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‘Ivan Castiglione’: trent’anni di carriera tra luce, set e palcoscenico

Da Napoli a Glasgow, dal palcoscenico internazionale al cinema d’autore, fino alla nuova fiction "La Preside" accanto a Luisa Ranieri. Ivan Castiglione racconta trent’anni di una carriera segnata da talento, passione e carisma, con la curiosità di chi non smette mai di esplorare nuovi mondi. Tra ruoli che sfidano la realtà e personaggi che vivono tra le sfumature.

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Ivan Castiglione appare sullo schermo e, per un attimo, dimentico che stiamo parlando attraverso Zoom. La sua presenza è totale, come se il mondo intero si fosse ristretto a quell’inquadratura. C’è qualcosa di magnetico nel suo modo di muoversi, di sorridere, di far scivolare parole e gesti con la naturalezza di chi ha vissuto trent’anni di palcoscenici e set cinematografici senza mai perdere il gusto della sorpresa. Sorride, racconta, incanta, e tutto sembra straordinariamente vicino. È l’attore che ha portato Gomorra sui teatri europei, che ha recitato in inglese con il National Theatre of Scotland, che si muove tra cinema d’autore e commedie brillanti con la stessa curiosità e la stessa energia. Eppure, lì, davanti al computer, tutto sembra straordinariamente intimo: la voce, lo sguardo, la passione per il mestiere che traspare in ogni frase. E lui racconta tutto con la leggerezza di chi conosce il proprio valore, ma senza mai prendersi troppo sul serio. È un racconto di passione, di mestiere, di cultura vissuta come privilegio e responsabilità, un mondo dove il teatro diventa un’esperienza quasi mistica, il cinema un atto di verità, e la cultura italiana un patrimonio fragile da difendere. E mentre mi racconta del suo ultimo lavoro, La Preside,  accanto a Luisa Ranieri, per un attimo sembra quasi che lo schermo si trasformi in un palcoscenico dove lui, ancora una volta, è pronto ad andare in scena.

Ph. Duccio Giordano

Nella fiction Rai La Preside, interpreta Franco Carli, marito di Eugenia Canfora, il personaggio interpretato da Luisa Ranieri. Cosa l’ha colpita di più di questo progetto?

Mi ha colpito soprattutto la storia di questa donna profondamente appassionata, che fonda sull’educazione e sulla legalità il tentativo di recuperare ragazzi cresciuti in un quartiere difficile, con poche speranze. Il mio è un ruolo apparentemente defilato, ma centrale per l’equilibrio familiare: il prezzo che lei paga per seguire la propria vocazione ricade anche sul rapporto con i figli e con il marito. È affascinante vestire i panni di un uomo che sta accanto a una donna animata da una missione così forte. Rispetto a un passato in cui erano gli uomini a occupare il centro della scena, oggi emerge una nuova figura di eroina femminile. Franco Carli è un personaggio pieno di sfumature, di mezzitoni: non è né totalmente buono né completamente cattivo, ed è proprio questa zona grigia a renderlo interessante. Del resto, interpretare personaggi sfumati e ambivalenti è spesso più stimolante che incarnare un antagonista o un eroe puro: sono i ruoli complessi a offrire le sfide più affascinanti.

Completamente diverso è il suo ruolo nella fiction Una famiglia imperfetta, dove interpreta l’antagonista.

Sì, c’è un vero e proprio cambio di registro. Porto in scena un uomo dai valori mediocri, un personaggio lontano da me, che non suscita certo simpatia. Proprio per questo è stato interessante confrontarsi con due facce della stessa medaglia: da una parte un uomo moderno, che riflette un’idea di parità e di evoluzione sociale; dall’altra, una persona gretta, meschina, incapace di riconoscere il valore delle donne. È stato stimolante affrontare, in due serie diverse, i due lati di questa medaglia. Ovviamente, come uomo, mi sento molto più vicino al personaggio di Franco, il marito della Preside. Tuttavia, interpretare personaggi così lontani da sé, persino negativi, è sempre affascinante: permette di esplorare la dimensione dell’“altro”, ed è uno degli aspetti più stimolanti del mestiere dell’attore.

Ma come fa a calarsi in personaggi così diversi e risultare sempre credibile?

A volte è sorprendentemente semplice, soprattutto quando puoi attingere a sensibilità che ti appartengono. Il lavoro consiste nel portarle in scena nel modo più autentico possibile. Quando invece interpreti un antagonista, il processo cambia: non c’è un’immediata identificazione, ma un percorso più razionale che parte dalla testa e poi si trasferisce nel corpo. Paradossalmente, a volte questi personaggi lontani finiscono per diventare più “tuoi” di quelli che ti somigliano davvero. Mi è capitato, ad esempio, di rappresentare situazioni legate alla gelosia, un sentimento che nella vita reale non mi appartiene. Eppure, leggendo il copione, quelle dinamiche diventavano così reali per il personaggio da influenzarmi emotivamente. In quei momenti, la finzione si trasforma quasi in una realtà parallela. Poi ci sono moltissimi strumenti pratici: un modo di camminare, un gesto, uno sguardo, un abito, un oggetto. Dettagli che aiutano enormemente a entrare nel personaggio. Del resto, attraverso questo lavoro si smette di essere se stessi per diventare qualcun altro.

