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CONVERSATION

Il ritorno del cinema di genere. Conversazione con Federico Zampaglione

Federico Zampaglione torna al cinema con due short thriller, Bianca e Bianca – Fase 2

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Federico Zampaglione di nuovo alle prese con il cinema con due short thriller, Bianca e Bianca – Fase 2, che segnano il ritorno al primo amore, ovvero al filone di genere a cui appartengono tutti i film del cantautore e regista romano.

Volendo trovare il filo rosso che unisce l’anima musicale a quella cinematografica di Federico Zampaglione, penso che con i Tiromancino canti testi dal mood molto italiano, impregnati di un romanticismo malinconico e struggente, ma allo stesso tempo provvisti di un sound in grado di varcare i confini nazionali. La stessa cosa mi sembra si possa dire delle tue regie: Nero Bifamiliare, Tulpa – Perdizioni mortali e Shadows si rifanno alla nostra tradizione, ma anch’essi si rivolgono a un pubblico non solo italiano.

Beh, sì, in qualche modo sì. Ovviamente, essendo italiano, la mia matrice poi è quella. Alla fine sono cresciuto ascoltando musica e guardando cinema internazionale, però, sia dal punto di vista musicale che cinematografico, la cultura del mio paese ha influito tantissimo. In Italia c’è un’originalità assente in molti altri paesi. Questo l’ho sempre sentito, in special modo negli anni della formazione.

Sia nella musica che nel cinema c’era una libertà espressiva davvero incredibile. Si raccontava qualsiasi tipo di storie, dalle più nere e assurde ad altre così argute e scanzonate da dare vita a commedie fuori dagli schemi. Il filone del cinema di genere è stato precursore di tanti film internazionali, a testimonianza di quell’originalità di cui ti dicevo. Nell’ultimo periodo questa forza è venuta un po’ a mancare, anche se sulle piattaforme i titoli di genere stanno riacquistando l’importanza di allora. Penso a un certo tipo di film sulla malavita e ai polizieschi derivati da quelli che si facevano nelle serie televisive. 

D’altronde, le indicazioni fornite dalle nomination dei David di Donatello vanno in questa direzione. In fondo, anche Bellocchio con Il traditore ha realizzato un mob movie, seppure alla sua maniera.

È ritornato molto in voga un certo tipo di cinema, fatto anche di storie più dark, sul tipo di Dogman. In generale, sulle piattaforme hanno rilanciato quel cinema d’azione, il poliziesco, il giallo, il thriller, che un tempo erano stati rimpiazzati da una commedia italiana sempre più all’acqua di rose. La novità della distribuzione online ha spinto verso un cinema un po’ più sperimentale, vicino alle matrici in voga negli anni Settanta. Alla luce di tutto questo potrebbe essere un buon momento per ricominciare a produrre cose diverse dal solito.

Come succede nella letteratura, anche nel cinema il genere è quello che permette meglio di altri di raccontare la realtà.

Sicuramente è un cinema che ti permette di utilizzare certe corde narrative. Nella commedia le storie finiscono per essere molto simili. Non ci si sposta da coppie che passano dal tradimento alla rappacificazione e, tranne la messa in scena dell’equivoco, si tratta di schemi ripetitivi, anche dal punto di vista visivo. C’è poca possibilità di inventare, laddove gli italiani erano fortissimi nel farlo. Un tempo c’era una visionarietà capace di ispirare tantissimi registi, da Tarantino a Tim Burton e tanti altri. Oggi le piattaforme ci danno più coraggio perché eliminano le difficoltà che si riscontrano quando si tratta di far uscire i film di genere nelle sale. Eccezion fatta per i prodotti americani, per cui questa regola non vale. D’altro canto, il pubblico è tornato ad appassionarsi a un certo tipo di cinema. L’ho visto anche con i miei ultimi cortometraggi, soprattutto con il primo, fatto per gioco e comunque in grado di riscuotere tantissimo interesse da parte di tutti gli appassionati. Di essi si è parlato un po’ anche in altri paesi, tipo Inghilterra e America. Intorno a loro c’è stata tanta stampa, tanto movimento. Mi ricordo che dopo Tulpa decisi di prendermi una pausa dal fare film di genere perché portarli in sala diventava un’impresa. Non era colpa dei distributori ma di un meccanismo volto a privilegiare solo prodotti stranieri, per lo più americani. Questo ha fatto sì che un certo tipo di cinema – magari anche indipendente – passasse in sala quasi per sbaglio. Shadow è stato venduto dappertutto, ha avuto grandissimi riscontri però poi in sala ha fatto fatica, perché magari è uscito nello stesso giorno in cui debuttavano due blockbuster americani. Adesso tu fai un bel film, lo mettono sulle piattaforme e lì resta; non lo toglie più nessuno.

