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INTERVISTE

Intervista a Michele Placido

Michele Placido, 61 anni, ha alla spalle una lunghissima carriera da attore sia di cinema che di teatro. Dal 1992 è passato anche alla regia regalando al pubblico alcune tra le migliori opere prodotte in Italia. S

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Michele Placido, 61 anni, ha alla spalle una lunghissima carriera da attore sia di cinema che di teatro. Dal 1992 è passato anche alla regia regalando al pubblico alcune tra le migliori opere prodotte in Italia. Subito dopo Ovunque sei ha infatti realizzato il suo film più importante fino ad oggi, Romanzo criminale. Taxi Drivers all’indomani della sua critica al sistema dei finanziamenti alla cultura durante la consegna dei David di Donatello l’ha intervistato per voi.

Da Pummarò a Romanzo criminale, il mondo narrato da Placido è costituito da conflitti che si possono sanare solo con atti definitivi. Da cosa nasce questa passione per i conflitti radicali? Perché la mediazione è l’arma proibita dal Placido regista? La società contemporanea è fondata sulla mediazione. Si tratta di una messa in discussione del sistema?

Può essere soltanto una sorta di eredità. Ho lavorato sempre con persone come Rosi o Bellocchio, che mi hanno garantito una sorta di educazione cinematografica che mi ha portato sempre a non mediare, cioè ad affrontare un tema e portarlo fino in fondo per quella che può essere la mia visione onesta (si spera sempre), lucida e senza cercare neanche di schierarsi, per quello che è possibile, da un punto di vista ideologico. Una volta una certa destra ti accusava, se facevi un film del genere, di essere comunista (ride). È una questione di scuola: quella di Rossellini o di Rosi, la scuola italiana che ha cercato di stare sempre dalla parte dei più deboli.

Molti sceneggiatori italiani descrivono l’intellettuale Michele Placido come un curioso instancabile, avido di letture di ogni genere. Come lavora tecnicamente sul testo Michele Placido?

Io provo sempre le scene recitandole e questo mi viene non da un calcolo metodologico, quanto piuttosto da un istinto attoriale che ogni volta che si va al test delle scene mi porta a leggerle ad alta voce. Ed èproprio con questo metodo che gli sceneggiatori stessi si rendono conto di qualche problema che esce fuori. Questo mi è accaduto spesso in Pummarò e Le amiche del cuore, due film le cui sceneggiature, pur essendo state scritte da valentissimi sceneggiatori come Petraglia e Rulli nel caso di Pummarò, dimostravano una sorta di mediocrità, soprattutto a livello dell’immediatezza emotiva. Per cui la battuta veniva riscritta dall’attore insieme a me. Questo è accaduto anche in Le amiche del cuore. In un’intervista Asia Argento ha fatto notare che durante il lavoro fatto per Le amiche del cuore ha avuto la folgorazione di scrivere sceneggiature perché ha notato che era molto più facile di quello che si pensasse. Molto probabilmente perché Asia prima di quella esperienza non si rendeva conto che una cosa è scrivere le battute ed un’altra è renderle credibili nella messa in scena. Questo lavoro è stato fatto anche durante la lavorazione di Romanzo criminale. Siamo stati in ritiro per un’intera settimana a provare a tavolino, come si dice in gergo teatrale, con gli attori che a loro volta hanno collaborato alla sceneggiatura.

Sembra che, in sintesi, tu stia narrando la lotta delle nuove generazioni contro le vecchie, che stia come suggerendo ai giovani di farsi avanti con tutte le loro forze. È come se dicessi loro: «Se doveste sentirlo necessario, violate pure le regole che vi impongono perché non sempre sono giuste». In Pummarò è l’extracomunitario che combatte per la sua dignità di uomo; in Le amiche del cuore è la ragazzina che combatte contro lo squallore impostole dal padre; in Del perduto amore è la giovane comunista che combatte contro i pregiudizi dei conservatori di destra e sinistra; oppure il giovane poeta Campana interpretato da Accorsi, che combatte contro tutta una società ed infine troviamo i ragazzi di Romanzo criminale che uccidono al fine di ottenere una loro identità. La lotta di questi ragazzi, ci suggerisce il regista Placido, è stata manipolata dallo stesso sistema. L’ultimo atto di questa ribellione ci dice, dunque, che non c’è scampo?