È stato il primo attore italiano a lavorare con il National Theatre of Scotland: che tipo di esperienza è stata The Driver’s Seat e cosa le ha lasciato il confronto con una produzione internazionale?

È stata una di quelle esperienze che porterò sempre con me. A un certo punto mi sono ritrovato a Glasgow, a recitare su un palcoscenico insieme ad attori inglesi straordinari, famosissimi, all’interno di una produzione imponente, ricchissima di mezzi e risorse. Quello che mi ha colpito di più, però, è stato scoprire che, pur recitando in inglese – una lingua che non è la mia – le regole del gioco erano le stesse. Riuscivo a interagire con loro in modo del tutto naturale. Spesso noi italiani siamo un po’ esterofili e tendiamo a percepire l’estero come qualcosa di lontano, quasi irraggiungibile. In realtà, una volta sul palco, i linguaggi erano identici. Ed è questo l’aspetto più interessante: la recitazione, come tentativo di rappresentare la realtà, diventa universale, indipendentemente dalla lingua e dalla propria tradizione. Lì il teatro conserva ancora una centralità nella vita sociale, un po’ come accadeva in Italia anni fa, quando alle prime c’erano tutte le cariche politiche. Da noi le cose sono cambiate, mentre nel Regno Unito questa centralità è rimasta molto forte. Essere parte di quel contesto ti fa sentire parte di un movimento vivo, ascoltato e riconosciuto. È stato davvero un sogno, qualcosa di profondamente bello.

In una recente intervista ha detto: “Andare in scena è un po’ come sentirsi Dio, anche se sei ateo”. Cosa significa esattamente?

Al di là della provocazione della frase, è un’esperienza che vivo in modo molto concreto. Non so spiegare cosa accada esattamente. Nella vita quotidiana, per esempio mentre guido, potrei facilmente distrarmi e sbagliare strada. In scena, invece, succede l’opposto. Appena entro, sono completamente presente: ascolto le battute degli altri attori, percepisco un colpo di tosse in platea, una risata, vedo qualcuno dietro le quinte che mi fa uno scherzo. E allo stesso tempo riesco persino a pensare a cosa dovrò fare il giorno dopo. È come se le mie capacità mentali si amplificassero. Non so spiegare il perché, ma per questo parlo di una sensazione simile a sentirsi Dio, anche senza crederci: è come entrare in un mondo che ti dona una sorta di superpoteri. Andare in scena è come essere un Avengers. Si vive una condizione unica, fatta di assenza e presenza insieme: sembra una contraddizione, ma in realtà sei completamente immerso nel presente, consapevole di tutto ciò che ti circonda. In scena si torna bambini e si ritrova un’armonia profonda con la vita.

Ph. Mia Di domenico

Sempre parlando di teatro, ha interpretato Roberto Saviano nella versione teatrale di Gomorra, un ruolo che le ha valso anche il Golden Graal nel 2008. Cosa ha significato confrontarsi così da vicino con una figura reale e così esposta?

È stata una parentesi enorme della mia vita. Tutto è iniziato prima ancora della pubblicazione del libro: Gomorra non era ancora uscito e Roberto Saviano era un giovane giornalista. Un amico regista, con cui lavoravo spesso, mi propose di conoscerlo. Rimasi folgorato. In quel periodo lavoravo allo Stabile di Genova e dissi subito che qualunque cosa avesse fatto quel ragazzo, dovevamo restare in contatto. Qualche tempo dopo mi inviò alcune bozze di quello che sarebbe poi diventato Gomorra, spiegandomi che il libro sarebbe uscito in una piccola edizione con Mondadori. Nel frattempo, Roberto era diventato un amico. Quando poi avvennero gli eventi noti — Casal di Principe, la scorta, l’esposizione mediatica — lo spettacolo era già in programma. All’inizio non avevamo grandi produzioni alle spalle, ma successivamente arrivarono realtà importanti come il Teatro Mercadante di Napoli. È stato un percorso lunghissimo, che ci ha portato in tutta Europa: Germania, Francia, Parigi. In quel caso il confine tra recitazione e realtà era stato completamente superato. Ci siamo trovati con auto della polizia sotto casa, incontri delicati e una grande esposizione mediatica dopo la messa in onda in Rai. Piccole cose rispetto a ciò che viveva Roberto, certo, ma comunque esperienze che un artista non immagina mai di affrontare. Noi eravamo, letteralmente, la voce di Saviano in giro per l’Italia. Parliamo del 2007: Gomorra era uscito nel 2006 e in molte città, come Milano, si conosceva poco della realtà dei casalesi. Ci fu un’identificazione fortissima, con tutta la fatica che comporta. Eravamo diventati una sorta di “Beatles del teatro”, non per noi, ma per Roberto. Era un mondo completamente diverso dal mio lavoro abituale, perché stavamo portando avanti una battaglia che riguardava tutti, non solo Napoli.

