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Approfondimenti

I Nativi Americani nei film. Ombre rosse, incubo bianco e il genocidio di un continente visto attraverso il cinema

I Nativi Americani nei film: una rassegna dei migliori film sui Nativi americani visti “dalla loro parte”, in occasione della Giornata mondiale dei popoli indigeni del 9 Agosto.

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I I Nativi Americani nei film ci raccontano di uno sterminio che arrivò ufficialmente a compimento il 29 dicembre 1890 a Wounded Knee, località del South Dakota nella zona delle Badlands.

Qui la piccola tribù Lakota di Piede Grosso, ormai arresasi e in procinto di deporre le armi, venne massacrata dai soldati dell’esercito americano.

L’episodio, narrato nel libro Seppellite il mio cuore a Wounded Knee (Dee Brown, Mondadori, 1972), sancì la fine delle guerre indiane: il genocidio di un intero popolo era stato portato a compimento.

La maggior parte dei Nativi americani, ormai rinchiuso nelle riserve, da quel momento in poi avrebbe condotto una vita di stenti e privazioni.

Oggi a Wounded Knee esiste un Memoriale che ricorda i morti di quel giorno. Un luogo che, simbolicamente, rappresenta tutti i Nativi sterminati nel corso dei secoli.

Northwest Photo Co., Chadron, Neb

Parte da qui il nostro viaggio attraverso i film che raccontano la Storia osservandola dalla parte degli sconfitti. I Nativi americani che, nonostante tutto, hanno continuato a mantenere la fierezza e la dignità di popolo che mai potrà essere scalfita dai bianchi.

La Riserva di Pine Ridge

Pine Ridge è un film del 2013 realizzato dalla regista danese Anna Eborn, presentato alla 70ª Mostra del Cinema di Venezia. Si tratta di un docufilm ambientato ai giorni nostri che prende il titolo dal nome della riserva dei Lakota Oglala che include anche la località di Wounded Knee.

Eborn ci accompagna all’interno della riserva riprendendo molti dei suoi abitanti nella loro quotidianità. La vita nella riserva è molto dura. Fra le più estese degli Stati Uniti conta problemi di alcolismo, disoccupazione e sovraffollamento.

Qui le giornate scorrono occupandosi dei figli, perdendo tempo durante il giorno o ubriacandosi. Oppure occupandosi del Memoriale per tenere viva una memoria storica che ai più sembra svanire via, giorno dopo giorno.

Quest’opera della Eborn ci pare un buon punto di inizio per parlare di come il cinema, per lo più americano, ha trattato nel corso degli anni il tema degli Indiani d’America, affrancandosi dal cliché dell’Indiano visto come un selvaggio e una minaccia per la civiltà dei bianchi.

I Nativi Americani nei film ad Hollywood

Un tempo i Nativi Americani erano visti da Hollywood come un buon soggetto da sfruttare per un genere – il western – che ebbe dagli anni Trenta sino a tutti i Sessanta, il suo periodo migliore.

Come, ad esempio, in Ombre rosse, il capolavoro che John Ford realizzò nel 1939 in cui gli Apache erano visti come sanguinari che assalivano diligenze e scotennavano i bianchi (cosa per altro neppure del tutto errata, visto che l’”arte” dello scotennamento l’avevano appresa dai messicani, in quanto la presa dello scalpo, fra i Nativi, sino ad allora era una prerogativa delle tribù del nord ovest).

Hollywood non fu tenera con i Nativi Americani. Spesso visti come nemici della civiltà, vennero utilizzati per rappresentare il male. L’ostacolo primario al progresso e all’espandersi della civiltà. Con qualche eccezione, come ad esempio, L’amante indiana (Delmer Daves, 1950) e L’ultimo Apache (Robert Aldrich, 1954), primi film ante-litteram “dalla parte dei Nativi”. Nei quali i pellerossa venivano trattati non più come selvaggi bensì come popolo oppresso e oggetto di profondo razzismo da parte dei bianchi.

