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Le ultime 56 ore

«”Le ultime 56″ ore segna il ritorno nelle sale di quella tipologia cinematografica che molti all’estero ci invidiano (Tarantino in primis): il cinema di genere italiano degli anni Settanta».

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Le ultime 56 ore segna il ritorno nelle sale di quella tipologia cinematografica che molti all’estero ci invidiano (Tarantino in primis): il cinema di genere italiano degli anni Settanta.

Partendo da una vicenda di cui purtroppo si parla ancora poco, ossia l’utilizzo di armi all’uranio arricchito durante la guerra in Kosovo, il regista Claudio Fragasso prova a coniugare temi impegnati con cinema d’intrattenimento, attraverso la formula del film d’exploitation.

Con rimandi e omaggi alle pellicole di Kubrick (Full Metal Jackets), Martinelli (Roma violenta) ma anche Spike Lee e Micheal Bay, Fragrasso mescola thriller e tematiche impegnate, per raccontare una verità scomoda e spesso sottaciuta.

Durante la campagna di sminamento dei territori avvenuta in Bosnia, il capitano dell’esercito Gabriele Moresco (Gianmarco Tognazzi) scopre che i suoi soldati si ammalano di leucemia a causa dell’esposizione all’uranio, utilizzato per rivestire i proiettili delle armi. Questa esposizione ha provocato serie conseguenze anche sulla popolazione e sulle colture. Per ottenere attenzione su questo grave problema, il colonnello decide di occupare con la forza, assieme ai suoi uomini, un ospedale civile, prendendo in ostaggio personale medico e pazienti, coinvolgendo, suo malgrado, anche un commissario di polizia, il vice questore aggiunto Paolo Manfredi (Luca Lionello) e la sua famiglia.

Da quando in Italia l’attualità viene raccontata solo attraverso la fiction, sono pochi i registi  che provano ad abbattere questo vincolo, cimentandosi in qualcosa di diverso. Fragasso rompe il muro di silenzio e ci prova addiritura con un genere che ormai si fa poco o, meglio, non si fa più.

Girata tra la Sicilia e il Lazio in otto settimane, e prodotta con un budget molto più basso rispetto agli standard americani o europei, la pellicola rende omaggio ad una lunga tradizione cinematografica, approfondendo il connubio fra il cinema di genere e di contenuto.

Diverso rispetto ai film precedenti del regista romano, “Le utlime 56 ore” è il risultato di lunghe indagini e ricerche che sono valse a colmare un vuoto che ormai durava da troppo tempo.

La scelta di utilizzare il cinema di genere per raccontare un argomento così delicato è stata la strategia messa in atto da Fragasso e dalla sceneggiatrice compagna di vita Rossella Drudi, per veicolare una questione sommersa sotto la coltre dell’oblio.

Alessandra Agapiti

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