Presentato in anteprima alla 44esima edizione del Bellaria Film Festival La bolla delle acque matte di Anna Di Francisca è una fiaba moderna che parla del nostro tempo raccontando la storia di un uomo innamorato dell’umano. Con Fausto Russo Alesi nei panni del protagonista. Del film abbiamo parlato con la regista.
La bolla delle acque matteè prodotto e distribuito da Incipit Film.
Anna Di Francisca e il suo La bolla delle acque matte
Le vicende de La Bolla delle Acque Matte sono il risultato di una trasfigurazione poetica che mette insieme elementi e fatti della cultura e della storia più o meno recente relativa alle zone che insistono sulla piana di Castelluccio. Mi riferisco per esempio alla leggenda delle fate che di notte si mescolano agli esseri umani per poi scomparire al sorgere del sole.
Proprio così. Nel caso delle fate mi sono ispirata a una credenza locale trasformandole in una specie di protezione civile moderna.
La bolla delle acque matte diventa in questo modo una fiaba contemporanea che mette insieme thriller e fantasy per raccontare le conseguenze del drammatico terremoto che nel 2016 colpì le zone del centro Italia.
L’idea di partenza è legata al fenomeno dello spopolamento di quelle zone poi incentivato dal terremoto. Vivendo nelle vicinanze di Castelluccio ho partecipato a quei fatti attraverso le esperienze di amici che hanno perso tutto quello che avevano. L’idea del film era precedente a quegli avvenimenti che poi sono entrati nella storia mettendo insieme le cronache di quelle drammatiche giornate. Mi ricordo di articoli sugli extra comunitari arrivati in Italia con i barconi che poi hanno perso la vita non sapendo neanche cosa fosse un terremoto. Il pensiero di questa gente in cerca di fortuna morta per qualcosa di incomprensibile mi ha toccato profondamente. In cerca dei loro cari dispersi sotto le macerie sono stati spesso scambiati per sciacalli e come tali trattati. Il paradosso di questa vicenda ha innescato in me una riflessione sul parallelismo esistente tra la condizione dei terremotati e quella degli immigrati dando vita a una storia in cui il realismo si mescola alla fantasia.
Il contesto
Girato per lo più in esterni il film fa del paesaggio naturale la struttura primaria di un racconto archetipico. Depauperato delle sue architetture urbane sostituite da abitazioni d’emergenza la natura ferita dal terremoto diventa espressione di un grido di dolore universale che risulta dalla scarnificazione dei segni all’interno dell’inquadratura. La bolla delle acque matte parte da una situazione contingente per parlare del nostro tempo.
Per una regista che deve affrontare un tour promozionale la precisione del tuo sguardo risulta terapeutico. Non c’è dubbio che volessi raccontare un oggi attraverso momenti in cui si sorride anche. Ho cercato di farlo attraverso i temi che mi interessavano. Oltre a quelli di cui ti ho detto sopra ci sono quelli dell’accoglienza e dell’empatia nel senso che per costruire non basta ricominciare dalle case ma bisogna partire dai tessuti sociali. Il mio percorso è partito da qui.
Come hai giustamente notato, il paesaggio è protagonista della nostra storia, sia quello distrutto e ridotto in macerie, sia quello della piana testimone della tragedia. Nello stesso tempo volevo che nel dramma ci fosse una possibilità di rinascita, un simbolo come quello del ristorante in cui è possibile mescolare le culture attraverso ricette che mettono insieme tradizioni culinarie provenienti da varie parti del mondo. Il nome del locale ripreso nel titolo è riferito alle acque dei torrenti carsici di quella zona che alla pari delle ricette del ristorante si mescolano uno con l’altro alla volta di una direzione a noi sconosciuta. Nel film le ricette umbro pakistane senegalesi si mischiano come le persone italiane con quelle straniere. L’iniziale reticenza del personaggio interpretato così bene da Lucia Vasini, restia a qualsiasi tentativo di contaminazione dei suoi piatti e poi conquistata dalle proposte gastronomiche dei nuovi arrivati è una dinamica tratta direttamente dalla realtà.
