Stefania Casini, un modo di essere donna

Da icona del cinema italiano anni Settanta a vicepresidente di Doc/it. Una carriera cangiante quella di Stefania Casini, dalle più eterogenee interpretazioni filmiche, teatrali e cabarettistiche (ha lavorato con Pietro Germi, Tino Buazzelli, Giustino Durano, Bernardo Bertolucci, Peter Greenaway, Dario Argento, Paul Morrissey) alla passione speculare per la regia e il documentario. Partendo dai ricordi che custodisce tra il palcoscenico e i set, Casini ci ha raccontato il suo passato di attrice e il suo presente di autrice e produttrice. Tra spirito femminista, ricerca contro la discriminazione di genere nell’audiovisivo italiano – di cui è portavoce – e amore per la settima arte.

Prima di dedicarsi al cinema ebbe una breve esperienza nel panorama teatrale, che ricordi ha?

Ho cominciato molto giovane mentre frequentavo l’Accademia dei Filodrammatici di Milano, in realtà avevo già iniziato a recitare in piccole parti nella compagnia di Ernesto Calindri. Poi però, dopo Le castagne sono buone (di Pietro Germi, ndr), Tino Buazzelli mi ha scelta per Sei personaggi in cerca d’autore e sono diventata la più giovane Figliastra pirandelliana fino a quel momento. Fu un ruolo che fece molto scalpore in quel periodo, perché dovevo levarmi il giubbetto di dosso e rimanere a seno nudo davanti al pubblico. Ma il tutto è durato poco, perché poi ho lasciato il teatro per dedicarmi al cinema. Sono tornata sporadicamente sul palcoscenico, una volta accanto a Duilio Del Prete e un’altra con Pazzo d’amore di Sam Shepard – commedia che tradussi assieme a Francesca Marciano – affidando la regia a Gabriele Salvatores.

Suspiria

Pietro Germi la scoprì in teatro?

No, feci un provino e mi prese. Ricordo che mi mandò un telegramma con scritto: «Non si tagli i capelli». Li avevo molto lunghi all’epoca, e poi me li fece tagliare lui (ride, ndr).

Com’è stato il rapporto con lui sul set?

Molto bello, lui era molto paterno. Mi chiamò a Roma prima di iniziare le riprese, voleva farmi vedere i provini per dirmi quali erano i miei difetti e come correggerli, ho fatto un vero e proprio training con lui. E aggiungo una curiosità: dato che in quel periodo non avevo casa, mi misero a vivere proprio nell’abitazione del mio personaggio. Fu una full immersion cinematografica.

Anni dopo prese parte a due film prodotti da Andy Warhol: Dracula cerca sangue di vergine… e morì di sete!!! e Il male di Andy Warhol. Che persona era?

Era abbastanza schivo, ma avevamo un buon rapporto ed era molto protettivo nei miei confronti. Quando andai a New York per Il male – diretto da Jed Johnson – mi accompagnava sempre in giro, mi faceva conoscere dei signori ricchissimi perché diceva che dovevo sposarmi con un uomo facoltoso (ride, ndr). E grazie a Warhol ho conosciuto anche molti personaggi importanti come Diana Vreeland e Bob Colacello.

Ha frequentato anche la sua Factory?

In realtà non era più la Factory di metà anni Sessanta. Tutto era basato su Andy Warhol stesso, quindi sulle sue opere artistiche, non c’era più quell’atmosfera da “strafattoni” (ride, ndr). Era diventata un po’ più mainstream rispetto agli anni precedenti.

Stefania-Casini_Blood-for-Dracula

Sempre in quel periodo ha incontrato anche Joe Dallesandro…

Sì, l’ho conosciuto a Roma.

Le va di raccontare qualcosa sulla vostra storia?

Preferisco di no.

Tornando ai film che ha interpretato, se le dicessi: Ammazzare il tempo di Mimmo Rafele?

È un titolo che amo moltissimo! Un bel film, una bella storia e sono anche brava nel mio personaggio.

Però è passato del tutto inosservato…

Sì, non ha avuto nessun successo, non so il perché. Ricordo che era in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia e il pubblico in sala cominciò a fischiare prima ancora che fossero finiti i titoli.

Non si scrive sui muri a Milano di Raffaele Maiello?

Un altro film che amo molto! Affiancavo Laura Duke Condominas, persona meravigliosa che sto cercando di rintracciare. Come sua madre, la grande Niki de Saint Phalle, ispiratrice di Robert Bresson. Veniva spesso sul set a trovare la figlia, e appena la vidi mi buttai ai suoi piedi dicendole: «È il mio idolo!». È stata una donna all’avanguardia e una coltissima femminista.

E lei?

Sono stata femminista e lo sono ancora, perché non si smette di esserlo. Soprattutto in una nazione come la nostra, dove le donne continuano a essere uccise quotidianamente con una violenza senza tregua.