Lo stesso John Ford realizzò, nel 1964, Il grande sentiero, in cui un gruppo di Cheyenne rinchiusi in una riserva nelle aride terre del sud degli Stati Uniti decide di affrontare un cammino di duemila miglia per tornare nei propri luoghi di origine.

Gli anni Settanta: una svolta nel western. I primi film “dalla partedei Nativi Americani

Sarà però con Soldato Blu (Ralph Nelson, 1970) che il cinema virerà definitivamente verso pellicole che raccontano in maniera più realistica ciò che fu il massacro di intere popolazioni di Nativi.

Il film di Nelson, che nonostante gli anni mantiene ancora intatta la sua forza critica, narra attraverso la vicenda di una donna bianca (Candice Bergen) “liberata” dagli Cheyenne​ con i quali aveva vissuto per anni e ricondotta dal suo fidanzato, un ufficiale dell’esercito, uno dei più efferati eccidi di tribù native inermi.

Si tratta del massacro di Sand Creek, perpetrato nei confronti di una pacifica tribù di Cheyenne guidati dal capo Pentola Nera da parte di una milizia di volontari affiliata all’esercito e comandata dal colonnello Chivington. Più di cento fra donne uomini e bambini morirono trucidati dai miliziani.

Tutto questo è ripreso nel film di Nelson in maniera estremamente cruda e violenta. In molti, in realtà, ci trovarono una violenta denuncia a quanto gli americani stavano in quegli anni compiendo ai danni della popolazione civile nella guerra del Vietnam.

Di fatto Soldato Blu – che ha come colonna sonora la bella canzone Soldier Blue interpretata dalla cantautrice indigena Buffy Sainte-Mary – è stata la prima opera che ha sdoganato la figura del Nativo. Permettendo di superare l’infame affermazione attribuita al generale Philip Sheridan per cui “l’unico indiano buono è l’indiano morto”. In realtà tale frase pare non venne mai pronunciata da Sheridan, bensì da un deputato del Congresso. Ma tutto ciò non cambia l’idea che molti bianchi avevano di quelli da loro definiti semplicemente “selvaggi”.

Sulla scia del film di Nelson, sempre nel 1970 (anno particolarmente fecondo per questo tipo di film), uscirono Piccolo Grande Uomo (Arthur Penn, 1970) tratto dall’omonimo romanzo di Thomas Berger e Un uomo chiamato cavallo (Elliot Silverstein).

Il primo narra la vicenda di Jack Crabb (Dustin Hoffman), un bianco vissuto per anni in una tribù Cheyenne con il nome di Piccolo Grande Uomo, unico sopravvissuto a un altro massacro compiuto dall’esercito degli Stati Uniti. Nell’inverno gelido e innevato dell’attuale Oklahoma, lungo il fiume Washita, il generale Custer lanciò la carica verso il villaggio indifeso di Pentola Nera già scampato, qualche anno prima, al massacro di Sand Creek.

Il personaggio di Piccolo Grande Uomo narrato da Penn è un personaggio di fantasia. Non ha nulla a che vedere con il vero Piccolo Grande Uomo, guerriero degli Oglala Lakota realmente esistito. Il film con Dustin Hoffman ha il merito di proporre al grande pubblico una immagine dei Nativi americani molto diversa da quanto sino ad allora si era visto al cinema.

In Un uomo chiamato cavallo, invece, un aristocratico inglese a caccia nel West (Richard Harris) e rapito da una tribù indigena, ne viene a poco a poco integrato sino a sottoporsi alla cerimonia di iniziazione della Danza del sole.

Il film di Silverstein è concepito in maniera diversa dai precedenti, raggiungendo un grado di elevato realismo grazie al fatto di essere girato per la quasi totalità nella lingua originale Lakota.

Nel 1972 Sidney Pollack firma uno dei suoi film migliori, Corvo Rosso non avrai il mio scalpo! .

Robert Redford è Jeremiah Johnson, un trappeur che sposa una donna indigena che verrà uccisa da una banda di Crow. Jeremiah inizierà così una vendetta personale che lo porterà a confrontarsi con la cultura nativa e con la propria ambizione a vivere in maniera individualistica allo stato brado.