Nel film l’anomalia che mette insieme civiltà industriale e civiltà contadina accostando automobili e droni all’ancestrale morfologia del paesaggio naturale riflette le sensazioni che si ebbero quando, nel corso dell’emergenza, i camion dell’Esercito Italiano contribuirono alla semina e alla raccolta delle lenticchie lungo la piana di Castelluccio, ma anche alle immagini di quelle zone fornite dai droni chiamati a contribuire alla sicurezza dei luoghi colpiti dal terremoto. Nel film tutto questo diventa una sorta di lotta tra bene e male in cui tra le file del primo ci sono il sindaco e le persone che lo aiutano mentre il secondo assume una valenza metafisica attraverso la scelta di sostituire la presenza umana con il disumano presente negli strumenti della modernità tecnologica.
La scelta di non far vedere mai le persone ma di avere oggetti simbolici come lo sono le macchine nere che attraversano il paesaggio allo scopo di vanificare gli sforzi del sindaco era una cosa voluta. Per lo stesso motivo ho cercato di ridurre al minimo le comparse. Insomma mi piaceva accentuare queste caratteristiche metafisiche pur considerando che le minacce raccontate nel film sono molto meno fantastiche di quello che si pensa perché tutti i paesi terremotati hanno subito tentativi di speculazione da parte di “agenti” esterni. Nei luoghi dove abbiamo girato ci sono state aziende fantasma che millantavano contributi europei devoluti alla ricostruzione.
Detto questo il messaggio del film è quello che per riuscire a trovare la pace e ricostruire ciò che andato distrutto non si può fare tutto da soli: bisogna guardare chi hai vicino e avere un senso della comunità che noi italiani in parte abbiamo perso. Al di là delle guerre questo è il nostro male. Dopodiché nel film non c’è un male assoluto. Come hai visto anche la psicologa interpretata da Jaele Fo, nipote del grande Dario Fo, in realtà non è una cattiva a tutto tondo. Più degli altri è coinvolta in questa follia collettiva di rinascita subendone suo malgrado le nefaste conseguenze.
Ispirazioni di Anna Di Francisca
A proposito di metafisica del male la scena in cui i nostri all’interno del ristorante si ritrovano accerchiati da una minaccia che non vediamo mai in faccia ma di cui vediamo le ombre mi ha ricordato la messinscena di Signs. Sei stata ispirata da quel film?
Ho presente Signs ma quando ho girato non ne ero cosciente nel senso che la struttura del ristorante con le sue trasparenze è qualcosa che ho trovato in loco. Questo mi ha fatto evitare le trafile burocratiche necessarie a installare una struttura architettonica all’interno del paesaggio, cosa di per sé difficilissima in termini di permessi e autorizzazioni. Come puoi immaginare le trasparenze del ristorante portavano con sé con la difficoltà di girare con tendaggi che da un momento all’altro facevano entrare in campo improvvisi fasci di luce. Come hai notato anche noi in quella scena volevamo ricreare un cotè comprensivo di impegno e fantascienza, lasciando intendere che è l’intervento delle fate a sgominare i nemici del sindaco. Ciò avvalorava l’alone magico presente in tutto l’arco della storia.
La bolla delle acque matte parla di una società ideale. Nel rifondare da zero ciò che è andato distrutto il sindaco pensa alla componente umana come centro propulsore di una sorta di falansterio, ovvero di un consesso basato sulla cooperazione collettiva e non sul raggiungimento del profitto e del successo. In questo senso e non solo La bolla delle acque matte è un film molto politico.
Sì, questo elemento è parte della storia. Il mio film è politico nella misura in cui credo che la ricostruzione positiva di una collettività dipenda per forza di cose dall’attenzione verso l’altro inteso non solo come le persone con cui siamo cresciuti ma anche con chi arriva da paesi di diversa cultura.
