In Concorso alla 43esima edizione del Torino Film Festival, The Garden of the Earthly Delights di Morgan Knibbe si è aggiudicato il premio come ‘Miglior Lungometraggio‘.
Prodotto dalla la casa olandese BALDR Film e la filippina Popple Pictures, con il contributo anche di CZAR Film (Belgio).
La storia
Nelle baraccopoli di Manila, l’undicenne Ginto lotta per sopravvivere. Da grande sogna di diventare un gangster. Il suo modo per sfuggire alla realtà è sperimentare viaggi psichedelici, indotti dalle droghe, con il suo migliore amico, mentre sua sorella Asia si prostituisce con la speranza di costruirsi una vita migliore.
Nel frattempo, il turista olandese Michael arriva in città per festeggiare il Natale con la fidanzata filippina conosciuta online, salvo scoprire di essere stato truffato: tradito e distrutto, Michael scende negli abissi del quartiere a luci rosse della città e quando incontra Asia e Ginto le cose prendono una piega drammatica, trascinando tutti in un brutale giardino delle “delizie” terrene.
Knibbe: l’urgenza di raccontare una dura realtà
Knibbe, regista olandese, noto per documentari e corti che affrontano tematiche sociali, ha dichiarato di voler rispettare, anche in questo suo primo lungometraggio, un principio di verità e autenticità.
Non a caso, ha scelto di girare in contesti reali, con persone che vivono la drammatica situazione che racconta.
“Per come la vedo io, viviamo in un’economia globale in cui i corpi vengono sfruttati, sia nelle fabbriche che sfruttano il lavoro di tantissime persone con salari bassissimi, sia nelle miniere, nelle piantagioni o nei bordelli.
Alla ricerca del costo del lavoro più basso possibile, le multinazionali continuano a fare leva sui più vulnerabili, sfruttando risorse e dissanguando le ex colonie, mentre le persone in Occidente godono di una ricchezza sproporzionata.
È per questo che ho iniziato a scrivere The Garden of Earthly Delights, cercando di spingere il pubblico a riconoscere e accettare l’umanità di chi è stato disumanizzato per secoli. Il film invita il pubblico a confrontarsi con una storia che troppo spesso abbiamo scelto di ignorare.”
Uno sguardo sugli ‘invisibili’
Siamo nelle baraccopoli di Manila, e la miseria, la disperazione, la fame, materiale e morale, sono palpabili.
Bambini che sognano di diventare criminali e che cercano di sopravvivere come possono, adulti che barattano dignità per puro istinto di sopravvivenza.
Knibbe lascia vivere i suoi personaggi nella loro complessità, senza giudicarli. Non cerca scorci buoni o illusorie redenzioni: mostra la cruda verità, senza filtri, senza mezze misure. Con la sua opera si ‘sporca’ le mani fino in fondo, non ha paura di dire, di mostrare, di svelare, di sconvolgere.
Del resto se vuoi raccontare veramente una storia, non puoi fare sconti o omissioni. Perché l’arte non può essere confortante o consolatoria, deve attraversarti, lacerarti e ricomporti.
Ginto è un bambino che sogna di diventare un gangster perché per lui quel sogno rappresenta una fuga, una promessa di potere e di via d’uscita dall’inferno in cui vive.
Cresciuto nella miseria, conosce solo il linguaggio della violenza. Nella desolazione si fa ancora più urgente il bisogno di una connessione umana: l’amicizia con un altro ragazzo di strada fa emergere il suo desiderio di un legame affettivo e di appartenenza.
Il corpo di sua sorella Asia, invece, è ridotto a merce: l’unica speranza, anche per lei, è la sopravvivenza. Vite barattate, infanzie negate, identità e innocenze rubate.
Le immagini, le baracche, i vicoli sporchi, il cielo pesante, la fame, la disperazione penetrano lo schermo e costringono lo spettatore a confrontarsi con un’umanità sotterranea.
Il film non è un racconto di salvezza o di redenzione. È la realtà nuda e cruda; Knibbe mostra quello che succede quando le periferie, sociali, economiche, umane, sono abbandonate all’oblìo, mentre intorno prosperano speculazioni, ingiustizie e sfruttamento.
La fotografia, curata da Frank van den Eeden, rivela attraverso la polvere e il fango, la vita che cerca di resistere a costo di tutto.
The Garden of the Earthly Delights non è un film “comodo”, non cerca di compiacere ma di scuotere, rivelando le contraddizioni e le ferite del mondo globalizzato. Non è consolatorio ma ti costringe a prestare attenzione, a sentirti al contempo impotente e colpevole.
Il linguaggio visivo non convenzionale, il messaggio sociale urgente e la brutalità di una realtà cruda, uniti all’onesta del racconto e alla forza emotiva del film sono i punti di forza dell’opera che ha conquistato la 43esima edizione del Torino Film Festival.
L’intento del regista è quello di dare voce e corpo agli invisibili, restituire una dignità di chi vive ai margini, in quella parte di mondo ‘sbagliata’, dove la vita non è un diritto ma va guadagnata giorno per giorno.
I punti critici del film
Sicuramente The Garden of the Earthly Delights è un film ambivalente che crea discussione: da un lato la narrazione audace mette in rilievo l’intento politico/sociale dell’opera, dall’altro c’è un rischio di spettacolarizzazione del dolore e della miseria.
La potenza visiva e la spregiudicatezza narrativa crea consapevolezza ma anche disagio nello spettatore. L’intento di Knibbe è chiaro, è quello di rendere la popria opera una testimonianza ma il confine tra la rappresentazione feroce della povertà, dell’abuso e della morte e il voyeurismo morale potrebbe risultare labile. L’esasperazione dei drammi che coinvolgono i personaggi più che provocare empatia e riflessione può generare repulsione e disgusto.
I momenti visionari affidati ai trip psichedelici di Ginto, conferiscono un respiro poetico e immaginifico al film e si contrappongono al duro realismo della storia, creando, forse, un contrasto troppo netto. D’altro canto, la magia visiva rivendica, a suo modo, un desiderio di evasione, di resistenza e la ricerca di una bellezza al di là del dolore.