In attesa di trovare una quadra nell’odisseica ricerca di un finale per la loro saga sullo Spiderverse, Phil Lord e Christopher Miller tornano al live-action con L’Ultima Missione: Project Hail Mary, quello che per i due statunitensi è il primo vero approccio alla fantascienza, in un adattamento dell’omonimo romanzo di successo di Andy Weir.
Sulla locandina e sull’intero marketing del film svetta la presenza totalizzante di Ryan Gosling, capace di farsi carico con le sue sole forze recitative di questa fondamentale missione cosmonautica per la salvaguardia del nostro pianeta. Sarà in grado di portare la nave (spaziale) in porto?
Il film è prodotto da Amazon MGM Studios e dalla casa di produzione dei due registi Lord Miller, con la distribuzione italiana ed internazionale affidata a Sony Pictures.
La Trama de L’Ultima Missione: Project Hail Mary
L’insegnante di scienze Ryland Grace (Ryan Gosling) si sveglia su un’astronave lontana anni luce da casa, senza alcun ricordo di chi sia o di come sia arrivato lì. Man mano che la sua memoria ritorna, inizia a comprendere la propria missione: risolvere l’enigma della misteriosa sostanza che causa l’estinzione del Sole, i cosiddetti <<astrofagi>>.
Per far ciò, deve fare appello alle sue conoscenze scientifiche e alle sue idee poco ortodosse per salvare l’intero pianeta Terra dall’estinzione… ma un’amicizia inaspettata lo aiuterà ad affrontare questa minaccia galattica non da solo.
Le leggi che regolano l’Universo

Le prime istantanee de L’Ultima Missione: Project Hail Mary, ci invitano ad osservare l’iniziale stato di alienazione dalla realtà che vive il povero professor Grace, incapace di trovare risposta e sicurezze sia nei propri ricordi che nello spazio circostante.
Una situazione di straniamento non dissimile da quella che vive adesso il cinema della coppia Lord e Miller, dapprima arditi sperimentatori nelle sconfinate libertà concesse dall’animazione già contemplate in The Lego Movie e nei due film animati dell’Uomo Ragno, ed ora trasportati in un universo “vero”, apparentemente irrigidito dai principi e postulati fisici fondamentali.
Un nuovo campo da gioco che, però, non suscita disinteresse, tutt’altro. Colpisce, infatti, la tranquillità con cui i due registi costruiscono una iniziale narrazione più introspettiva, che pare muoversi su direzioni già intraprese dall’interessante Moon di Duncan Jones diciassette anni prima, per poi deviare sempre più verso un sagace buddy movie ambientato nello spazio profondo.
Ciò ne è croce e delizia, mostrando pecche e debolezze di un primo atto molto terra-terra e claudicante nel rendere interessante quello che è l’inizio e preparazione della Missione Hail Mary, per poi spostarsi su lidi assai più rosei e toni più distintamente comici e bonaccioni, tipici della filmografia del dinamico duo, nel momento in cui l’anomalia extra-terrestre entra in scena.
La fascinosa idea di Universo che vien fuori non è dunque fondata su follie visive o presuntuose analisi dell’individuo, bensì su l’attenzione filmica che viene data all’inusuale rapporto <<umano>> che progressivamente unisce Grace al corpo estraneo che lo accompagnerà lungo il viaggio, ossia il piccolo, amabile Rocky.
Un legame scalfito nella pietra

Dal momento in cui sulla pellicola appaiono le piccoli mani a gancio della creatura aliena fatta di roccia e gas solidificato, il registro filmico cambia drasticamente. Prima vige la tipica, pellicolare paura e timore dell’infinito ignoto, il preconcetto che dall’altra parte del cosmo vi siano creature ostili e pronte a espandere il proprio dominio a discapito nostro (“Mi sto attaccando a lui, e lui non si è attaccato a me, per fortuna, che era la cosa che mi preoccupava”, ripete al suo diario di bordo Grace).
Poi i primi avvicinamenti grazie alla messa in pratica delle uniche scienze esatte, la musica e la matematica, che divengono non più fredde nozioni che muovono il progresso, ma l’unica forma di linguaggio e connessione possibile con mondi sconosciuti.
Così le prospettive cambiano, l’alieno non fa più paura e vengono fuori coinvolgenti interazioni tra Grace e Rocky, che variano dalla classica gag alle toccanti sequenze di avvicinamento emotivo tra due creature biologicamente agli antipodi.
Col passare del tempo filmico, lo sguardo di realtà fantascientifica passa in secondo piano per dare ampio respiro all’evolversi di questa strampalata amicizia, dettato egregiamente da un Ryan Gosling nuovamente nello spazio dopo la parentesi “armstrongiana” in The First Man – Il Primo Uomo e che si conferma attore completo, in grado di recitar bene pure con i sassi.

Man on a Mission
Il One Man (and a rock) Show di Gosling ritorna progressivamente sulle sponde dell’avventura spaziale man mano che si avvicina alla destinazione finale della missione, e l’elemento fantascientifico torna così preponderante.
Mirabili sono le scenografie di Charles Wood, i design curati da Thomas Brown (sugli scudi la realizzazione della forma aracnoidea di Rocky) ed alcuni sprazzi della fotografia di Greig Fraser, che danno fugace espressione alla necessità di contorsioni e costruzioni di geometrie illogiche a schermo, sempre tanto amate da Lord e Miller.
Una buona commistione che, però, scivola sovente nelle lungaggini oramai classiche del mainstream americano, ben evidente nei cento cinquantasei minuti di durata facilmente ridimensionabili, specialmente in sequenze finali che appaiono più interessate all’accumulazione di falsi finali e ganci narrativi dalla lacrima facile piuttosto che all’arrivare ad un punto di fine.
Ma è altrettanto lodevole il lavoro d’insieme sul montaggio e sulla componente musicale rispettivamente di Joel Negron e Daniel Pemberton, che impacchettano ottimamente una pellicola scorrevole, quasi avulsa da momenti morti e sempre sul pezzo qualsiasi sia la suggestione emotiva che cerca di veicolare.
Un viaggio che, alla fin fine, più che essere una missione di salvataggio del nostro pianeta, sembra essere più una fuga da esso, alla ricerca di un’umanità ed una salvezza spirituale che appare oramai quasi assente nella nostra odierna realtà esistenzialista. Che questa a noi estranea, piccola possibilità di sopravvivenza collettiva possa trovarsi proprio in ciò che è l’Estraneo?