Nel suo percorso teatrale ha collaborato con nomi come Claudia Cardinale, Mario Martone e Roberto Saviano. C’è stato un incontro artistico che ha segnato una svolta nel suo modo di lavorare?

È una domanda complessa, perché per come vivo il mio lavoro ogni incontro, anche con una persona meno nota, può diventare decisivo e stimolante. Se devo partire dall’ultimo periodo, penso alla serie girata due anni fa con Luca Zingaretti, che mi ha poi portato a lavorare anche con Luisa Ranieri. A questo proposito devo aprire una parentesi: Luisa è un’attrice che lascia davvero senza parole. Al di là di una carriera ormai consolidata e pubblicamente riconosciuta, quando sei sul set capisci cosa significhi essere un’attrice. Lo stesso vale per Luca. Entrambi possiedono quella che in teatro una volta si chiamava qualità da “capocomico”: sanno essere leader, ma restano vicini agli altri, disponibili e presenti. È una dote rara, dalla quale si apprende moltissimo. Io ho il vizio, sul set, di ascoltare tutti: dal costumista al giovane attore. Poi, naturalmente, a decidere è la mia sensibilità. La visione cambia anche con l’età. Quando sei agli inizi, lavorare con Giorgio Albertazzi era qualcosa di enorme, così come con Ugo Pagliai, Manuela Mandracchia, Nello Mascia o Claudia Cardinale. Ti trasmettono un modo diverso di stare sulla scena e di approcciare il lavoro. Alla fine, direi che ogni incontro è stato fondamentale: mi piace pensare di poter continuare ad apprendere da chiunque.

Il cinema l’ha vista protagonista in film premiati come Taxi Mon Amour. Cosa cerca in un progetto cinematografico?

Ti rispondo con grande sincerità. Taxi Mon Amour è un film di Ciro De Caro, un autore che mi interessa molto per ciò che racconta e per il suo modo di girare: è un cinema che si avvicina alle mie corde. Allo stesso tempo, a marzo uscirà una commedia brillante, molto diversa, che mi ha divertito enormemente girare. Credo sia bello partecipare a progetti differenti tra loro. In realtà, più che scegliere, spesso vengo scelto. Quello che conta davvero per me è la qualità del progetto. Che si tratti di una commedia, di un film drammatico, di una biografia o di un’autobiografia, tutto dipende da come è scritto e da come viene realizzato. Ciò che cerco, prima di tutto, sono buone sceneggiature.

Laureato in Economia e Commercio, ha poi intrapreso una strada completamente diversa. Cosa significa avere il privilegio di fare un lavoro che coincide con una grande passione, e quale è stato l’input che l’ha portata alla recitazione?

È successo tutto durante l’università. In realtà ho iniziato a lavorare come attore professionista prima di completare gli studi; mi mancavano solo tre esami. A un certo punto avevo interrotto, poi li ho recuperati per un senso di responsabilità verso il percorso fatto. All’università andavo molto bene, ma intorno al terzo anno ho percepito che i miei colleghi avevano uno slancio diverso dal mio. Ricordo un libro di marketing che spiegava come il primo passo fosse individuare i punti deboli della concorrenza per trarne profitto: quel concetto non mi interessava affatto. Contemporaneamente suonavo e cantavo in alcuni gruppi, e quella dimensione creativa mi teneva ancorato al presente, a qualcosa di vitale. Il passaggio è avvenuto in modo naturale. L’università mi ha lasciato pragmatismo, concretezza, senso dell’impegno e dell’abnegazione: la consapevolezza che per ottenere le cose bisogna lavorare. Ma non c’è mai stata una vera “scelta” razionale: era semplicemente una natura che aveva imboccato una strada che non era la sua, per poi trovare quella giusta.

E cosa è successo dopo?