Da come mi hai fatto notare, il prossimo film vuole essere un incitamento ai giovani di oggi, attraverso le lotte dei giovani di ieri. Si tratta proprio del proseguimento di un lavoro ideale, proprio perché è più bello lavorare pensando di essere un ragazzo che un attempato signore con tematiche sentimentali o drammatiche sulla propria esistenza. Questo perché trovo giusto raccontare le storie ai ragazzi, piuttosto che a chi ha già deciso o si è in qualche modo adagiato. Attravero i ragazzi possiamo avere ancora speranze per il futuro.

Dunque una visione del cinema da un punto di vista pedagogico?

Assolutamente sì.

A tale proposito le scene di apertura e chiusura di Romanzo criminale sono assolutamente inventate rispetto al romanzo di Giancarlo De Cataldo. Non nascondo che da lettore del romanzo ho trovato questa scelta molto forte, ma tutto sommato inevitabile al fine di aprire e chiudere il blocco narrativo. Nei commenti al dvd in commercio anche lo scrittore e magistrato approva la scelta fatta con questo inserimento. Si è molto parlato di un’influenza pasoliniana. Laddove questo fosse così, che peso ha avuto Pasolini nella formazione di Placido?

Credo che più che Pasolini sia stata la scrittura di Sergio Citti, che conobbi quando lavorai in Casotto nel 1977. Mi ha folgorato in quanto era un’anima vera, di animalesca verità. I suoi personaggi, da Casotto a Storie scellerate, appartengono ad una Roma che io ho conosciuto quando sono venuto negli anni Sessanta. Poi ho letto i libri di Pier Paolo Pasolini e sappiamo che questi libri sono stati scritti sotto l’influenza di Sergio Citti. Lo stesso Pasolini più volte ne ha riconosciuto una sorta di lavoro di gruppo. Ecco, quella violenza verbale e anche fisica, drammaticamente vera di questi personaggi delle periferie romane, hanno influito sicuramente nel dare un prologo-epilogo ai personaggi di Romanzo criminale. Quando ho letto il romanzo di De Cataldo mi sono andato immediatamente a rileggere i primi libri di Pier Paolo Pasolini riguardo le periferie romane e mi sono detto: «Questi ragazzi raccontati da De Cataldo sono il proseguimento ideale dei ragazzi che raccontava Pasolini». È inevitabile: se si leggono quelle storie ci si accorge che quelle periferie, che sono la Magliana, il Tiburtino e tante altre, hanno visto nascere i figli di Accattone. Ed i figli di Accattone sono i protagonisti di Romanzo criminale.

Sempre parlando di sceneggiatura, nel romanzo vi erano delle scene particolarmente toccanti dal punto di vista visivo. Parlo dei felini che apparivano in relazione ad alcuni personaggi malavitosi. La scelta di non avere quelle scene a cosa è dovuta? Sono scene tagliate in fase di riduzione della sceneggiatura?

Mi vergogno un po’ a dirlo (ride), ma non avevamo abbastanza mezzi a disposizione per poter girare decentemente quelle scene. Perché se devo metter in scena una cosa e deve essere un gattino, non mi va. E qui torniamo a monte di quei problemi dei quali ho accennato alla consegna dei David di Donatello. Si dice che è colpa delle idee o si accenna alla qualità dei registi di una volta. La verità è che noi, come direbbe De Sica, facciamo dei film con dei mezzi veramente poveri. Mentre una volta la qualità del neorealismo consisteva proprio nel non avere mezzi. Oggi non ti puoi permettere queste cose, devi invece competere e essere capace di realizzare inquadrature di qualità e che in certi casi si adattino anche alle nuove tecnologie digitali per l’applicazione di effetti speciali, come nel caso dell’esplosione della stazione di Bologna nel mio ultimo film. Ma siamo sempre ai limiti e non abbiamo assolutamente le possibilità che hanno gli americani. Se dovessimo parlare del progresso tecnologico del settore, non parliamo dei problemi che ci sono.

