Tuffarsi nel mare per entrare in contatto con se stessi e la natura circostante. E al contempo, immergersi nel profondo delle acque per recuperare les déchects, i rifiuti che quotidianamente vengono gettati nei fondali della rada di Marsiglia. È così che in Oxygène – documentario del 2026 dei francesi Roxane Perrot e Ugo Isoard, in concorso al SiciliAmbiente Film Festival 2026 – un atto di riconnessione individuale finisce per fondersi con un fatto sociale, dando vita a un racconto che unisce felicemente spirito intimista e profondo senso civico. Non attraverso l’invettiva, ma con un piccolo esempio: basta davvero poco per restare in sintonia col mondo intorno a noi.
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La forza del messaggio in Oxygène
C’è, insomma, un cinema dell’impegno civile che ricorre ai toni della denuncia e un altro che preferisce forme più morbide e dialoganti, senza con ciò perdere la potenza del messaggio.
Oxygène appartiene a quest’ultima categoria. Mostra per sensibilizzare, racconta per far riflettere. Non a voce alta, ma attraverso la mescolanza di immagini disturbanti (quelle dell’immondizia “nascosta” sul fondale marino) e filmati di albe e tramonti.
È da questa prospettiva dolceamara che si presentano i protagonisti di questo racconto del reale. Non soltanto per ricordare che ogni anno circa 8 milioni di tonnellate di rifiuti vengono riversate negli oceani; non solo per avvertire che di questo passo entro il 2050 nelle stesse acque avremo più plastica che pesci, ma anche per accompagnare lo spettatore laggiù, in quel paesaggio subacqueo dove le varie sfumature di blu trasportano in una dimensione sospesa, in un “mondo d’introspezione”.
Come a dire che, nonostante la situazione peggiori di anno in anno, un ritorno all’armonia è ancora possibile (“la natura è incredibilmente resiliente”), e che proteggere il mare, farlo tornare a respirare, in fondo significa proteggere se stessi.
Un impegno dettato dall’amore per il mare
Loro, i protagonisti di quest’opera, sono Coralie, Jeremy, Astrid e Karim. Sono i membri di un gruppo di circa quindici apneisti volontari che ogni anno si ritrovano per una settimana sulla spiaggia marsigliese con l’obiettivo di raccogliere i rifiuti buttati sul fondale marino. Un lavoro duro e faticoso che i freedivers affrontano spinti da un profondo rispetto per l’ambiente circostante e soprattutto da un autentico amore per quell’elemento nel quale, immergendosi, trovano momenti di profonda riconciliazione, attimi di bellezza e verità assolute.
Vi è un senso di pace che emana dai loro corpi fluttuanti, come di un definitivo ritorno a casa. Ma forse c’è anche dell’altro:
“Hai la sensazione di flirtare con… non direi la morte, ma c’è una sorta d’incoscienza in tutto questo. Una sorta di connessione con qualcosa di molto più grande di noi, di infinitamente più vasto. Ed è davvero qualcosa di sconvolgente”.
Le parole di Jeremy ci suggeriscono l’idea che proprio queste donne e questi uomini potrebbero essere l’incarnazione dell’homme libre di Charles Baudelaire: “Toujours tu chériras la mer! La mer est ton miroir; tu contemples ton âme dans le déroulement infini de sa lame…”.
E intanto, l’acqua si fa liquido amniotico, il mare creatura viva e pulsante. In quelle onde si coglie il suo respiro, forse un lamento indomito e selvaggio: è ossigeno quel che chiede per sopravvivere. Ed è ossigeno ciò che i suoi figli intendono restituirgli. Liberandolo da lattine, bottiglie, carcasse di auto e bici. Restituendolo all’equilibrio del proprio ecosistema.
Sì, forse sono proprio loro – Coralie e gli altri – quei lutteurs éternels, quei frères implacables della poesia baudelairiana. Questi piccoli eroi del quotidiano che uniscono le proprie forze per lottare contro l’inquinamento, le microplastiche, le storture di una società consumista che produce molto più di quanto vi sia effettivamente bisogno. Loro sono lì a dire che non è più possibile andare avanti in questo modo, che così facendo si va incontro all’autodistruzione. Inevitabile un cambio di rotta da fare tutti insieme, con un gesto collettivo che sappia di presa di coscienza.
Sagge, in tale senso, le parole di Coralie: “Nella nostra società adottiamo uno stile di vita molto individualista. Abbiamo l’idea che la parola “comfort” significhi avere un grande appartamento tutto per sé, restando il più lontano possibile dal rumore e dalle altre persone. Abbiamo dimenticato come vivere insieme”.
La connessione tra le parole “comunità” e “felicità”
Frasi che inquadrano plasticamente la radice del problema: l’inabilità nel percepire l’altro da sé, l’incapacità di una connessione con la realtà circostante. È la stessa donna a suggerire la cura: non più nella ricchezza, né nello status bisogna ricercare la propria felicità, ma nella condivisione e nell’armonia con la natura.
Dunque, la comunità come risposta all’egoismo, la solidarietà come soluzione all’indifferenza. Ecco il motivo per cui i protagonisti agiscono insieme: perché nell’unione trovano quella forza e quel senso di appartenenza che da soli non riescono a scorgere. Si tratta di un atto velleitario? Certamente no. Agire per un futuro comune migliore, unire vecchie e nuove generazioni (queste ultime rappresentate dal giovane apneista Iben) sotto il segno della salvaguardia ambientale “non è mai una goccia nel mare”.
“Tutto ciò – ci spiega Isabelle, membro di Mer Terre (un’associazione che si prefigge di sensibilizzare politici e cittadini sulla gravità dell’inquinamento da rifiuti) – ha sempre un impatto reale: nessuna azione è mai troppo piccola”.
Proprio così, perché c’è bisogno costante di informare, spiegare e dare l’esempio. Che poi è esattamente quel che fanno i protagonisti di questo racconto dall’afflato introspettivo e dall’engagement sociale. Un’opera con cui, assieme al forte messaggio ecologista, si trasmette un concetto semplice ma fondamentale: che è nello sguardo verso l’esterno, nell’aprirsi al mondo che troviamo noi stessi e ciò che siamo davvero disposti ad amare e difendere.