A proposito del rapporto tra musica e cinema. Le tue canzoni erano espressioni di un intimismo molto privato, mentre nel cinema sei stato più estroverso.

Certo, queste differenze hanno permesso alle mie passioni di esprimersi a trecentosessanta gradi. Se avessi fatto un cinema simile alla musica avrei finito per parlare la stessa lingua; sarei andato sempre nella stessa direzione e molte cose di me sarebbero rimaste inespresse. Per fortuna non è successo.

Bianca, il primo dei due short thriller, segna in qualche maniera il ritorno alle atmosfere dei tuoi esordi. La storia sembra somatizzare lo stile di vita e le paure tipiche della prima fase del lockdown e cioè la clausura dal mondo e la percezione del pericolo collegata al contatto con la realtà esterna, alla casa in cui vivono Bianca e la madre. Al contrario, nel secondo, ambientato in un parco pubblico, le dinamiche sono quelle verificatisi all’indomani della riapertura, con particolare riferimento all’obbligo del  distanziamento sociale. In Bianca – Fase 2 la situazione che porta al rapimento della protagonista in qualche modo risale alla violazione di quella imposizione. Bianca, infatti, viene rapita da un uomo che invade il suo spazio fisico e la trascina via con sé.   

Si, è chiaro che quanto abbiamo vissuto negli ultimi mesi aveva parecchio di orrorifico. Mi riferisco alla paura derivante dalla consapevolezza che parenti e amici potevano contagiarti. Quella sensazione sicuramente mi ha aiutato a mettere molta inquietudine nei cortometraggi. Nella narrazione ho seguito un po’ gli sviluppi del virus e quindi il primo dei due corti risente di quanto è successo nella fase di chiusura, in cui lo scopo era di proteggersi dalla minaccia proveniente dal mondo esterno, salvo poi scoprire che non era così. Oltre a questo, nella storia c’è la considerazione che i ragazzini di oggi hanno una conoscenza e un utilizzo della tecnologia capace di eludere qualsiasi restrizione.

In effetti, a un certo punto si è scoperto che i contagi maggiori sono avvenuti all’interno dell’ambiente famigliare.

La mia è stata un’analisi comprensiva di ciò che stava anche dietro lo stato delle cose. Nel momento in cui si diceva di proteggere i bambini, perché su internet circolano brutte persone, ci si dimenticava che i nostri figli sono così smaliziati da capire in un attimo se un profilo è falso. Sono più gli adulti a rischiare di rimanere vittime della rete. Quando mia figlia prende in mano un telefono o un iPad lo fa con una dimestichezza spaventosa. Toglie applicazioni, le rimette, sposta l’orologio, fa cose che io non riuscirei a fare neanche con l’aiuto di un manuale. L’aspetto inquietante è la consapevolezza che i bambini di oggi sono in grado di aggirare in pochi secondi i filtri imposti dai genitori ai loro cellulari.

