Nick mano fredda è il terzo lungometraggio di Stuart Rosenberg. L’opera, tratta dal romanzo Cold Hand Luke di Donn Pearce, ha ricevuto numerose candidature ai premi Oscar. Portò alla vittoria l’attore George Kennedy, premiato come miglior attore non protagonista. Ad oggi, il film è considerato un cult, ed è disponibile alla visione su Apple TV.
Un prologo che rimane impresso
“Show, don’t tell”, questo dice la regola più importante del racconto per immagini. I primi tre minuti di Nick Mano Fredda sono la quintessenza di questo sacro assioma.
La scritta “Violation”, in lettere bianche maiuscole su sfondo rosso, appare ripetutamente sullo schermo. Il commento musicale è affidato a forti stoccate di archi in pizzicato. Quella scritta proviene da alcuni schermi di parchimetri, ed il montaggio si muove con frenesia fra questa scritta aggressiva e l’uomo intento a svitare proprio questi ultimi.
Quest’uomo è Nick Jackson, il protagonista, e per questa violazione verrà portato in una struttura penitenziaria in cui dovrà scontare due anni.
Nick mano fredda: la genesi di un ribelle
Prende forma, in questo preludio breve ma denso di significato, un’ identità votata alla ribellione, e che fa della non conformità la sua stessa ragion d’essere.
Questo, in fin dei conti, è il personaggio e quindi l’idea che Nick mano fredda esplora con cura nelle quasi due ore che seguiranno: un personaggio che è metafora dell’uomo che rivendica la propria capacità di autodeterminarsi, e che pone se stesso al di fuori di ogni ideologia e di ogni forma di controllo.
Nick mano fredda ci racconta la disposizione d’animo e l’intrinseca forza vitale del personaggio esplorando le possibilità visive nella loro interezza.
Dapprima Stuart Rosenberg lascia parlare le immagini, mostrandoci un uomo che scassina dei parchimetri.
Attraverso il montaggio, il regista contrappone quest’immagine alla scritta “Violation” che, alternandosi all’effettiva violazione compiuta, rafforza l’idea di un personaggio anticonformista e fuori dagli schemi.
Infine, il direttore della fotografia Conrad Hall completa questa anatomia visiva di un ribelle attraverso un uso magistrale della luce.
L’identità attraverso la luce
I toni freddi, che per definizione sono accostati alla notte, fanno da contraltare a dei toni più caldi, costruendo un raffinato gioco simbolico su di una fitta tela d’ombre. C’è un ultimo colore che fa parte di questo interessante quadro astratto: un rosso vivo che vediamo alle spalle di Nick, mentre quest’ultimo, ubriaco, si allontana nella notte.
Conrad Hall racconta il nostro protagonista rompendo la classica grammatica delle luci. Fin dai primi anni del cinema infatti, l’effetto notte era stato affidato al colore blu, e più avanti, quest’ora del giorno è sempre stata raccontata attraverso toni freddi. Qui, per ragioni espressive, il direttore della fotografia li mette in dialogo con i toni caldi, espressione metaforica del carattere indomito e della forza vitale del personaggio.
Per rendere efficace questa disanima visiva, il direttore della fotografia non si accontenta di compiere questo ardito accostamento, e costruisce un vero e proprio climax, partendo infatti da una tonalità più vicina al marrone per poi terminare con il rosso intenso alle spalle del protagonista.
Un uomo “indomabile”
Una simile concentrazione di risorse è necessaria per preparare lo spettatore a quanto vedrà in seguito.
Non siamo di fronte ad un personaggio in cerca di redenzione, In Nick mano fredda. Non è nemmeno un uomo che rifugge le convenzioni sociali ma che in fin dei conti è inevitabilmente preda di se stesso, come un qualsiasi criminale.
Socialmente parlando, Nick raggiunge il vertice della vita militare fino a sottrarsene, ritenendola niente di più che un passatempo; fugge dalla vita matrimoniale, ed in ultimo anche il carcere in cui si ritrova diventerà troppo stretto per lui.
L’istinto di auto-conservazione del personaggio è tale da sottrarlo ad ogni contesto sociale, e ad ogni gerarchia, poiché ogni ruolo definito sarebbe per lui in tutto e per tutto una prigione.
Questo avviene per un motivo molto semplice: la libertà per questo personaggio non è semplicemente una scelta, bensì ontologia.
Nick mano fredda: il ritratto di una libertà assoluta
Durante una giornata di lavoro, i detenuti stanno osservando una donna intenta a lavare la sua macchina. La quasi interezza dei detenuti è irretito dalle movenze e dalle fisicità di quest’ultima, Nick, invece, anziché abbandonarsi all’istintualità come i suoi compagni, rimane impassibile, evitando di farsi preda dei suoi stessi impulsi.
