Free State of Jones

Gary Ross non è riuscito a scrollarsi di dosso tutti gli anni di ricerca, ad elaborare il materiale e mettere in scena una narrazione avvincente e cinematograficamente interessante, appesantendo le vicende e facendosi fagocitare dalla materia maneggiata. Non basta poi la buona recitazione di Matthew McConaughey nel ruolo del protagonista per rendere il film più appetibile

34 Torino Film Festival: L’avenir di Mia Hansen-Løve (Festa Mobile)

Sia L’avenir che Elle possono annoverarsi tra le visioni di quest’anno assolutamente da non perdere. Isabelle Huppert le illumina ambedue, dando loro con il suo talento e la sua presenza scenica un forte temperamento e un’altrettanto penetrante intensità, senza dimenticare il fatto che sia Verhoeven sia Mia Hansen-Løve, l’uno nella sua collaudata esperienza, l’altra nella sua freschezza, svolgono intorno a questa donna sublime un perfetto lavoro di scrittura e di regia

34 Torino Film Festival: Maquinaria Panamericana di Joaquin Del Paso (Torino 34 – Concorso)

Joaquin Del Paso, al suo primo lungometraggio di finzione (alle spalle molti cortometraggi e un documentario), sceglie di trattare un tema attuale, come quello della perdita del lavoro improvvisa, mettendo in scena la crisi del lavoro e dell’industria manifatturiera, con uno stile documentaristico. Anche se a volte la messa in serie non determina un ritmo coerente con lo sviluppo diegetico, Maquinaria Panamericana risulta essere un film di un certo gusto e originalità

34 Torino Film Festival: Les derniers parisiens di Mohamed «Hamé» Bourokba ed Ekoué Labitey (Torino 34 – Concorso)

Bourokba e Labitey in Les derniers parisiens raccontano il mondo degli immigrati, di quella nazione francese composta da cittadini delle ex colonie africane, che cercano di sopravvivere con piccoli espedienti. La rappresentazione di un mondo che non è marginale, ma appare sempre più la porzione di popolazione più ampia all’interno di un paese che deve fare i conti con l’integrazione multiculturale e i flussi migratori

34 Torino Film Festival: A Lullaby To the Sorrowful Mystery di Lav Diaz (Festa Mobile)

Questa volta, quel gigantesco autore che è sempre stato e che continua ad essere Lav Diaz sceglie la storia del suo paese (che ci appare palese e inequivocabile quanto gli stia infinitamente a cuore) quale soggetto di questa ennesima dimostrazione della sua straordinaria capacità di percorrere con grazia smisurata le corde del fortunato spettatore che non si fa spaventare dalla forma apparentemente ostica che caratterizza le sue opere

34 Torino Film Festival: The Love Witch di Anna Biller (After Hours)

Anna Biller, autrice nel senso completo del termine, si cimenta in un tour de force visivo di gusto pop, con richiami al cinema di genere degli anni ‘60 più di gusto televisivo che cinematografico, con costumi sgargianti, scenografie barocche e una fotografia con colori saturi, sovraesposti, materici, dove domina il rosso, il giallo, il bianco e il nero.

34 Torino Film Festival: Pyromanen di Erik Skjoldbjaerg (After Hours)

Pyromanen è il nuvo thriller del regista norvegese Erik Skjoldbjaerg, conosciuto al pubblico per il suo più famoso film precedente Insomnia, da cui poi Christopher Nolan fece un remake in salsa hollywoodiana. Pyromanen è un’opera disturbante che riesce a creare, più che tensione, un continuo disagio durante la visione, portando lo spettatore a sentirsi monade come i personaggi che si muovono all’interno della realtà filmica

34 Torino Film Festival: Avant les rues di Chloé Leriche (Torino 34 – Concorso)

La Leriche ha uno sguardo attento ai suoi personaggi, con una sceneggiatura equilibrata fondata su un soggetto originale forte e interessante, uno sguardo naturalistico e al contempo poetico, dove la presenza della macchina da presa si sente e la metafora di un lungo canto indiano delle gesta di un giovane della tribù Atikamekw è resa in modo preciso, raccordando contenuto e forma. Il primo film veramente interessante del concorso del 34° Torino Film Festival

34 Torino Film Festival: Ta ‘ang di Wang Bing (Doc/Fuori Concorso)

Dopo la presentazione alla Berlinale, arriva anche al Torino Film Festival Ta ‘ang, ultima preziosa fatica di Wang Bing. Con la consueta poetica dello sguardo che lo contraddistingue e la maestria con la quale riesce a fotografarli e a coglierne l’essenza più profonda, il cineasta cinese ci introduce ancora una volta in uno dei tanti mondi che ha scelto di esplorare e di regalarci l’onore di visitare da un punto di vista così privilegiato

34 Torino Film Festival: Antiporno di Sion Sono (After Hours)

Sion Sono effettua con questo suo ultimo eccezionale lavoro un’operazione di straordinaria sensibilità e di una profondità commovente, che soltanto un autore abbastanza instabile e fuori dalle righe, squilibrato e meravigliosamente libero come lui, poteva rendere con tanta potenza ed efficacia, canalizzando elementi di una violenza estrema e a tratti difficile da sostenere attraverso la sua stravagante eccentricità

34 Torino Film Festival: Sully di Clint Eastwood (Festa Mobile)

Sully è soprattutto un film sullo spazio e sul tempo: lo spazio della città di New York con la sua skyline, ma anche con le geometrie regolari delle sue strade invernali, mentre la macchina da presa segue Tom Hanks che corre solitario. Uno spazio in cui si racchiude l’evento imprevisto da affrontare, una geografia che solo un uomo di esperienza e conoscenza può gestire

34 Torino Film Festival: Lady Macbeth di William Oldroy (Torino 34 – Concorso)

Lady Macbeth possiede sì lo scheletro del dramma, ma costantemente intramezzato da gustosi e sarcastici siparietti da black comedy inglese (La famiglia omicidi, 2005) o watersiana (La signora ammazzatutti, 1994) coadiuvati dall’ottima e indovinata Florence Pugh: pelle candida, occhi cerulei, tratti burrosi, lingua tagliente, mente diabolica. Un mix incantevole che diventa fatale

34 Torino Film Festival: Jesus di Fernando Guzzoni (Torino 34 – Concorso)

Alla sua opera seconda, il cileno Fernando Guzzoni mette in scena il dramma intimo di un ragazzo che è metonimia di un’intera generazione e lo confronta con la figura paterna in un mondo stanco, vuoto, ripetitivo. Se gli intenti appaiono di un certo interesse, la pellicola denuncia dei grandi limiti riducendosi a essere derivativa di tutto un certo cinema del malessere sociale giovanile americano tipico di questi anni (pensiamo ai film di Gus Van Sant oppure a quelli di Larry Clark) che non aggiunge nulla

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