Ritornando alla consegna dei David di Donatello di quest’anno, hai riportato il manifesto di protesta (lettera dei Centoautori) nei confronti delle politiche per la cultura in generale e per il cinema in particolare… Anche in questo caso Placido è dalla parte dei giovani, dalla parte di coloro che sono tenuti fuori dai finanziamenti, giusto?

L’equivoco si basa sul fatto che il cinema italiano non ha più il peso che aveva una volta nella cultura, in quanto è subentrata la televisione. In breve, si potrebbe dire che la televisione ha sostituito il cinema, ma non dimentichiamoci che attraverso la televisione noi vediamo il cinema. I politici snobbano il cinema in quanto pensano che il peso politico della televisione sia molto più importante, sia per le lotte tra di loro (vedi le lotte per tenere a bada Berlusconi con le sue televisioni) che per i giochi all’interno delle televisioni pubbliche con le influenze dei partiti. Così il cinema italiano non ha per loro alcun peso. Io ho l’impressione che i politici si atteggino dicendo che vogliono salvaguardare le cultura italiana anche attraverso politiche per il cinema, ma in verità è una battaglia che non gli interessa. Noi, invece, dobbiamo far capire a quei signori che se è vero che la televisione ha più peso è fondamentale che si lavori allo stesso modo per dare spessore ad entrambi perché semplicemente poi il cinema passa attraverso la televisione sia pubblica che privata. Noi dobbiamo avere un’attenzione da parte del nostro Stato affinché si possa avere un cinema di qualità. Non solo, ma siccome questa televisione sfrutta il lavoro del cinema pagando pochissimo le loro partecipazioni ai prodotti, è giusto che si aumenti la quota di partecipazione di canali televisivi e soprattutto di Sky, con la tassa che dovrebbero pagare al cinema, affinché questa tassa dia un contributo maggiore. Il punto è che ci sono le nuove generazioni che fremono, che stanno alle porte, che sono completamente tagliate fuori. Bene o male, io, Verdone, Moretti, andiamo avanti col nostro lavoro grazie al prestigio acquisito. Mancano i soldi per i giovani, ma soprattutto mancano i soldi a chi vuole iniziare. Qui siamo proprio all’anno zero, come direbbe Rossellini. Io mi batterò all’interno del movimento dei Centoautori, perché soprattutto la battaglia sia per i ragazzi, perché vedo che a queste nostre giornate di mobilitazione non partecipano nemmeno. Invece, loro devono partecipare e rendersi conto del tipo di lotta che stiamo facendo e dobbiamo essere anche noi a far capire che stiamo lottando anche per loro, facendo sì che queste giornate di lotta siano dedicate a loro.

Quali sono i progetti da regista ai quali stai lavorando?

Sto lavorando ad un progetto che racconta le occupazioni delle aule universitarie nel ‘68, ma le ambizioni sono altre. Speriamo di fare un film epico che appassioni i diciottenni di oggi. È un film politico sotto certi aspetti. Mentre in Del perduto amore ero dalla parte di una maestrina, questa volta sono dalla parte di un poliziotto. Così, in qualche modo è un film autobiografico in quanto in quegli anni stavo in polizia. Ecco l’originalità dell’ottica con la quale affronto quegli anni. Non è una visione borghese, ma per dirla con Pasolini: «Una visione proletaria». Si tratta in realtà di un romanzo di formazione di tutti questi ragazzi per cui il film inizia prima dei fatti di Valle Giulia e prosegue negli anni. Le riprese inizieranno a Settembre. La sceneggiatura è mia, di Angelo Pasquini e Doriella Leondes. Con Angelo Pasquini avevamo iniziato a lavorarci quattro anni fa, ma ho voluto anche una donna in quanto ci sono molti personaggi femminili che hanno un peso molto importante e ho voluto lasciare ad una scrittrice la traduzione di quelle emozioni che appartengono soprattutto alla donna.

Fabio Sajeva