Dalle pietre, dall’acqua salmastra, dai reperti archeologici, dalle vie deserte che tratteggiano l’isola, dal verse che la colora, dalle voci, e dai volti, di chi, quell’oasi immersa nella laguna dello Stagnone, ha studiato, vissuto, amato e raccontato. Da qui, parte Attraverso Mozia, e lo sguardo e la narrazione offerta da Salvo Cuccia, regista del documentario presentato in concorso al Salina Doc Fest, evento tra i più di punta per il cinema documentaristico internazionale capace di trasformare il documentario narrativo in opere di grande impatto popolare.
Lavori, come quello di Cuccia, che, raccontando la storia di quel piccolo lembo di terra tra Marsala ed Erice, una volta faro del mondo fenicio punico, realizza, e regala, un’opera capace di unire, tra storia collettiva e personale, dimensioni temporali distinte: l’epopea antica dell’isola, l’avventura umana e intellettuale di chi l’ha riscoperta e amata, e il respiro immobile e la realtà, presente, di un luogo che continua a parlare, e a raccontare.
I reperti del microcosmo fenicio
L’occhio di Cuccia si concentra, inizialmente, sulle fortificazioni, sui resti che lambiscono l’acqua, sui manufatti e gli oggetti, simulacri di una storia e di un luogo lontano, dimenticato e poi riscoperto, come l’isola di Mozia. E lo fa osservando prima l’isola da lontano, avvicinandosi e poi sbarcandoci; attraversandola e muovendosi tra la sua natura e la sua storia, che, proprio da quelle acque, comincia.
Apparentemente fragile, quel mare è stato invece luogo di una delle realtà e delle roccaforti più floride e inespugnabili del Mediterraneo, abbracciato dal profumo di cedro, e culla di stoffe tinte a mano e vino che i Fenici avevano portato in auge. Creando un microcosmo autosufficiente ma aperto al mondo e a porti lontani, dove ogni viaggio rappresentava un’opportunità di scoperta e connessione. Un ponte commerciale strategico e patria di ceramiche e porpora, una delle colonie più floride, fino all’assedio e alla distruzione del 397 a.C. da parte del tiranno di Siracusa Dionisio, che la lasciò abbandonata ed emarginata. Fino a quando, nel Medioevo, dei monaci la abitarono e la ribattezzarono San Pantaleo, e fino a quando, solo all’inizio del secolo scorso, fu riscoperta grazie agli scavi dell’inglese Jospeh Whitaker, che l’acquistò e fu iniziatore delle prime campagne archeologiche.
Scavare la terra per ritrovare se stessi
È tra quei resti ritrovati e riconosciuti da Whitaker che, nel presente del documentario di Cuccia, si incontrano Orlando Mosyn Owen, figlio della giornalista e scrittrice Gaia Servadio, autrice del libro Mozia – Fenici in Sicilia, e Lidia Tusa, figlio di Vincenzo Tura, archeologo e sovrintendente alle antichità della Sicilia occidentale tra gli anni Sessanta e Settanta. Una donna che ha scavato in quella terra alla ricerca del modo per raccontare la storia della scoperta di Mozia, dei suoi abitanti diventati degli esuli, degli uomini senza patria, e ha trovato le parole della narrazione, unendo la ricerca storico archeologica al racconto; e un uomo, figura carismatica e instancabile, che in quella stessa ricerca ha portato alla luce il Tofet, santuario a cielo aperto dei Fenici, le necropoli arcaiche e tratti delle cinte murarie.
Persone che, scavando nell’isola, hanno scavato in se stessi, che sono diventati un tutt’uno con essa, sono cambiati, cresciuti ed evoluti, con la stessa Mozia. E, allo stesso modo, hanno fatto i figli, e le altrettante voci che, alternate a video e immagini di repertorio tra cui quelli che risalgano all’ultima proprietaria dell’isola, Delia Whitaker, raccontano l’isola e che, lì, andando e tornando, hanno costruito la propria vita e la propria carriera.
In un via vai di arrivi e partenze, presente e passato, che si uniscono, intersecano e convivono, in un’isola che, come “il giovane”, la statua più enigmatica ritrovata, rimane la stessa, ferma, ma sembra, allo stesso tempo, cambiare, in continuazione, guidato dai sentimenti, dai pensieri e dalle emozioni di chi la vive e la visita. Così come quella statua può diventare un giovane, un erige, un efebo, e, addirittura, un Dio. Un Dio che si muove in quella natura in cui, nonostante il tempo, la memoria vive, permane, e rimane.