciano gli ultimi messaggi prima che la radio chiuda o la nave dalla quale trasmette affondi (è una radio pirata): lo speaker con l’acqua alla gola ancora parla al microfono ai suoi ascoltatori.

I Love Radio Rock - Film Consigliati

La radio pirata e la radio privata

Le radio pirata trasmettevano da vecchie navi in acque internazionali, ma vicino alle coste inglesi. Rappresentavano la trasgressione. Anche musicale. Il rock era la musica che trasmettevano e questo costrinse anche le radio pubbliche (BBC pioniera) a considerare quelle proposte musicali per il loro pubblico; talvolta a considerare proprio l’idea di proporre musica, visto che non era praticamente presente nei palinsesti. Radio Veronica e Radio Caroline erano le due radio pirata più importanti, concorrenti della storica Radio Luxembourg.

Radio pirata ma anche radio private. Queste erano protagoniste nell’affermazione della libertà di espressione soprattutto politico-sociale. Radio “di movimento” come le chiamava Umberto Eco. In Italia la radiofonia privata è raccontata da due film: “Radiofreccia” di Luciano Ligabue e “I Cento Passi” (con Radio Aut creata da Peppino Impastato) di Marco Tullio Giordana.

[…]le radio libere”

libere da cosa?”

libere”

(Radiofreccia)

Poche attrezzature e si è in grado di trasmettere. Fino a che arrivano gli sponsor per necessità della radio (e del mercato): bisogna passare da due ore di trasmissione a tutto un pomeriggio. Si apre il varco alle radio commerciali e così alla televisione. La radio diventa, nel film Radiofreccia, il simbolo di una gioventù provocatoria, ribelle, di una “Gioventù Bruciata”, per citare il film manifesto dell’individualismo dei giovani americani degli anni Cinquanta. Invece “American Graffiti” di George Lucas, ambientato nei Sessanta, mostra un abbandono della trasgressione dei giovani. La radio diventa la “voce degli dei” delle loro vite e il messaggero è Lupo Solitario (ispirato a Wolfman Jack che trasmetteva da una radio pirata in Messico).

La radio partecipativa

Un’altra funzione della radio è quella partecipativa: essere radio di servizio, informazione, aggiornamento. Lo speaker ci fa partecipare, con le informazioni che ci dà, alla vita sociale e politica del Paese. Dalla mattina dando la sveglia e nel corso di tutta la giornata. “Good Morning Vietnam” è il titolo del film di Barry Levinson con Robin Williams, e anche il grido di sveglia che urla nel microfono lo speaker della radio militare a tutto il suo esercito. Il film è ispirato alla vera storia di un DJ di una radio militare che trasmetteva nel 1965 da Saigon. Manda in onda musica moderna in luogo della Polka d’ordinanza e ribalta completamente le abitudini consolidate di dare solo bollettini seri, il piglio diventa quello comico. A un certo punto però esplode l’orrore della guerra, nelle immagini del film e la radio diventa uno strumento eversivo: la guerra in Vietnam era fortemente avversata dalla popolazione americana e non si doveva sapere molto della guerra vera. Sulle note di “What a wonderful world”, ironicamente scorrono le immagini delle bombe.

Cinema e radio tra guerre e regimi

In Italia il ministro della cultura popolare Pavolini fece un discorso nel 1942 ai soldati parlando proprio della radio che “fa da giornale quotidiano, dà il bollettino che è la cosa più importante della giornata […] vi fa da posta […], canta per voi”. L’uso della radio come megafono del regime è raccontato anche nel film “Una Giornata Particolare” di Ettore Scola con Sofia Loren e Marcello Mastroianni. La radio è un oracolo consultato per conoscere la realtà. Nel film “Tutti a Casa” di Luigi Comencini con Alberto Sordi si dà il comunicato radiofonico dell’armistizio l’8 Settembre 1943. Anche l’annuncio del referendum del 1946 sulla forma monarchica o repubblicana dello Stato venne fatto alla radio e ce lo racconta il film “Una Vita Difficile” di Dino Risi, sempre con Alberto Sordi.

In guerra e nei regimi totalitari la radio ha un ruolo decisivo: educare, informare, intrattenere (secondo il regime dominante del momento). Le radio propagandistiche del fascismo e del nazismo rappresentano la massima espressione autoritaria di questi principi. Già Radio Luxembourg era stata utilizzata per la propaganda nazista verso l’Inghilterra.

Alla radio viene annunciato l’attacco di Pearl Harbor in “Radio Days” e i giapponesi diventano i cattivi delle storie trasmesse. In “Talk radio” gli ascoltatori sollevano dubbi sulla veridicità degli orrendi avvenimenti dell’olocausto, il DJ riceve una bandiera nazista in quanto ebreo, insieme a minacce varie. In “Jackob Il Bugiardo” di Peter Kassovitz con Robin Williams il protagonista rinchiuso in un campo di concentramento ascolta fortuitamente alla radio dei nazisti un bollettino di guerra in cui si dice che l’armata rossa si sta avvicinando per la liberazione. Nel corso di tutto il film pagherà le conseguenze di questa circostanza casuale: dalla Gestapo agli altri internati, con obiettivi opposti, riceve persecuzioni per aver deciso di stare al gioco facendo credere di avere una radio nascosta, vietata nel campo. La storia di questa radio misteriosa ha anche un risvolto poetico. La radio del film è elettrica, di quelle con le grosse valvole.

Conclusioni

È interessante notare come il cinema abbia parlato molto spesso della radio. Come se dalla nascita, quasi fossero fratelli gemelli, non si fossero più lasciati. Si sono scambiati materiale, l’uno ha imparato il linguaggio dell’altra. Hanno dominato tutto il loro secolo e ancora oggi, entrambi, rappresentano un intrattenimento imprescindibile nella vita quotidiana di ognuno. E entrambi hanno accolto le ultime necessarie trasformazioni con il digitale: il cinema con le piattaforme on demand e la radio con la formula della web radio. Continuano, tenendosi per mano, il loro percorso nei media contemporanei e ci danno ancora il piacere dell’intrattenimento culturale che a vario titolo forgia la nostra vita quotidiana.

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