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CONVERSATION

Spore: conversazione con Alessia Di Giovanni

Antagonista, autarchico e molto punk, Spore, visibile su Chili, è un thriller al femminile in cui alcune delle questioni più dibattute dell'Italia di oggi rivivono nei fermenti e nelle dinamiche presenti in quella del 1987, colta alla vigilia del referendum antinucleare. Autrice di un cinema libero e contaminato (con musica e fumetto) Alessia Di Giovanni è la protagonista della nostra conversazione

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di giovanni spore

Sovente si dice che più un film è personale più lo stesso è frutto di uno sguardo autoriale. In questo senso lo è proprio perché contenuti e forma rimandano alla tua esperienza esistenziale e artistica.

Non potrei mai realizzare un film che non racconta qualcosa che ho visto e che conosco molto bene, quindi per me non c’è alternativa. Non ho vissuto in prima persona gli anni ’80 perché ero appena nata, però il fatto di aver ambientato Spore in quel periodo è dipeso dai punti di contatto tra la nostra epoca e quella del film. Prima di tutto per la questione ecologica, incarnata dalla presenza della centrale nucleare, e poi per il fermento creativo, quello che oggi si ripropone con l’avvento del digitale.

Scegliere il 1987 equivale a privilegiare un periodo in cui si reagisce rispetto alle tendenze precedenti. Mi riferisco per esempio al movimento punk a cui si ispirano le azioni di Giulia e dei suoi amici.

Di reazione e di riorganizzazione. Ho preso in considerazione il punk nel suo significato più ampio, che non è quello della moda ma del fare qualcosa. Per dirla alla maniera dei CSI, si tratta di prendere la chitarra e fare emergere ciò che è dentro l’animo dell’individuo. I centri sociali – anch’essi presenti nel film  – altro non sono che la rete di persone pronte a mettersi a disposizione per dire qualcosa e, ancora meglio, per cambiare parte delle cose.

In questo senso Spore si può definire un film antagonista.

Mi fa piacere che tu gli abbia dato questa definizione, pur sapendo che il termine si riferisce a condizioni ancora più estreme di quelle a cui il  mio film si riferisce. Però lo apprezzo, perché anche noi nel nostro piccolo abbiamo cercato di cambiare il modo di parlare di certi argomenti.

È punk non solo in senso musicale ma anche nella protesta e nel ribellismo che le protagoniste esprimono nel rapporto  con gli altri e persino nel loro modo di vestire.

Qui non posso aggiungere altro perché quello che hai detto coincide con quanto volevamo rappresentare, anche dal punto di vista estetico.

E anche autarchico, e qui mi riferisco al fatto di essere girato in Piemonte, regione in cui sei nata e cresciuta, e di avere tra le sue fila artisti provenienti da esperienze comuni e comunque presenti nel medesimo territorio. Penso per esempio a Madaski, a cui hai affidato le musiche del film.

Non proprio autarchico, nel senso che ho cercato di rappresentare la rete che c’era allora. Ci sono le cose che ho ascoltato e per esempio i Detonazione, che sono una parte della new wave italiana, e il Madaski di inizio carriera, che era era molto dark. L’ho coinvolto sapendo che conosceva bene quel tipo di sonorità. C’è poi il fatto che lui vive fuori Torino, in un posto pieno di fiumi e di acqua e quindi lo sapevo capace di darmi sonorità di questo tipo, che poi erano quelle che mi servivano. Ci sono anche i Kina, perché parliamo di una rete che comprendeva Milano, Aosta e parte della Toscana.

Come si diceva, erano anni di grande fermento artistico. Basterebbe ricordare i tanti gruppi piemontesi nati e attivi in quel periodo. Dai Marlene Kuntz ai Persiana Jones e le Tapparelle Maledette, solo per citarne due.

Ho ascoltato e mi sono confrontata con molte persone attive in quel periodo. Fondamentale è sapere che per rispettare ciò che il punk insegna è necessario raccontare la tua storia e non quella degli altri. Io ho cercato di farlo all’interno di quella che era la scena di allora. Ho scelto di raccontare una provincia perché anche io ci vivo. La Torino di allora era già una provincia rispetto a Berlino, mentre io sono sono della provincia della provincia essendo nata a Trino Vercellese.

A proposito di antagonismo, la sorella di Giulia è un ex brigatista.

Si, perché la generazione punk è cresciuta leggendo e guardando in televisione la guerra civile combattuta dai neri e rossi di quel periodo, quindi anche io ho cercato di raccontare questo. Il personaggio di Valentina Lodovini è il riferimento di Giulia, che infatti è stata educata alla violenza. Per questo lei è un personaggio respingente, perché subisce e crea violenza. Coinvolge le persone, a volte le costringe. Zippo, la sua migliore amica, ne è in qualche modo vittima. Da questo punto di vista, il discorso della violenza sulle donne viene proposto in maniera più complessa di quello che di solito si fa: cioè c’è una vittima e un carnefice però spesso i ruoli si invertono. Per Giulia la sorella è una specie di monumento che lei venera e che vorrebbe emulare senza però adottarne l’ideologia politica.

