Metropolis – 88 anni dalla prima proiezione

In un fantomatico futuro, precisamente nel 2026, Metropolis è una gigantesca città costruita da grattacieli dalla forma geometricamente rigorosa e con una densità abitativa molto elevata.

Al vertice vi è il magnate Johann Fredersen (Alfred Abel), unico padrone della città che con assoluta indifferenza e dispotismo controlla il suo perfetto funzionamento dalla “Torre di Babele”, un imponente edificio che sovrasta l’intero skyline.

Ad abitare la città però è solo l’élite, ovvero i ricchi, i dirigenti e gli industriali che vivono una vita spensierata ignari dell’impietosa divisione classista perpetrata ai danni delle classi più umili.

Metropolis contiene infatti una città nella città: in superficie c’è la parte visibile, quella della casta dominante; nel sottosuolo, come in un moderno girone dantesco o l’archetipo del Ghetto, ci sono i lavoratori che, privati di qualsiasi dignità e a ritmi infernali, contribuiscono a rendere privilegiata la vita in superficie.

A prendere coscienza dell’aberrante situazione è Freder Fredersen (Gustav Fröhlich), figlio dell’imprenditore despota, che incosapevolmente viene travolto dalla Verità dopo che casualmente conosce una donna di nome Maria (Brigitte Helm). Quest’ultima porta con sè dei bambini, i figli degli operai, in un immenso giardino pieno di ogni lusso dove Freder abitualmente viveva spensierato e nell’ozio più assoluto. Qui viene folgorato dalle parole rivoluzionarie di Maria: “Guardate, Essi sono vostri fratelli”, che rivolgendosi ad entrambe le parti scatena la metamorfosi esistenziale del protagonista facendogli smettere i panni di semplice rampollo viziato e lo porta ad innamorarsi della donna.

Freder decide di visionare personalmente il sottosuolo fingendosi un operaio e quello che vede lo lascia talmente impressionato da causargli delle allucinazioni. La situazione è disperata, gli operai sono schiavizzati da ritmi inumani e carichi di lavoro fatali ad ogni distrazione. Mosso a compassione da uno di queste vittime di suo padre, si sostituisce a lui nel lavoro provando sulla sua pelle quanto impossibile sia da sopportare questa condizione.

Prima della fine del turno scopre che ci sarà un incontro nelle catacombe, dove avverrà una riunione di tutti i lavoratori capeggiata proprio da Maria. La ragazza parla alla folla come una sacerdotessa/sindacalista, e con intenti pacifici, per sedare un’eventuale rivolta, dichiara che verrà un Mediatore che saprà conciliare la mente (il capitalista) con le mani (gli operai).

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Nascosti a seguire la riunione però ci sono anche Fredersen padre assieme all’inventore Rotwang (Rudolf Klein-Rogge), il quale ha costruito tutte le macchine di Metropolis.

Quest’ultimo ha creato inoltre un robot, la perfetta interazione uomo-macchina, che possa sostituire in tutto l’essere umano. Insieme al magnate decidono di darle il volto di Maria (grazie ad una tecnologia sempre inventata da Rotwang) in modo da screditarla e quindi far rivolgere contro lei la futura ribellione. Per l’attuazione del piano rapiscono quindi Maria. La trasformazione del robot avviene con successo, mandandola a creare scompiglio tra i lavoratori con l’intento di scatenare una rivoluzione violenta contro il potere così da permettere a Johann Fredersen l’uso giustificato della forza per sedare la rivolta.

La finta Maria (controllata da Rotwang all’insaputa di Fredersen) incita però tutti i lavoratori a demolire le macchine poiché colpevoli della loro schiavitù, scatenando così una violenta sommossa che porta prima alla distruzione della città sotterranea ed infine il completo riversamento di tutti i lavoratori in superficie.

La folla infuriata riesce a catturare la finta Maria e la condanna ad un rogo improvvisato in città. Freder nel frattempo vede che la sua amata viene braccata da un Rotwang ormai impazzito in cima al Duomo e raggiungendoli avviene lo scontro tra il protagonista e l’inventore che porta all’inesorabile vittoria del bene. Il cattivo Johann Fredersen credendo di aver quasi perduto il suo unico figlio si redime capendo che i lavoratori sono in realtà una ricchezza e non un oggetto da usare all’occorrenza. La tanto agognata mediazione tra mente e mani avviene grazie a Freder, il mediatore profetizzato da Maria. La pacificazione è così completa.

Metropolis fu proiettato per la prima volta il 10 gennaio 1927 all’Ufa-Palast am Zoo di Berlino e l’accoglienza non fu positiva, sia da parte della critica che da parte del pubblico europeo. Diverso destino invece ebbe negli Stati Uniti, in cui alla proiezione ufficiale al Rialto Theatre di New York vollero assistere oltre 10.000 persone.