Da lì ho iniziato a fare l’attore a tutti gli effetti. Napoli, in questo senso, aiuta molto: è una città con una forte tradizione teatrale, soprattutto nella metà degli anni Novanta. Piano piano ci si avvicina a questo mondo, si comincia a lavorare tra teatro e televisione, si iniziano a guadagnare i primi soldi e, quando arrivi in televisione, tutto diventa più chiaro anche per chi ti sta intorno — persino per mia nonna, che voleva vedermi laureato. A un certo punto ti rendi conto che questa cosa funziona e inizi semplicemente a viverci. Io mi sono trasferito a Roma a 25 anni e ho proiettato completamente la mia vita nel lavoro, sia dal punto di vista teatrale sia con progetti personali. Gomorra, ad esempio, nasce da una scelta fatta con una compagnia nostra, mentre parallelamente lavoravo nei teatri stabili, da Genova in poi, collaborando con tutti i principali teatri italiani. Succede così: vivi di questo, e la quotidianità cambia radicalmente.

Ph. Mia Di Domenico

Ha fatto teatro, cinema e televisione: in quale di questi linguaggi si sente più a casa?

Forse in quello che ho praticato di più: il teatro. È qualcosa che sento profondamente addosso. Nel cinema, oggi, c’è un approfondimento molto forte del lavoro dell’attore, della capacità di rendere credibile l’essere “un altro” in modo diretto e intimo. Ma mi divertono tutti e tre i linguaggi. La televisione, ad esempio, presenta una sfida diversa: tempi stretti, meno possibilità di ripetere le scene, bisogna andare dritto al punto. Anche questo ha un grande fascino. In realtà, per me, sono tre facce della stessa esperienza. Non ho mai davvero compreso la distinzione netta tra recitazione teatrale e cinematografica: è una differenza che non percepiscono nemmeno inglesi e americani. Certo, al cinema basta uno sguardo, a teatro magari si alza un braccio, ma il cuore del lavoro è identico. Ed è proprio questa continuità a renderli tutti affascinanti.

C’è un ruolo che sogna di interpretare e che non è ancora arrivato?

Gli Avengers! Vorrei essere uno X-Men. Quando li guardo, penso a quanto si siano divertiti a realizzare quei film. Ovviamente ci sono anche ruoli classici, come Riccardo III, e tantissimi altri personaggi che mi affascinano. Ma più che il ruolo in sé, ciò che cerco sono personaggi pieni di sfumature, di mezzitoni: quelli in cui puoi esplorare più direzioni, senza una sola lettura possibile. Sono questi i personaggi più interessanti, quelli davvero stimolanti.

Come vede oggi il mondo della cultura italiana?

Lo vedo in grande difficoltà. È un momento complesso. Ricordo ancora quando, anni fa, alla prima di uno spettacolo all’Eliseo con Claudia Cardinale, tra il pubblico c’era Fausto Bertinotti, allora Presidente della Camera. Oggi, al di fuori di casi eccezionali come la Scala, dove si vedono figure istituzionali? Non è una questione di cattiva volontà, ma di sistema. Parlando con amici colti, laureati, mi accorgo che molti riescono ad andare a teatro appena una o due volte l’anno. Nonostante questo, sono convinto che se ne uscirà. Milano, ad esempio, è una città dove il teatro funziona bene, così come Napoli, sebbene con dinamiche diverse. Ma è il sistema che deve riportare la cultura al centro. Nei Paesi più sviluppati, infatti, la cultura è considerata una priorità. Quando si attraversano momenti difficili, si tende a dire che la cultura “non serve”. Ma osservando la vita da una prospettiva più ampia, ci si accorge che l’arte risponde a bisogni profondi dell’essere umano. Certo, ci sono altre urgenze — lavoro, sanità — ma politicamente bisogna porsi la domanda: la cultura è un bisogno fondamentale. Prima o poi, credo, gli italiani torneranno a riconoscerne il valore.

Guardando al suo lungo percorso artistico, cosa direbbe oggi al bambino o al ragazzo che era?

Gli direi, soprattutto all’inizio, quando le insicurezze sono tante, di crederci. Di crederci davvero. Perché si può vivere trent’anni — come è successo a me — facendo un lavoro che nasce da una passione. E questo è straordinario. Vivere di una passione, riuscendo per di più a mantenersi, è qualcosa di unico. Gli direi di avere fiducia sin dall’inizio, perché ce la può fare. Gli parlerei anche di gratitudine: di quelle piccole cose che all’inizio non si ha ancora la maturità di comprendere. Io ho sempre affrontato il mio lavoro con questo spirito. In fondo, sono rimasto lo stesso: potrei parlare qui con te o con chiunque altro, e sarei identico. Questa autenticità me la tengo stretta. E a mio figlio, se un giorno volesse intraprendere questa strada, cercherò di insegnargli soprattutto due cose: fiducia e capacità di affrontare le difficoltà. Credo siano valori fondamentali, soprattutto in un mondo che spesso alimenta paura e sfiducia. Fiducia in se stesso e negli altri. Perché dagli scambi con le persone nascono cose belle, e insieme non siamo mai soltanto la somma delle parti.

Se questa intervista ti è piaciuta, leggi anche l’intervista a Sergio Romano