Lo schema di questa vicenda non è dissimile da quello riscontrabile nella lotta di wrestling fra Nick e Dragline, il personaggio interpretato da George Kennedy.

Nonostante fosse più semplice arrendersi, Nick ha continuato ad incassare finché quest’ultimo non ha rinunciato alla sfida, pur di non farsi dominare dall’altro. Perché Nick reagisce a tutto ciò che ha l’intenzione di farlo soccombere, con tutta la grinta di cui è capace, e con ogni mezzo.
Per dirla in termini Newtoniani, ad ogni azione percepita come costrittiva, ne corrisponde una uguale e contraria del personaggio, che la contrasta e la vince. In questo modo riafferma la propria identità perennemente libera e al di sopra di ogni imposizione.
Persino i limiti del suo stesso corpo sono percepiti da Nick come una forza costrittiva. Pur di affermare la propria individualità libera, Nick prevarica anche la sua stessa fisicità, per farsi solo e soltanto la rappresentazione di un’idea. L’ idea di uno spirito puro, libero, e che non scende a compromessi.
Una figura cristologica
Dopo la celebre scena delle uova, infatti, il protagonista viene lasciato sdraiato sul tavolo. La posizione in cui è lasciato ricorda inevitabilmente il Cristo sulla croce.
Esattamente come Cristo si sacrifica in nome dell’umanità, così Nick si sacrifica in funzione dell’idea di libertà pura che incarna. Come si è detto, Nick va contro ai limiti del suo stesso fisico, pur di non tradire il suo principio di autodeterminazione.
Nick non si fa scalfire neanche dal dolore per la morte della madre, a cui reagisce impugnando il suo Banjo e cantando una canzone. In questo modo, Nick evita di farsi assorbire da quel sentimento negativo.
È un personaggio indubbiamente interessante. Non è da dimenticare, però, che questo film ha molte altre cose degne di osservazione.
Nick mano fredda: fra antropologia e messa in scena
Al quarantaseiesimo minuto, il regista rende Nick mano fredda l’occasione per compiere un’analisi spiccatamente antropologica. Nick, dopo aver parlato con sua madre, rientra in carcere. La macchina da presa stacca su uno dei detenuti intento a cantare Just a Closer Walk With Thee.
A questo punto il regista mette in pratica uno zoom molto pronunciato che arriva vicinissimo alla bocca del personaggio che canta, per poi scendere sulle corde della sua chitarra.
Gli Zoom ravvicinati nel cinema hanno una valenza simbolica da contestualizzare sempre nel corpo dell’opera. Nel film Taxi Driver, ad esempio, Martin Scorsese utilizza questa soluzione per trasmettere l’instabilità mentale di Travis Beacon, mentre qui Stuart Rosenberg si serve di uno zoom cosi intenso per comunicare la volontà di evasione dei detenuti, che, trasportati dalle note della canzone, escono per un attimo dai confini del carcere, e si proiettano in un futuro speranzoso, immergendosi con la mente in un altrove positivo.
Questa fuga interiore, però, si scontra presto con la realtà, e il regista lo mostra attraverso una messa in scena costruita per antitesi.
Una messa in scena “in negativo”
Una dissolvenza raccorda il dettaglio ravvicinato sulle corde della chitarra con i fili spinati paralleli della recinzione di una strada, inquadrata in campo lunghissimo, dove i detenuti stanno lavorando. A questo legame formale di coesione (ma di contrasto in termini semantici) segue l’antitesi dettata proprio dal movimento dello zoom, in senso contrario rispetto alla scena precedente.
L’antitesi tecnica esprime quindi un’antitesi concettuale. Il regista infatti rompe l’illusione dei detenuti, che sono catapultati dall’atmosfera speranzosa e positiva della canzone alla rigidità ed al rigore estremo della loro realtà carceraria.
Stuart Rosenberg, però, non si limita solamente ad allestire la sua messa in scena per veicolare le tematiche di Nick mano fredda, ma anche per mandare fuori strada lo spettatore.
Un simbolismo ingannatore
Dopo la sua seconda fuga andata male, Nick viene trattato sempre più duramente dalle guardie. Il trattamento diviene così insopportabile da superare quasi il confine con la tortura vera e propria.
Per spingerlo al limite, la sorveglianza gli ordina di vuotare e svuotare una buca di terra fino a fargli perdere completamente le forze. Dopo un supplizio interminabile, Nick implora pietà. Stremato, Nick promette di obbedire da quel momento in poi.
Il Nick indifeso ed implorante viene inquadrato proprio all’interno della buca scavata da lui stesso, e una volta ascoltata la sua ammissione di resa, è il comandante del campo a dirgli di uscire.
La scelta di un simile simbolismo induce a pensare ad una morte interiore. Lo spettatore potrebbe pensare ad un personaggio che abbandona il suo lato ribelle per affidarsi completamente al sistema carcerario e alle sue regole. Anche le sue successive azioni fanno intuire ciò, ma in realtà non è cosi.