Corvo Rosso non avrai il mio scalpo! si avvale di una regia e di una sceneggiatura (di John Milius e Edward Anhalt) anticonformistiche rispetto ai normali canoni del genere western allora in voga. Vera e propria pietra miliare che proponeva una diversa visione del rapporto stereotipato fra bianchi e nativi.

Il revisionismo del genere western

Quelli citati sono tutti esempi che permettono di comprendere come, specialmente dopo il 1968, il genere western sia stato oggetto di un profondo revisionismo. Non si esaltava più la civiltà bianca. Al contempo, l’epopea del selvaggio West e il mito della nascita di una nazione venivano rivisti, mentre l’immagine dell’indigeno veniva ricollocata in un contesto storico più realistico.

Analogamente alcuni personaggi storici bianchi, considerati sino ad allora miti del West, venivano ridimensionati e riportati, in maniera anche ironica, alla loro dimensione umana. Come il generale Custer in Piccolo Grande Uomo o Buffalo Bill in Buffalo Bill e gli indiani (Robert Altman, 1976).

In particolare, in quest’ultimo film, il mito della frontiera viene relegato a rappresentazione di sé stesso. La prateria è soppiantata da un’arena circense e la figura “eroica” di William Cody, in arte Buffalo Bill, viene scardinata da quella di Toro Seduto, che di quel circo fece parte ma che mantenne una dignità tale che nessuno spettacolo avrebbe potuto demolire.

I Nativi Americani nei film: gli anni Novanta

Dopo un periodo di stasi durato circa un quindicennio, con gli anni Novanta il filone sui Nativi americani acquisisce nuova linfa.

Alcuni film che rinverdiscono la figura del Nativo Americano nel corso della Storia. Altri affrontano il tema, drammatico, della condizione dei Nativi oggi.

Fra i primi il più famoso è, sicuramente, Balla coi lupi (Kevin Costner, 1990), storia del progressivo avvicinamento e rispetto reciproco da parte di un ufficiale dell’esercito e una banda di Lakota. Film nel quale, come già accaduto vent’anni prima con Un uomo chiamato cavallo, i Lakota parlano il loro idioma, con un realismo che rende onore e rispetta la cultura dei popoli indigeni.

La vicenda del tenente John Dunbar, interpretato da Kevin Costner, che diventa amico di Uccello Scalciante interpretato dall’attore Nativo Americano Graham Greene è l’apice di una serie di pellicole che rianimano il filone e che portano sullo schermo figure importanti della storia degli Indiani d’America. Come, ad esempio, Geronimo, capo Apache, raccontato nel film Geronimo (Walter Hill, 1993).

L’ultimo dei Moichani (Michael Mann, 1992) è, invece, la trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo di James Fenimore Cooper, nonché remake di due precedenti pellicole. Ambientato nel 1757 al tempo della guerra dei sette anni tra francesi e inglesi nel nord America, con il coinvolgimento delle popolazioni locali dei Mohicani e degli Uroni, è un kolossal nel quale lo scontro fra culture è il tema dominante. Con un pessimismo di fondo che non risparmia nessuno, né i bianchi colonizzatori, né gli indigeni colonizzati.

Infine, nel 2005, è Terrence Malick a cimentarsi con il tema, realizzando The New World – Il nuovo mondo. Film che tratta la vicenda romanzata di Pocahontas – personaggio realmente esistito appartenente alla tribù dei Powathan – e della sua storia d’amore con il capitano John Smith agli albori del Seicento.

Essere Nativi oggi

Molti film mettono in risalto la condizione dei Nativi americani al giorno d’oggi.

The Exiles, un film a metà fra la fiction e il docufilm realizzato da Kent MacKenzie nel 1961, analizza la condizione di un gruppo di Nativi americani che hanno lasciato la vita della riserva per andare a vivere in città.

Su una struttura molto narrativa il film di MacKenzie segue i protagonisti nel loro vagabondare a Bunker Hill, un sobborgo di Los Angeles, mettendo in luce la loro disperazione di fondo e la perdita delle radici culturali. Uomini e donne che, come dice significativamente il titolo, sono a tutti gli effetti degli esiliati.