Un film controcorrente
La bolla delle acque matte dialoga con il tempo presente anche attraverso la figura del sindaco che fa dell’inclusione e dell’accoglienza il modo per contrastare il mercantilismo di chi vorrebbe trarre profitto dalla ricostruzione del paese. La rinuncia al conflitto a favore di una ricomposizione pacifica delle divergenze è l’esatto contrario della mentalità corrente.
Assolutamente sì. Se vuoi ci sono persone che anche in Italia hanno tentato dei percorsi simili, come per esempio Mimmo Lucano. Il mio film è solo l’inizio di un percorso perché la storia si ferma prima di vedere gli esiti degli sforzi compiuti dal protagonista non senza lanciare un augurio che faccio prima di tutto a me stessa e poi agli altri, quello di cercare di vedere chi è l’altro per evitarne di averne paura.
Oltre a essere un visionario, capace di vedere cose che altri non colgono la figura del sindaco fa da ponte tra terra e cielo. Il fatto di mostrarlo sempre sulla strada, lontano dai palazzi istituzionali ma mescolato tra le persone comuni ne fa un esempio di politico ideale di cui ci sarebbe molto bisogno.
Sì, Lorenzo è il politico ideale. Mi fa venire in mente Jose Pepe Mujica, ex presidente dell’Uruguay, così soprannominato per non aver mai rinunciato a coltivare la terra. Lorenzo pensa davvero alla sua comunità e se ne prende cura come meglio può. Si sacrifica per lei e si arrabbia solo quando i suoi valori e la sua apertura mentale non viene capita o ancora peggio fraintesa. In questo senso penso che nell’interpretarloFausto Russo Alesi ne abbia davvero abbracciato la personalità.
L’interpretazione
La scelta di Fausto Russo Alesi mi sembra appropriata per interpretare una figura come quella di Lorenzo a cui l’attore regala un anelito, quello relativo al superamento dei propri limiti tipico dei grandi personaggi da lui interpretati in Teatro.
Lo penso anch’io. Con lui ho avuto un vero e proprio idillio, dovuto al fatto che ci siamo capiti subito. L’ho voluto nel film a tutti i costi. La bolla delle acque matteha avuto molti slittamenti, ma Fausto non è mai venuto meno alla voglia di farlo. Lavorare con un attore come lui è stato un regalo nel senso che Fausto non è solo un bravissimo attore ma sul set è portatore di armonia. Quando uno lavora per quattro settimane a 1400 metri senza cover set devi avere attori e troupe disposti a lavorare in perfetta simbiosi. Così è stato e nel fare questo Fausto è diventato Lorenzo, non so se mi sono spiegata? Lui era una spugna anche rispetto a quello che sentiva nel paese dalle poche persone rimaste in loco. Parlavamo continuamente modificando alle volte dei dialoghi oppure arricchendoli di suggestioni derivate dalla sua immersione nell’ambiente circostante. Alla fine il regalo più bello è stato quello di dirmi di non aver sentito nessuna difficoltà a fare il film per la piacevolezza delle cose successe nel corso della lavorazione.
Considera che abbiamo girato in un territorio terremotato in cui non c’era praticamente nulla. Lo stesso hanno fatto con Sidy Diop e Lucia Vasini. Questo mi fa dire che lavorare con attori che vengono dal teatro è sempre una garanzia quando ti ritrovi a fare film difficili. L’abitudine a stare molto insieme anche in condizioni disagiate li rende davvero speciali.
Parliamo del cinema che ti piace.
Io adoro la commedia e in generale il cinema inglese contemporaneo e per esempio quello di Ken Loach. Mi piacciono moltissimo i lavori di Robert Guédiguian e con lui tutto il cinema europeo che attraversa il sociale anche in chiave ironica e non solo educativa. Amo Jaques Tati, il cinema della Nouvelle Vague e ancora il Jaco Van Dormael di Toto le Heros capace di mescolare con maestria realtà e sogno.