Spore propone anche un decentramento dal punto di vista paesaggistico, nel senso che quest’ultimo è estraneo alle rotte battute dal cinema italiano.

Ma guarda, ciò che avverto quando guardo i nostri film è la sensazione di veder raccontati luoghi e paesaggi che non sono quelli dell’autore. Carlo Mazzacurati lo faceva benissimo, e come lui anche io racconto ciò che vedo e vivo  in prima persona.

In particolare, da una parte c’è una geografia, quella del vercellese che, a proposito di Mazzacurati, ricorda proprio la regione del presente nei suoi film; dall’altra, abbiamo un architettura metropolitana fatta di quartieri dormitorio e caratterizzata da un’archeologia industriale popolata di manufatti abbandonati. Parliamo di ambienti che sono stati gli stessi indagati da Gaglianone e Ferrario.

Essendo di Torino, questi registi conosco bene quelle  zone. D’altronde il Fabri, uno dei personaggi, dice che questi edifici cadenti rappresentano il crollo di una vita costruita sulle sabbie mobili perché priva dei sogni da cui si era partiti. Abbiamo girato in edifici che erano delle vecchie fabbriche di fine anni Settanta. Amando l’industriale, filmarli è stato bellissimo. Per me sono il simbolo di quel periodo.

L’inizio del film è incentrato sulla cognizione del tempo, inteso come categoria storica ed emotiva. A introdurlo c’è la frase di Pavese “Ricordare una cosa è come vederla per la prima volta”, di cui poi si dà conferma attraverso un montaggio alternato in cui rallenti e mescolanza tra passato e presente ci dicono che quella a cui ci prepariamo è una narrazione innanzitutto interiore.

Sì è un puzzle. La frase del ricordare è legata anche alle immagini, oggi così presenti nella nostra società. Chiunque le può creare e spesso queste vanno a sostituire i ricordi. Frequentemente non ci ricordiamo di una vacanza e se a farcela rammentare è una fotografia finisce che portiamo dentro di noi quella e non i sentimenti legati all’evento. Le immagini spesso vanno a sostituire le emozioni ed è per quello che ho scelto di citare Pavese. Oltre che per il fatto che il ricordo ti dà libertà di giudizio e ti permette di esprimere la tua versione delle cose. Giulia va avanti indietro nel tempo e nello spazio per sfuggire al proprio dolore e a quello che ha fatto. Questo mi consente di sfidare lo spettatore a seguirla all’interno del suo animo. Essendo antagonista, lei è un personaggio respingente, ma tu sei comunque in grado di seguirla? C’è anche da dire che la particolarità di questa costruzione mi ha permesso di muovere la sceneggiatura, giocando con i vari piani.

Il fatto di rinunciare a una narrazione lineare corrisponde alla ribellione della protagonista, al suo essere un personaggio non allineato. Tanto è disubbidiente il film rispetto ai canoni standard, tanto è sovversiva Giulia nel suo essere politicamente scorretta.

Proprio così. Se come dici tu Spore è un film autarchico  – altra definizione che a me piace molto -, questa impostazione ricorda allo spettatore le caratteristiche di un film che non vuole imposizioni e in cui quello che vedi è quello che è. Come CreativeComics siamo contenti di portare allo spettatore ciò che abbiamo pensato. Come autore si tratta di una cosa impagabile.

A un certo punto Giulia dice che quanto è accaduto deve avere un senso. Dunque, dal punto di vista della forma, Spore assume le evidenze di un thriller esistenziale. In pratica si tratta di rimettere in ordine il puzzle relativo all’esistenza della protagonista.

Come pure si tratta di rimettere insieme i tanti frammenti che rappresentano l’anima di Giulia. È così vero che quando ci riesce finisce il film. In tale ottica, l’andirivieni del montaggio diventa rappresentativo della paranoia derivata dal girovagare senza meta della ragazza. Tra l’altro hai colto nel segno citando quella frase, perché si tratta proprio di risponde alla domanda e cioè: “C’è un senso in quanto accaduto o glielo voglio dare io per salvarmi?”.

Se lo storia si svolge negli anni ’80, Spore ha alcuni inserti girati in pieno stile videoclip, il che significa raccontare la storia con le stesse immagini che andavano di moda in quel periodo. Per contro, alcuni passaggi prevedono sequenze animate, linguaggio che appartiene alla tua esperienza artistica.

Si, innanzitutto perché CreativeComics si occupa di cinema e di fumetto, quindi la nostra storia proviene dalle immagini disegnate. Quando mi chiedevano perché scrivevo fumetti invece di dirigere film rispondevo che il primo ti consente di creare completamente una realtà. È questa la ragione per cui abbiamo scelto di inserire dei disegni animati. Servivano per creare delle pause. Come dicevi tu, nell’animo di Giulia ci sono sospensioni che abbiamo deciso di rendere attraverso il fumetto. Penso all’immagine del suo cuore, impossibile da visualizzare dal vivo e che per questo abbiamo disegnato con un tratto molto dark; oppure a quella in cui Giulia e Zippo toccano la foto l’una dell’altra, a segnare un piccolo momento di calma fra di loro, in cui l’amicizia si esprime al massimo grado prima della separazione. Per rappresentarlo ci voleva per forza una sequenza animata.

