Il mare che amo da morire, film del 2024 diretto da Yana Fedotova, è in concorso al SiciliAmbiente Film Festival 2026 nella sezione dedicata ai cortometraggi.
Giuseppe Nevoloso, figlio di un pescatore, era solo un bambino quando per la prima volta accompagnò suo padre a pescare. Impaziente di andare per mare, quando la notte suo padre si preparava per uscire, Giuseppe si girava e rigirava sul letto per far sentire di essere sveglio, finché un giorno, finalmente, riuscì a farsi portare in barca.
Dopo un’intera esistenza spesa per mare, ancora ricorda con euforia le fatiche e le soddisfazioni che la pesca gli regalava: uno scontro tra lui, che col mestiere del mare doveva guadagnarsi da vivere, e quei grossi pesci che lottavano nient’altro che per la sopravvivenza. La stanchezza era ripagata dalla soddisfazione di vedere la barca piena di pesce fresco. Nel periodo dei tonnetti, racconta, con le lenze si riusciva a pescare anche mille esemplari in mezz’ora, e in quei momenti la soddisfazione era tale che “il sorriso andava alle stelle”. Ma così come la vita di un grosso pesce è appesa a una lenza sottile, anche quella del marinaio, sospinta tra la bonaccia e la tempesta, soffre della stessa incertezza.
Il mare che amo da morire: un sogno in bianco e nero
In un bianco e nero che accentua l’allungarsi delle ombre all’interno del suo magazzino, Giuseppe rammenda una rete da pesca appesa tra un’estremità e l’altra della stanza. La sua voce fuori campo risuona come un monologo interiore di cui ogni racconto, scandito dai giri regolari della navetta – un tipo di ago progettato per riparare le reti da pesca – è insieme il suo racconto e quello di ogni altro pescatore.
“Nato libero, posso dire di essere un cittadino del mare” sostiene Giuseppe; ma è una libertà parziale, quella di chi pratica questo mestiere, che ha margine d’azione soltanto dove non arriva l’influsso del mare: come si può definire libera una vita di notti insonni, dove il pensiero oscilla tra il calcolo dell’angolo di rotta, delle distanze e dei tempi di percorrenza? È una libertà che si ottiene a volte al prezzo della vita, barattata per una barca insanguinata piena di pesce fresco e smarrita in un temporale estivo.
L’avventura del mare è dunque un sogno in bianco e nero per Giuseppe, ormai non più giovane. Per chi ancora potrebbe vivere di pesca, invece, la crisi organica del mestiere – dall’aumento dei costi del carburante al fermo biologico – frena ogni ambizione e qualsiasi desiderio di avventurarsi per mare. In questo senso, il bianco e nero in Il mare che amo da morire assume una valenza strutturale in quanto espressione dei ricordi di Giuseppe, ma anche storica se si considera il film come la testimonianza di un mestiere le cui modalità tradizionali appartengono più al passato che al presente. Malgrado ciò, di fronte alla possibilità di rinascere, Giuseppe ha una sola certezza: “Mi farei di nuovo pescatore”.
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