Di tutto ciò ho voluto raccontare con Gianluigi Perrone, il co sceneggiatore dei due cortometraggi. Poi, ovviamente, seguendo la fase del virus e il suo svolgimento, abbiamo girato in un parco dove però l’area giochi era stata chiusa. Farlo è stato più difficile perché mentre nel primo si stava chiusi a casa e l’ambiente era molto controllato, nel secondo il parco deserto e silenzioso nella realtà era gremito di gente schiamazzante, quindi la cosa davvero difficile è stata farlo risultare così, senza avere una troupe che fermasse la persone, chiedendo loro di stare in silenzio quando si girava. Non è stato facile. In più, se ci pensi, la cosa meno paurosa e più liberatoria che ci possa essere è una villa immersa nella luce del sole. La sfida era di riuscire a controllare un ambiente così rumoroso e pieno di gente, trasformandolo in un luogo deserto e inquietante. Se giri di notte è un conto ma di giorno il parco non è che sia tanto pauroso. Da quello che è stato scritto nelle recensioni e nei tanti commenti arrivati, penso di esserci riuscito. Tutti hanno parlato di un cortometraggio in cui si respira inquietudine e paura, dunque siamo arrivati a realizzare ciò che ci eravamo messi in testa.

Per come lo hai ripreso, era impensabile pensare che si trattasse di un luogo pieno di gente. Durante il cortometraggio si ha l’impressione che stai filmando in un luogo vietato all’ingresso delle persone.

Ho girato quando avevano appena riaperto per cui lo spazio è stato giustamente preso d’assalto. Le persone erano state chiuse in casa per due mesi e appena gli è stato possibile si sono riversate tutte lì. L’abbiamo trovato strapieno di gente, per cui abbiamo dovuto aspettare il momento giusto per filmare e ricorrere a molti trucchi per evitare di fare movimenti di macchina e poi fermarsi a causa dell’entrata in campo dei bambini che giocavano a palla. C’è stato un enorme lavoro sul sonoro. I suoni che senti li ho messi io, perché nella realtà c’era un tripudio di voci e di bambini schiamazzanti. Dunque l’ambientazione sonora l’ho ricostruita io.

Mi sembra che i corti in questione mettano in evidenza alcune costanti relative allo stile e alla poetica. L’azione e gli avvenimenti prendono sempre spunto da un’amenità quotidiana destinata a colorarsi di inquietudine, come pure di  situazioni ludiche. Mi riferisco soprattutto a Nero bifamiliare, a mio avviso molto presente anche per quanto riguarda la tendenza a contornarti di persone che fanno parte della tua vita.

Sì, diciamo che in questo caso non era possibile fare altrimenti, infatti nel secondo episodio gli altri due attori, a parte Claudia (Gerini, ndr) erano miei parenti. Il gobbo l’ha interpretato mio cugino, la ragazzina fantasma mia nipote: questo perché la legge diceva che si potevano frequentare solo congiunti. Dunque, anche se avessi voluto non avrei potuto lavorare con altri attori. Linda (Zampaglione, ndr) si è scoperta attrice con questi cortometraggi. Gli altri due li ho trasformati io in attori, perché entrambi non avevano mai visto un set in vita loro. Chiaramente ho dato a tutti indicazioni ben precise e sono anche molto contento di come se la sono cavata. Molti hanno creduto che fossero dei professionisti.

A proposito dell’essere regista, prima parlavi della possibilità di inventare e della creatività con cui vivi questo mestiere. Nei fatti si tratta di un aspetto che appartiene al tuo modo di fare cinema e che ritorna anche in questi due corti. Mi riferisco per esempio alla presenza – qui come altrove –  di sequenze oniriche.

È la cosa che mi piace di più perché nel cinema non ti devi rifare solamente alla realtà ma ci puoi mettere tutta una parte più fantasiosa che poi viene dal mondo onirico. Quello io un po’ lo ricerco anche nelle canzoni, attraverso atmosfere musicali sospese tra sogno e realtà. È una dimensione che mi piace sempre contemplare nei miei lavori.

L’horror e il thriller incarnano le nostre paure. Quelle presenti nei corti potrebbero essere la trasfigurazione di una tua duplice ansia: del genitore nei confronti di sua figlia e del marito nei confronti della moglie, ovvero di Giglia Marra, anch’essa protagonista del corto.