Il tema della violenza sulle donne lo avevi già affrontato nelle tue graphic novel. Tramite il montaggio alternato e una  frammentazione che privilegia i dettagli, la brutalità rimane fuori campo. Questo ti permette di significare come questo tipo di violenza sia tale da sembrare irreale e impossibile. D’altro canto, per come la metti in scena, sembri riprendere il tema di Io so Carmela. La mancata rappresentazione trova un’equivalenza, in termini concettuali, nella denuncia contro istituzioni e opinione pubblica, spesso negazioniste rispetto alle ragioni delle vittime.

Tenendo conto che siamo nell’87,  è vero ciò che dice Giulia, e cioè che se fosse andata alla polizia gli avrebbero riso in faccia, dicendole che vestita così se lo meritava. Poi, quella  rappresentazione della violenza è un modo per riscriverla completamente. Spesso quest’ultima è stata girata da uomini che hanno abusato due volte della vittima. Per questo nella scena dello stupro, invece del corpo femminile e del suo dolore, sentiamo la voce fuori campo dire più volte no, che è la parola fondamentale della violenza. Con ciò ti dico che hai capito in pieno la riflessione che è stata fatta quando ho scelto di girare e poi di montare in quel modo.

Pensando a film che ti hanno ispirata, il vestito da sposa punk indossato da Giulia mi ha ricordato la Daryl Hannah di Blade Runner.   

Ma perché il film di Ridley Scott è intriso con il punk che ha davvero contagiato tutto. Il vestito di Giulia è nato da una collaborazione con la mia scenografa e costumista. Quando creo i personaggi, oltre a trovare l’attore, per me è fondamentale dargli un look che possa essere sul filo del rasoio rispetto alla direzione del racconto.

Parlando di attrici, bisogna dire che hai avuto il merito di recuperare Alice Croci, che dopo l’esordio con Salvatores era stata a lungo lontano dalle scene.

Alice è venuta al casting con la maglietta dei Rancid è già questo deponeva a suo favore. Nei casting improvviso spesso, così come faccio poi sul set. Questo mi permette di capire come reagiscono gli attori, e con lei si è creata subito la magia, cioè lei era Giulia dal primo momento che ho acceso la macchina da presa. La stessa cosa quando ho improvvisato. Per trovarla ho impiegato molto tempo, cercando in Piemonte, a Milano, in Puglia.

La sua è un’interpretazione totale e immersiva, come d’altronde prevedeva il film.

Per me lei era Giulia anche fuori dal set. Il nostro film ha molto lavoro anche dietro le quinte: è stato girato in maniera punk e cioè – mi riferisco per esempio alle scene del treno – assediando questo paese e trasformandolo in una scenografia punk. C’era sempre musica, persone che andavano e venivano fino alle 4 di notte. È diventato immersivo perché abbiamo lavorato in questo modo. Giravamo, aspettavamo la luce giusta, mangiando e ascoltando musica, perché il film era anche questo e cioè mettere gli attori dentro quel mondo. Volevo collocare gli attori nel 1987 e che fossero punk dentro e fuori. Se non si fossero adatti al nostro modo di fare cinema, non sarebbero stati gli interpreti giusti. Le persone che vedi nel film sono punk anche nella propria vita, cioè sono persone che si buttavano a terra, che ascoltavano musica e facevano casino, sapendo di partecipare a un’opera d’arte.

La presenza di Valentina Lodovini, nella parte della sorella di Giulia, appare significativa non solo in termini di popolarità.

Ho scritto il personaggio di Laura pensando a lei, e quando le ho mandato la sceneggiatura speravo davvero che accettasse. Averla sul set è stato un grande regalo. Valentina è davvero un’attrice iconica ed è riuscita a dare al personaggio la forza e l’intensità che servivano. Del passato di Laura non si parla, ma se la guardi negli occhi è come averlo di fronte a te. Lei mi è piaciuta molto perché non ha avuto problemi a mostrarsi al naturale e, dunque, senza trucco o vestiti glamour. Se quello di Giulia è un personaggio molto costruito, perché è fissata con un certo modo di vestirsi e di truccarsi – tanto da continuare a farlo farlo anche dopo la violenza -, Laura è diversa, indossa camiciotti e non si cura del suo aspetto fisico. Ti parlo di questo non per motivi estetici ma perché per le donne è molto importante l’apparenza e la non apparenza; è una questione importante.

Il film è visibile su Chili.

Era prevista l’uscita in sala, ma vista la situazione abbiamo optato per la distribuzione attraverso piattaforma. Se sarà possibile, speriamo di organizzare qualche visione in sala, ma anche così siamo contenti, perché Chili ci dà la possibilità di essere visti dagli spettatori.

  • Anno: 2020
  • Durata: 75'
  • Distribuzione: Chili
  • Genere: Thriller
  • Nazionalita: Italia
  • Regia: Alessia Di Giovanni
  • Data di uscita: 14-April-2020