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Mubi Film

‘Mio zio’: quando Tati dal passato si beffò del nostro presente

Il capolavoro a colori di Tati arriva dal 1958, ma si burla di un mondo inquietantemente simile al nostro oggi. Disponibile su MUBI

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Mio zio

La magia sottesa in quella categoria di film che rinominiamo come “capolavori” del loro genere è tendenzialmente legata a una speciale combinazione di tecnica e intuito, di arte e artigianato, che riesce a collocare un’opera nel suo contesto di riferimento ma anche ad astrarla, inserendola nella prestigiosa categoria dei “classici senza tempo”. Nell’ambito gruppo si può collocare con facilità tutta l’esigua filmografia di Jacques Tati. Non escluso il terzo film del regista, e il primo a colori, Mio Zio.

Nuovamente nelle vesti del suo alter-ego, monsieur Hulot, Mio Zio valse a Tati il premio Oscar 1959 al miglior film straniero e il premio della giuria al Festival di Cannes.

Disponibile in ottima compagnia su MUBI nella sezione dedicata al cineasta francese, “La comicità della vita moderna: i film di Jacques Tati”.

 

Attraverso un garage automatico…

La famiglia Arpel vive ogni mattina uguale nella sua nuova casa ultramoderna: tutto è splendidamente automatizzato e la vita scorre nel trionfo dell’alienante apparenza. La signora Arpel pulisce e cucina giorno e notte nella sua cucina intelligente; il signor Arpel lavora senza sosta nella sua fabbrica di materiali plastici.

Al piccolo Gérard non resta che il buon zio Hulot per avere un assaggio della vita fuori dal mondo asettico dei genitori. Un mondo fatto di giochi e di semplicità gustose come far inciampare sconosciuti per la strada, correre nel fango o gustare una frittella calda con la marmellata.

Mio zio raccoglie così una serie di parentesi comiche mettendo in constante confronto il moderno mondo delle macchine ultimo modello e le cene formali con il gioioso calore della vita cittadina, che esce vittoriosa da ogni parallelismo.

Il film sceglie di cedere la narrazione al linguaggio degli sketch e delle situazioini, così che ogni dettaglio non sfugga allo spettatore. Una geografia cinematografica in cui bastano poche parole, tanta musica e un susseguirsi di parentesi per creare un piccolo universo, in un imprecisato passato, quello del mondo popolare, che sa di magia e semplice serenità.

Figlio diretto della commedia slapstick dei maestri Charlie Chaplin o Buster Keaton, Tati recupera nuovamente in Mio Zio i panni della maschera Hulot (Le vacanze del signor Hulot) ma stavolta la immerge nel mondo ultramoderno di una Francia che corre verso il mondo di plastica e metallo dell’automatismo medioborghese, un prototipo in scala 1:100 di quella che nel 1967 diventerà la Tativille di Playtime.

…per le vie della città tra giochi, scherzi e frittelle calde con marmellata

Il confronto tra il mondo popolare e quello borghese in Mio Zio è reso incessantemente e su tutti i piani percettivi possibili: Tati lo mette in atto, con le azioni, i dettagli, i comportamenti dei personaggi ma anche con un lavoro cromatico e scenografico che mette da un lato il grigio e il violetto smunto della casa moderna e robotizzata degli Arpel, dall’altro il calore gentile dell’appartamento cittadino di zio Hulot: una storiella campagnola ad acquarelli dalle luci morbide, in contrapposizione con le linee ergonomiche e tristi della fredda ricchezza della nuova borghesia.

Tati ritorna ossessivamente sulla rappresentazione di una mania tutta del suo tempo verso una modernità che ricorda, ironicamente, tutta la fissazione della nostra contemporaneità. A guardarle da vicino le nostre case ricordano quella della famiglia Arpel: buffe, automatizzate, controintuitive, di plastica e metallo.

E come Gérard anche noi siamo naturalmente attirati dall’universo solare e gentile di zio Hulot, dove il gioco dell’infanzia e la leggerezza che ne comporta  batte l’iperproduttività del mondo adulto, ove tutto è fatto per essere utile o, peggio, per essere ostentato.

Questa è la piccola magia del doppio tempo cinematografico che passa e che ci gira intorno in curve inaspettate.

Trova qui tutte le recensioni su Taxi Drivers del catalogo Mubi.

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  • Anno: 1958
  • Durata: 110'
  • Genere: commedia
  • Nazionalita: Francia - Italia
  • Regia: Jacques Tati