Altro lungometraggio ambientato ai giorni nostri è Oltre la riserva (Jonathan Wacks, 1989), un film misconosciuto ma di un certo interesse.

Si tratta di un “on the road” in cui due pellerossa Cheyenne sfruttano un viaggio verso il New Mexico a bordo di una vecchia Buick per cementare un’amicizia e ritrovare più forti di prima le proprie, comuni, radici culturali.

Pochi anni dopo il britannico Michael Apted realizza, in sequenza, il documentario Incidente a Oglala (1991) e il film di fiction Cuore di Tuono (1992).

I due film sono strettamente correlati in quanto Cuore di Tuono è la versione recitata del documentario realizzato l’anno precedente.

In particolare Incidente a Oglala, con la voce narrante di Robert Redford, parte da un fatto di cronaca avvenuto nella riserva di Pine Ridge in cui due agenti dell’FBI vennero uccisi. Apted esegue un lavoro di ricerca sulla povertà dilagante fra i popoli indigeni e l’alto tasso di corruzione che esiste fra i funzionari Nativi.

Il film di Apted rappresenta un grido di accusa nei confronti delle istituzioni governative e della polizia che costruisce prove false pur di accusare degli innocenti.

A oggi l’omicidio dei due agenti non ha mai trovato un vero colpevole. Unico a pagare è stato l’attivista dell’American Indian Movement Leonard Peltier, che a seguito di quell’episodio venne condannato a due ergastoli.

Karpov The Wrecked Train

Nonostante la condanna si basasse su prove chiaramente manipolate e su un elevato numero di irregolarità processuali, da oltre quarant’anni Peltier sta scontando una pena detentiva senza che gli sia mai stata concessa la possibilità di una revisione del processo.

Infine Il coraggioso (1997) di e con Johnny Depp è la triste e agghiacciante vicenda di Raphael, un Nativo che vive con la moglie e i figli in una discarica. Nell’impossibilità di provvedere al sostentamento della famiglia accetta, in cambio di una considerevole somma in denaro, di girare uno snuff movie nel quale, alla fine, verrà torturato e ucciso.

Il film, prima opera registica di Depp, vede anche la partecipazione di Marlon Brando in una delle sue ultime apparizioni. Presentato a Cannes e accolto con giudizi discordanti, non è mai stato distribuito nelle sale ed è disponibile esclusivamente in dvd.

I Nativi Americani nei film: gli anni Duemila

Concludiamo questa carrellata sui film dedicati ai Nativi d’America con due opere recenti.

I segreti di Wind River (Taylor Sheridan, 2017) è un buon poliziesco ambientato nelle gelide e innevate montagne del Wyoming, nella riserva indiana di Wind River. Qui viene rinvenuto il corpo senza vita di una ragazza nativa americana.

Viene chiamata a indagare una giovane agente federale la quale, con l’aiuto di una guardia forestale del posto, riuscirà a risolvere il caso.

Ma non è tanto la trama poliziesca, che pur ha la sua importanza, a rappresentare il punto di forza del film. È soprattutto il rapporto fra i bianchi e la comunità indigena a rendere particolarmente interessante e attrattivo il film di Sheridan.

Infine Land dell’iraniano Babak Jalali (2018), pellicola nella quale una famiglia di nativi americani è in attesa di ricevere la bara con la salma di uno dei propri figli, morto nella guerra in Afghanistan.

Film assai interessante per il modo in cui vengono mostrati gli i Nativi Americani oggi, sospesi fra l’essere usati   dagli Stati Uniti e la mancanza di appartenenza alla nazione.

Significative, da questo punto di vista, sono le parole della madre del giovane militare deceduto la quale dice: “è morto per il suo lavoro, non per il suo paese”.

Sancendo in maniera definitiva il distacco che c’è fra i bianchi e le comunità indigene che, nel corso dei secoli, si sono viste depredate di tutto: delle terre, della lingua e, soprattutto, della propria libertà.

Ombre rosse, incubo bianco: il genocidio dei Nativi americani visto attraverso il cinema