Esistono diverse versioni del film, la prima montata dal regista Fritz Lang subì da lui stesso un taglio di 30 minuti, ma con la seconda guerra mondiale la pellicola venne persa. Fortunatamente fu ritrovata in possesso di un collezionista privato nel 2008 a Buenos Aires, grazie al quale si poté recuperare il 95% del materiale perduto, consegnando al pubblico una versione restaurata completa di 153 minuti ad opera della Fondazione Murnau.

Oltre a queste due esistono diverse versioni più corte come quella creata dal musicista Moroder nel 1984, il quale riarrangiò la colonna sonora originale con una di musica rock.

Metropolis è giustamente considerato il capostipite del filone fantascientifico, che grazie alla lungimiranza del regista Lang riuscì ad imprimere alla cinematografia del tempo un balzo in avanti verso una nuova concezione di immagine filmica.

La molteplicità di innovazioni tecniche presenti, annovera questa pellicola non solo come fondatrice di un genere, ma la porta dritta nel firmamento dei capolavori della storia del Cinema.

Fin dalle prime immagini si nota la maestria di Fritz Lang nelle inquadrature, inserendo ad esempio nell’incontro iniziale tra Freder e Maria, un campo-controcampo, tanto indispensabile nel cinema parlato contemporaneo durante una conversazione, quanto poetico ed eloquente nel cinema muto.

Il film fu strutturato come un opera lirica, diviso cioè in tre parti: Preludio, Intermezzo e Furioso. La storia avanza in un crescendo rossiniano dove nel finale prevale il messaggio morale, in futuro poi ripudiato dal regista stesso perché troppo ingenuo e buonista.

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Le scenografie curate da Otto Hunte, Erich Kettelhut e Karl Vollbrecht furono monumentali, riuscendo a dare realmente l’impressione di una città mastodontica pur essendo semplici fondali dipinti. Questi furono integrati molto bene nella scena grazie all’introduzione della famosa tecnica di Schüfftan. Questa tecnica all’avanguardia permetteva, con l’uso di uno specchio bi-riflettente posto a 45 gradi rispetto alla macchina da presa, di riprodurre il riflesso di oggetti posti frontalmente.

La fotografia fu curata dal futuro premio Oscar Karl Freund. Il suo bianco e nero iconico creato con Lang riuscì a plasmare in ogni inquadratura una mirabile fotografia che si trasforma col mezzo cinematografico in immagini-movimento, in un certo senso anticipando di molto le teorie di Deleuze.

Per quanto riguarda il comparto recitativo gli attori principali furono tutti all’altezza del compito nel caratterizzare i propri personaggi, seppur con qualche mimica troppo eccessiva in alcune scene. Su tutti la giovanissima Brigitte Helm, la quale interpretando due personaggi si distinse per dare corpo e voce sia alla casta e pacifica Maria, che alla sua lasciva e subdola controparte. Apparvero inoltre migliaia di comparse, per lo più come maschere grottesche per rafforzare il pensiero di Lang: da una parte i lavoratori tutti omologati nel vestire, nell’incedere a ritmo di marcia verso il proprio turno di lavoro, senza nessun segno di umanità, come automi legati da un invisibile filo di un destino oscuro; dall’altra le comparse che interpretavano gli aristocratici, anche qui maschere grottesche di un’umanità che mostra il suo vero volto quando la Maria-robot balla in maniera provocante rappresentando la meretrice di Babilonia, causando le animalesche attenzioni dei presenti molto simili a maiali e che Lang ci mostra in primissimo piano quasi rievocando l’effetto del “cine-pugno” di ejzenštejniana memoria.

La pellicola è inoltre impregnata di simbologia, soprattutto di derivazione biblica (la torre di Babele, la meretrice di Babilonia e i setti peccati capitali) sulla quale si basa buona parte dell’impianto narrativo.

“Metropolis” rappresentò allo stesso momento l’apogeo e la caduta dell’espressionismo tedesco che, seppur prendendo molto dalle tecniche espressioniste (primo piano, fondali, trucchi ed effetti speciali) si allontanò dalle caratteristiche portanti della corrente tedesca come le scenografie distorte, irreali e tematiche gotiche, oscure o soprannaturali.

In definitiva il capolavoro di Fritz Lang rappresenta una pietra miliare della cinematografia mondiale, divenendo non solo un’icona dalla quale hanno preso ispirazione intere generazioni di registi ma addirittura è stato il primo film, considerato di valore culturale, ad entrare a far parte del progetto UNESCO “Memorie del mondo” fondato nel 1992.

Alessio Lacava

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Utlima modifica: 13 Gennaio, 2015



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