Nick evaderà una terza volta, assieme a Dragline, portando l’opera verso il suo terzo atto.
Il finale di Nick mano fredda: il simbolismo, e la “struttura ad anello”
Nick è seduto all’interno di una chiesa, e prova goffamente a cercare una qualche forma di aiuto nel Padre Eterno. Conrad Hall percepisce la momentanea fragilità del personaggio, e lo illumina con dei toni freddi. Il direttore della fotografia vuole suggerire una resa da parte di quest’ultimo, e lo fa procedendo per sottrazione. Conrad Hall elimina il corrispettivo cromatico della forza del personaggio.
Poi però qualcosa si rompe. I poliziotti arrivano, e Nick capisce che deve vedersela da solo. Nick si affaccia ad una finestra, e l’agente Godfrey lo colpisce al collo con il fucile.
Alla fine Nick muore, il potere ha vinto, eppure il regista ci dice altro. Questo avviene con una sottigliezza simbolica e formale estremamente interessante, seguito a ruota dal suo direttore della fotografia.
L’agente Godfrey di Nick mano fredda: analisi narrativa e simbolica

L’agente Godfrey è ciò che in termini di sceneggiatura viene definito “Chekov’s Gun”. La Chekov’s Gun è un elemento che lo sceneggiatore inserisce strategicamente nella storia per poterne risolvere o sviluppare gli snodi narrativi che seguono. Più l’elemento ritorna all’interno della trama, prima del suo effettivo posizionamento narrativo all’interno di quest’ultima, e più è alta la qualità della scrittura. In questo modo, lo sceneggiatore dimostra di aver armonizzato bene tra di loro gli elementi della storia che racconta.
E gli sceneggiatori, Donn Pearce e Frank R. Pierson, dimostrano di aver fatto un ottimo lavoro in proposito. L’agente Godfrey è infatti presente in Nick mano fredda già dal primo atto. Nel terzo atto, Godfrey spara a Nick, compiendo il suo ruolo narrativo, ed evidenziando in parte quella circolarità strutturale di cui al titolo di questo paragrafo.
Il regista fa spesso delle inquadrature in primissimo piano sugli occhiali dell’agente Godfrey. I suoi occhiali intrappolano il mondo all’interno delle loro lenti, mentre Godfrey ne scruta ogni movimento.
Cosi facendo, Stuart Rosenberg è riuscito sapientemente ad inserire nel lungometraggio una metafora visiva per quegli stessi strumenti di controllo a cui Nick è avverso per natura. È notevole come un qualcosa di così complesso concettualmente, in questo caso l’idea di un sistema di controllo oppressivo e rigido, riesca a passare con facilità attraverso l’uso ragionato e ponderato di un paio d’occhiali inquadrati in primissimo piano.
Gli occhiali come metafora
Ed è proprio in quegli occhiali che sta la chiave di lettura definitiva, che risolve il dubbio su chi, nella lotta fra Nick e il sistema oppressivo del carcere, abbia vinto davvero.
Nick è mortalmente ferito, e viene caricato sulla macchina della polizia. La macchina parte, e nel farlo, passa sopra sopra proprio agli occhiali dell’agente Godfrey. Chiaro segnale che, in realtà, è proprio Nick ad esserne uscito vincitore. Nick ha affermato ancora una volta la sua natura di uomo libero, scegliendo volontariamente di sottrarsi ad un sistema oppressivo, negandolo, e, in questo modo, indebolendolo.
Il personaggio dell’agente Godfrey compie quindi la sua funzione narrativa, mantenendo e terminando nel contempo il suo contrappunto simbolico, funzionale all’idea che il regista voleva esprimere.
Infine, il direttore della fotografia, coerentemente con l’interpretazione fin qui espressa, squarcia le tenebre della notte riportando sullo schermo il colore rosso acceso. Il rosso era il termine ultimo del climax cromatico del preludio, e manifestazione luministica della forza di Nick, e del suo spirito ribelle rimasto indomato e coerente ai suoi principi, proprio come all’inizio della storia.
Nick mano fredda: un messaggio universale
Questo film riflette la temperie politica degli anni in cui è uscito. Attraverso la metafora di un carcere penitenziario non è difficile scorgere nel sotto-testo una critica all’intero sistema sociale.
Tuttavia, un personaggio come Nick è destinato a rimanere imperituro nell’olimpo dei grandi eroi del cinema, per l’idea di libertà profonda e viscerale che incarna, e per la maestria con cui hanno saputo raccontare la sua storia.
Nick mano fredda è un film che lascia il segno anche nella nostra contemporaneità, e ci ricorda che dobbiamo sempre e comunque essere padroni di noi stessi e delle nostre scelte.