A tutt’oggi è vicepresidente di Doc/it, la cui gestione organizzativa è composta prevalentemente da donne…

Esatto, infatti abbiamo creato molte azioni al femminile. L’associazione, tramite me e la Siae, inizierà con il Cnr una ricerca triennale sulla disparità di genere nell’audiovisivo italiano e nelle sue varie categorie. Sarà una grande iniziativa che metterà in luce, finalmente, certi temi. Ultimamente, il National Film Board of Canada ha creato una nuova policy proprio contro la disparità di genere, per cui: a una certa quantità di finanziamenti dati a registi uomini deve corrispondere una stessa quantità di finanziamenti per registe donne.

Molte registe hanno preferito il documentario alla fiction, perché?

Be’, innanzitutto quasi tutte autoproducono i loro lavori, perché il documentario è un genere dove spesso avviene una concomitanza tra produzione e autore, mentre l’industria cinematografica non dà fiducia alle donne. E poi c’è anche il problema della fiducia in se stesse, che spesso viene a mancare. Nel campo della regia l’autostima delle donne è inferiore rispetto a quella degli uomini, forse perché non ci credono fino in fondo oppure capitano cose inerenti al privato, come il matrimonio o una gravidanza. Ma questo è un problema che riguarda tutti i “piani alti” e non solo il ramo del cinema.

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Quindi il problema di non riuscire a emergere nel cinema italiano nasce dalle stesse donne?

Perché non ci sono le strade aperte per loro. Se sapessi che non c’è questa disparità di genere, forse, andrei più avanti.

Ha saputo del remake di Suspiria che realizzerà Luca Guadagnino?

Sì. Lo trovo inutile, come tutti i remake. Con le miriadi di cose che ci sono da raccontare perché bisogna fare dei rifacimenti? Anche se rifarei volentieri la parte di Alida Valli (ride, ndr).

Vorrebbe candidarsi per il ruolo di Miss Tanner?

Lo farei subito!

Non l’hanno coinvolta nel progetto?

No, no. Poi Guadagnino vuole solo attrici straniere.

Dopo diversi anni è tornata alla recitazione – in Maicol Jecson di Francesco Calabrese ed Enrico Audenino – con un ruolo un po’ sopra le righe…

Sì! Mi sono divertita molto! Eravamo a una riunione di lavoro e uno dei produttori del film mi chiese se volevo fare un piccolo cameo. Ho accettato molto volentieri a patto che potessi fare come Joan Crawford o Barbara Stanwyck: la pazza scatenata (ride, ndr).

Una Mammina cara all’italiana…

Esatto! Infatti la mia inquadratura preferita è quando guido la macchina con addosso gli occhiali da sole e un foulard avvolto in testa.

Recentemente ha diretto il documentario Le acque segrete di Palermo e prodotto Nessuno siamo perfetti, altro documentario dedicato alla figura di Tiziano Sclavi e diretto da Giancarlo Soldi. Quali sono i suoi prossimi progetti?

Negli ultimi tempi (due anni, ormai) mi sono dedicata al documentario interattivo e, da circa un anno, ho concepito un progetto transmediale sui migranti. Però queste cose in Italia non vengono ancora capite, sto cercando di interagire con Rai Cinema e col MiBACT, ma non riesco ad andare avanti nel fundraising. Sono un po’ delusa dallo stagnamento di questa nazione che non guarda mai avanti e che offre pochi stimoli.

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Cosa ne pensa della vittoria di Gianfranco Rosi a Berlino?

Sono molto contenta. È un uomo coraggioso, si è sempre buttato nella realizzazione di progetti non facili e li ha sempre fatti con uno sguardo diverso, questo mi piace molto. Poi sono argomenti che riguardano il cinema del reale e hanno aiutato il documentario a uscire da quel ghetto comune di noia-animali-natura. Rosi ha dato un grande aiuto al genere in sé – prima con Sacro GRA e adesso con Fuocoammare – il documentario è cinema e la gente lo vuole.

Una sua opinione sul cinema italiano attuale?

Produciamo dei grandi registi, ma pochi film belli. Però, siccome sono nella giuria dei David di Donatello, ho trovato delle belle sorprese. Film di registi giovani che mi hanno dato fiducia, come ad esempio Perfetti sconosciuti di Paolo Genovese – che assieme a Virzì sono un po’ gli eredi della commedia all’italiana – oppure Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Manetti, delizioso.

In un’intervista rilasciata a Playboy nel 1975, aveva dichiarato di non avere una dimora fissa e di possedere unicamente un borsone con dentro i suoi effetti (e affetti) personali. Oggi si ritiene ancora una nomade?

Ora  ho una casa al posto del borsone (ride, ndr), però sono rimasta nomade nell’animo. Mi piacciono i non-luoghi, vivrei bene in una stazione o in un aeroporto e sono felice quando volo o quando sono in treno. Non avere fissa dimora è ancora parte di me, della mia indole, della mia persona. Ogni tanto prendo e vado via, fortuna che mio marito è un santo (ride, ndr).

Francesco Foschini

Utlima modifica: 19 marzo, 2016



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