Earworm è un cortometraggio svedese (2025) diretto da Patrik Eklund, della durata di circa 12 minuti. La parola “earworm” in inglese si riferisce a quel fenomeno in cui un brano musicale si ripete incessantemente nella mente, come un tarlo sonoro che non si riesce a scacciare. Già dal titolo, quindi, il film promette di esplorare il rapporto fra musica, memoria e follia.
Secondo la sinossi ufficiale: Ulph Degerfors è ossessionato da un earworm: la canzone “Cotton Eye Joe” dei Rednex prende possesso della sua mente e, inesorabilmente, lo conduce verso la follia. In questo spazio temporale breve, Eklund riesce a costruire una discesa psicologica intensa, affidandosi più all’atmosfera che alla spiegazione razionale.
Struttura narrativa e ritmo
Fin dal principio, il corto adotta un andamento incalzante. Inoltre, Eklund non perde tempo in lungaggini introduttive: fin dalle prime inquadrature, l’“earworm” è già presente, insinuandosi nella psiche del protagonista. Perciò, lo spettatore è subito immerso nel conflitto interno di Ulph.
La narrazione si sviluppa per accumulo: piccoli effetti — rumori, sovrimpressioni sonore, visioni fugaci — si sommano con gradualità, finché la soglia della follia non viene superata. In altri termini, il film preferisce mostrare piuttosto che spiegare. In questo modo, lo spettatore assiste a una trasformazione progressiva, percependo lo smarrimento del protagonista anche attraverso dettagli apparentemente minimi.
Tuttavia, qualche sequenza risulta forse un po’ troppo “compressa” per un pubblico che ama risposte esplicite. Ma è proprio questa incertezza che rende il corto suggestivo: l’osservatore viene spinto a colmare i vuoti narrativi con la propria urgenza interpretativa.
Regia, estetica e stile visivo
L’approccio registico di Eklund è essenziale e puntuale. Ad esempio, la cinepresa preferisce movimenti controllati e lenti piuttosto che trovate vistose. Ciò significa che ogni lentezza conta, e che ogni stacco visivo o sonoro ha un peso emotivo.
Per di più, l’uso del montaggio è calibrato: le transizioni sono ben dosate, e non mancano momenti in cui le immagini si sovrappongono o si dissolvono. In tal modo, il corto si dota di una poetica della discesa mentale.

Anche la scenografia — sobria, essenziale — contribuisce all’effetto claustrofobico: pochi elementi, ambienti comuni, ma filtrati da un punto di vista soggettivo, come se il mondo intero fosse contaminato dalla musica ossessiva.
Il sonoro, infine, gioca un ruolo centrale. Non è tanto la canzone “Cotton Eye Joe” in sé a essere protagonista quanto la sua presenza ossessiva: essa si insinua, ritorna, si deforma, fino a diventare un rumore indistinto. In altre parole, il suono non accompagna l’immagine: la dirige.
Interpretazione degli attori e umore psicologico
Nel ruolo di Ulph Degerfors — interpretato da Adam Lundgren secondo i dati del catalogo — la recitazione punta sulla sottrazione anziché sull’eccesso. L’attore esprime l’angoscia con piccoli scarti di espressione, sguardi che vacillano, pause che si fanno cariche di tensione. Non servono urla o gesti plateali: è nel corpo che la mente implode.

In effetti, il corto riesce a rendere palpabile l’isolamento del protagonista: egli sembra sempre più separato dal mondo e, allo stesso tempo, inghiottito da una stessa realtà sonora che non può controllare. Di conseguenza, lo spettatore vive una sensazione ambigua: empatia e disturbo, vicinanza e distanza.
Temi, simbolismi e messaggi impliciti
Sebbene il film non spieghi tutto, emergono alcuni temi centrali:
-
Ossessione e replicazione
L’idea dell’earworm come virus mentale suggerisce che una melodia può attecchire come un’infezione. Di conseguenza, la lotta del protagonista non è tanto contro la musica quanto contro se stesso.
-
Il confine tra realtà e incubo
Col progredire del corto, non è chiaro dove cominci il sogno, il ricordo, l’allucinazione. In tale ambiguità risiede la forza del film: non sappiamo più cosa è vero. Inoltre, questa ambiguità accompagna l’esperienza dello spettatore.
-
La musica come forza invisibile
Il corto sottolinea la dimensione “invisibile” e “incontrollabile” del suono: pur essendo immateriale, esso ha potere devastante. Così, Earworm si rivela una riflessione sul potere del suono, dell’inconscio, della memoria.
-
Alienazione e solitudine
Ulph, progressivamente, si allontana dal tessuto sociale: la musica lo isola. Tale alienazione si riflette anche nei rapporti umani, mai mostrati in pienezza, sempre filtrati attraverso la prigione mentale.
Questi temi non sono esplicitati, e proprio per questo lasciano spazio all’interpretazione personale. In definitiva, Earworm è più un’esperienza che un “racconto”.
Punti di forza e criticità
Punti di forza
-
Intensità concentrata: in pochi minuti, Eklund costruisce una esperienza emotiva profonda.
-
Controllo formale: ritmo, montaggio, sonoro e immagini lavorano in concerto.
-
Simbolismo evocativo: le immagini non verbali lasciano spazio all’immaginazione.
-
Approccio soggettivo: il film coinvolge direttamente lo spettatore nella follia mentale.
Criticità
-
Ridotta comprensibilità per alcuni: chi cerca una trama completamente chiara potrebbe restare frustrato.
-
Compressione narrativa: in alcuni momenti, gli effetti sonori o visivi si accumulano troppo rapidamente, rischiando di perdere chiarezza.
-
Carico emotivo intenso: per alcuni spettatori, l’esperienza può risultare opprimente.
Un’esperienza audiovisiva da scoprire
Earworm di Patrik Eklund riesce a trasformare un fenomeno “leggero” (il tormentone musicale) in un meccanismo di tensione psicologica. Pur nella sua brevità, il corto contiene una discesa esistenziale che scuote e inquieta.
Grazie all’uso sapiente del suono, dell’immagine e del montaggio, Eklund impone al pubblico di vivere la “malattia musicale” dall’interno, avvertendone la progressiva erosione mentale. Certamente non è un film per tutti — chi vuole spiegazioni nitide o comfort narrativo potrebbe restare disorientato — ma proprio in quella disorientante ambiguità risiede il suo potere.