Il 5 marzo 2026 è uscito nelle sale cinematografiche italiane Nouvelle Vague di Richard Linklater. Ancora una volta siamo stati rapiti e proiettati in quelle atmosfere trasognate, sporche e palpitanti che la Nouvelle Vague ha saputo trasmetterci magistralmente, a partire dall’opera che per prima ha aperto la strada a un nuovo modo di fare cinema: Le Beau Serge di Claude Chabrol. Parlare di Le Beau Serge non significa parlare esclusivamente di un film “nuovo”, ma di un vero e proprio rinnovamento storico. Premiato a Locarno nel 1958 come miglior regia e vincitore del premio Jean Vigo l’anno a seguire, la pellicola si insinua nel panorama francese gettando i semi di quella che sarà la più rivoluzionaria e riconoscibile corrente cinematografica che la settima arte abbia conosciuto.
Il ritorno alle origini come epifania tragica
Il film, interamente girato nel comune francese di Sardent dove lo stesso Chabrol visse da bambino durante la guerra, racconta la storia del giovane François (Jean-Claude Brialy), convalescente dalla tubercolosi, che ritorna dopo anni nel suo paese d’infanzia per trascorrervi l’inverno. Qui ritrova vecchie conoscenze, tra cui il migliore amico di una volta Serge, interpretato da un magistrale Gérard Blain. Serge è sposato con la moglie Yvonne (Michèle Méritz), in attesa del secondo figlio (il primo nacque morto), e ormai è diventato un alcolista che si trascina come un’ombra tra le vie del paese, inseguendo un annichilimento insieme fisico e morale. Durante la permanenza François fa la conoscenza di Marie (Bernadette Lafonte), sorella minore di Yvonne, con cui inizia una breve frequentazione. L’incontro tra Françoise e Serge si rivela epifanico e tragico, scoperchiando vecchie ferite e un profondo senso di inadeguatezza e rimorso che il tempo ha amplificato. Se da un lato Serge subisce il confronto e lo sguardo giudicante di François, che è riuscito ad andarsene dal paese, quest’ultimo sente invece la necessità di aiutare l’amico, fino ad arrivare ad uno scontro acceso pur di resuscitarlo dal torpore esistenziale in cui è caduto.
Il fascino inquieto della provincia
Chabrol descrive un mondo provinciale meschino, impoverito, quasi atavico, arroccato in una forma di arretratezza popolare e di degrado morale. Questo ha portato i suoi abitanti a vivere come ombre di sé stessi, obnubilati dall’alcol e dal rimorso, trincerati in un passato che torna a mordere l’anima non appena François mette piede nel paese. È un mondo che sembra non aver mai conosciuto l’influenza urbana, depravato e spoglio di qualsiasi struttura o regola sociale, dove l’uomo e la donna sono relegati a mere figurazioni degli istinti più primordialmente bestiali dell’essere umano: “siamo delle bestie e tutti se ne infischiano” dice Serge al ritrovato amico, rassegnato a un’esistenza senza scopo.

Il rapporto stesso tra i due risulta mancante di qualcosa. Mai realmente soddisfatto, è un gioco di sguardi che si inseguono tra vergogna e paura, rabbia e rimorso, amore e disprezzo. Così si intrecciano due vite a loro modo disperate in un film che fa del magnetismo irrequieto della provincia un’arma narrativa ed estetica. Una pellicola che pulsa di autobiografia, intimità e duro realismo, costruita sulle fughe, sui margini e sulle mancanze che il tempo scava per noi.
Genealogia di un cambiamento estetico e semantico
Considerato spesso come il primo film della Nouvelle Vague, Le Beau Serge rappresenta molto di più di un esordio cinematografico. Scritto, diretto e prodotto dallo stesso Chabrol il film si distingue per la maturità stilistica ed espressiva con cui il giovane regista utilizza il linguaggio cinematografico, mettendolo al servizio di quell’intimità vibrante e spesso autobiografica che il nuovo cinema francese farà sua. L’utilizzo virtuoso e claudicante della macchina da presa. Un sonoro in presa diretta magistralmente eseguito. Interpretazioni al limite dell’improvvisato. La scelta di girare esclusivamente in ambienti reali non ricostruiti. La necessità di descrivere l’irrequieto e crudo vivere piccolo-borghese: sono queste alcune delle caratteristiche che più si riconfermeranno anche nella filmografia dei suoi amici e colleghi.
La consapevolezza della novità
Se è vero che i più grandi movimenti artistici della storia nascono da una necessità programmatica o da una volontà dichiaratoria affidata alle opere stesse, ecco dunque che Le Beau Serge non fa eccezione. Mostra anzi la consapevolezza che i compagni dei Cahiers du cinéma sapevano di avere nei propri mezzi. E se a suo tempo Dante faceva pronunciare per la prima volta l’espressione “Dolce stil novo” al poeta lucchese Bonagiunta Orbicciani nell’inferno della Commedia, così il giovane Chabrol, nell’inferno della mefitica Sardent, appare in cameo nelle vesti di un reduce della guerra d’Algeria, accompagnato dall’amico che si chiama nientemeno che Jacques Rivette. Viene così dichiarata la natura programmatica e consapevole del suo cinema, la volontà di dare una forma alla nuova onda che si andava formando. Lo stesso arrivo di François in paese si fa metafora del cambiamento, così come la Nouvelle Vague era appena arrivata nella Francia degli anni ’50, pronta a scuotere coscienze e far storcere il naso.

Solo un anno dopo sarebbe uscito Les Quatre Cents Coups di Truffaut. Capolavoro assoluto del regista francese che pone ancora una volta al centro l’immobilismo sociale e la difficoltà del personaggio in un mondo che non ascolta. E nonostante i registi della Nouvelle Vague declinino personalmente i temi e gli epiloghi, resta fondamentale lo sguardo crudo e non edulcorato verso la realtà. Non possiamo limitarci più solo a guardare, dobbiamo cambiare l’orizzonte, penetrare nello sguardo finale di Serge o in quello disperato e perso del piccolo Antoine. Due occhi che ci trafiggono, che ci chiedono di essere parte di una nuova coscienza.