Fuori concorso alla 43esima edizione del Torino Film Festival, Urchin segna il debutto alla regia per Harris Dickinson, che si ritaglia anche un piccolo ruolo. Protagonista della pellicola, Frank Dillane dà la prova della vita. Per chi non lo ricordasse, ha interpretato il giovane Tom Riddle in Harry Potter e il Principe Mezzosangue ed è stato tra i protagonisti della serie spin-off Fear the walking dead.
Classe 1996, emerso negli ultimi anni in film quali Triangle of sadness e Babygirl, e atteso nel prossimo titolo sui Beatles, Dickinson realizza un’opera prima interessante, sia da un punto di vista registico che, soprattutto, umano. Urchin è il suo primo lungometraggio ed è stato presentato nella sezione Un Certain Regard al Festival di Cannes, dove ha vinto il Premio Fipresci.
Urchin | La trama
Mike (Dillane) vive con uno zaino sempre sulle spalle e un mucchio di cartoni sotto il braccio. Ogni sera, sceglie un posto in cui stenderci sopra il suo zacco a pelo, dove si raggomitola per sentire meno freddo possibile. Sono anni che ormai vive così, sempre a caccia di una moneta per un pasto caldo o di una sigaretta come vizio. A volte incontra altri senzatetto come lui e ci scambia due chiacchiere. L’unico che proprio non gli va a genio è Nathan (Dickinson), che gli ha anche rubato portafoglio e soldi.

L’abilità è sexy.
Quando uno sconosciuto li separa mentre si stanno azzuffando, Mike coglie al volo l’occasione. Prima gli chiede una birra, poi un bagel. Dopo essersi fatto accompagnare in un tunnel buio, lo aggredisce portandogli via un orologio che rivende al primo banco dei pegni che incrocia. La polizia ci mette poco a rintracciarlo e ad arrestarlo: la sua condanna ammonta a 14 mesi. Una volta uscito, Mike proverà a mettere la testa a posto ma il richiamo a una vita di strada e di eccessi continua a farsi sentire…
Un ramingo per le strade di Londra
Il significato del termine “urchin” è ramingo, descrizione che calza a pennello sul protagonista. Mike va a simboleggiare tuttta una fetta di gioventù che non ha nè gli strumenti nè il supporto adeguati alla propria situazione. Figlio adottivo ma non abbandonato, prova dentro di sè un senso di abbandono, inadeguatezza e solitudine profondo, con cui sembra convivere costantemente. I rari e brevi momenti di serenità lo vedono coinvolto intorno a un falò o in una serata di karaoke. In compagnia di coetanei che lo fanno sentire “normale” riesce a liberarsi di quel vuoto esistenziale difficile da gestire.
Tu sei il pilota.

Curioso e molto efficace il modo in cui il mondo interiore di Mike viene rappresentato sullo schermo. Un luogo nascosto, non esattamente ospitale, oscuro ma in grado di donare pace al giovane, appare di tanto in tanto, spesso quando è a contatto con l’acqua. Dickinson ha ben chiaro lo stile da dare al suo lavoro, così come esibisce schiettamente alcuni concetti, tra cui la necessità di un sostegno da parte del governo per coloro che non hanno determinate possibilità. Per essere un’opera prima, scritta e diretta da un quasi trentenne, ci troviamo dinanzi a qualcosa di piuttosto notevole.
*Sono Sabrina, se volete leggere altri miei articoli cliccate qui.