Ci può stare. Soprattutto in questo periodo in cui siamo stati attanagliati da un senso di angoscia, di paura e d’incertezza non solo per la salute dei nostri cari ma anche di quella dell’intero paese. Nel mio mestiere è normale lavorare su aspetti della tua vita che ti riguardano da vicino. Essendo fatti in maniera molto semplice, i due corti hanno quella buona dose di angoscia che è il riflesso del tempo presente. Ora ne stiamo venendo fuori, ma la paura che abbiamo avuto deriva da situazioni mai provate prima. Anziché viverle in maniera passiva, a un certo punto ho cercato di tradurle in qualcosa di artistico. Siccome musicalmente mi veniva più difficile, perché avrei dovuto fare delle canzoni angoscianti, cosa che detesto, è stato naturale raccontarle attraverso dei cortometraggi.

Il tuo è un cinema al femminile. Sovente la donna è al centro delle tue storie e, ancora meglio, delle tue indagini. Spesso sono quelle a cui spetta mettere in crisi l’equilibrio maschile sia nelle canzoni ma anche nei film, come per esempio capita in Nero bifamiliare. Lì il protagonista si mette nei guai nel tentativo di esaudire i desideri della moglie. Mi sembra che i  due cortometraggi rispecchino questo schema.

Devo dire che nei film di tensione le attrici funzionano sempre molto bene perché uno tende a vederle più vulnerabili, ma in realtà si rivelano anche molto coraggiose. La donna è così, sembra debole ma è capace di prendere in mano la situazione e ad avere più coraggio. In un cinema fatto di emozioni sono loro a fornire gli spunti più interessanti. Shadow era meno al femminile però, in effetti, ora che mi ci fai riflettere Tulpa lo era moltissimo, come pure i due cortometraggi. In Nero bifamiliare c’era molto dell’anima femminile e comunque le donne sono sempre un mondo pieno di mistero e di intrighi. È sempre bello raccontare le loro vicende. Gli uomini sono elementari, dunque più scontati.

Il modo in cui tiene il coltello la protagonista, nel primo dei due corti, il rumore degli insetti e la presenza dell’occhio della macchina da presa nel secondo sono un’eredità del cinema di Dario Argento?

Sì, nel senso che Dario Argento sicuramente mi ha influenzato tantissimo. Rispetto al genere, il suo è un cinema che ha creato dei veri e propri stilemi. Però ogni tanto ci si dimentica anche che tanti di questi elementi arrivavano dal grande Mario Bava. Parlo per esempio del modus operandi dell’assassino. Argento li ha sviluppati benissimo, però mi piace ricordare che molte cose le ho cominciate ad amare con i lavori di Bava. Argento ha avuto la capacità di portare tutto questo a un pubblico più vasto con maestria, genialità e molto estro nell’utilizzo delle musiche, che nel suo cinema sono state importantissime. Però alcuni aspetti di Tulpa avevo come riferimento Mario Bava.

Nei tuoi primi video-clip ho riconosciuto i poster di Piranha e de L’uomo invisibile. Il cinema di genere è quello che più ti piace, per cui vorrei che mi facessi il nome di qualche film e regista di riferimento, oltre a quelli appena citati.

In generale guardo un po’ tutto, perché poi mi piacciono pure i film drammatici, così come le commedie fatte bene. Non ho preclusioni. Chiaramente il cinema di genere è quello che mi appassiona di più e dentro questo non metto solo horror ma anche la fantascienza. In essi si può spaziare un po’ di più con la fantasia, senza per forza avere come unico riferimento la realtà. Mi piace il cinema che apre delle porte su altre dimensioni.

I corti di cui abbiamo parlato sono un preludio a un tuo ritorno al cinema?

Ho in ballo un film, che però non è un horror. Inoltre, sto progettando anche un ritorno nel cinema di genere, perché secondo me i tempi sono maturi e con l’avvento delle piattaforme varrebbe la pena di ricominciare a produrre.

La tua musica invece a che punto è?

La musica va avanti. Adesso ho firmato un contratto con la Virgin, la casa discografica dei primi dischi. Subito dopo l’estate uscirà un nuovo singolo e poi stiamo decidendo quando pubblicare l’album. Molto dipende dall’evoluzione del Covid, perché poi bisogna collegare tutta la tournée e quindi stiamo monitorando la situazione per capire. Il disco è pronto, comunque.

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Dove vedere Bianca e Bianca Fase 2