Cosa succede quando la realtà si frantuma e rimane solo il bisogno di raccontarla? Leila nasce da lì, da un dolore intimo che diventa linguaggio, da un padre che trasforma la distanza in immagini e una figlia che le attraversa con naturalezza. Presentato in concorso ad Alice nella Città 2025, il film di Alessandro Abba Legnazzi, Clementina Abba Legnazzi e Giada Vincenzi è un esperimento delicato e coraggioso: un racconto che mescola vita reale e finzione, memoria e invenzione, come se l’infanzia potesse ancora salvare qualcosa del mondo adulto. Un film fatto con pochi mezzi, ma con una libertà assoluta, dove la leggerezza diventa la forma più sincera di guarigione.
Chi è Leila?
Alessandro Abba Legnazzi inventa un gioco per Clementina, sua figlia, in cui la realtà si trasforma in una missione segreta. Un universo parallelo fatto di mappe, codici e nemici invisibili. Ogni oggetto della casa diventa un simbolo, ogni stanza un territorio da riconquistare. In questo mondo immaginario lui è il capitano Tonio e lei è Leila, un’aviatrice che deve attraversare tempeste, laghi e sogni per ritrovare la madre. Ma il viaggio non è privo di ostacoli: tra le figure più temute c’è l’Uomo Toast, una presenza ambigua e quasi grottesca, proiezione delle paure che infestano il quotidiano, e poi l’Esercito del Bene, entità senza volto che rappresenta la voce di chi dà consigli, giudica, invade. È una guerra tra percezioni, tra bene e male confusi, dove il dolore reale viene sublimato in fantasia e l’immaginazione diventa l’unico modo per sopravvivere alla mancanza e rimettere insieme i pezzi di una famiglia.
Leila e Alessandro Abba Legnazzi: tra padre e figlia e disegni animati
La cosa che mi ha incuriosito più di tutte è stata la regia, molto sperimentale, ma anche i disegni, che erano proprio parte della narrazione. Sono nati prima i disegni e poi tutto il testo filmico, o il contrario?
Sono nati prima i disegni, che risalgono al periodo della separazione [tra Alessandro Abba Legnazzi e Giada Vincenzi, la mamma “da trovare”, ndr]. Qualche mese dopo abbiamo costruito il film, che dunque è arrivato in un secondo momento. Il film non era la prima idea, in realtà. Il progetto si è sviluppato in modo particolare: prima i disegni, poi qualcuno mi ha spinto a provare a farne una grafica, ma io non avevo esperienza. Abbiamo pensato allora che potesse diventare qualcosa di animato, ma l’idea è rimasta nel cassetto per molto tempo. Poi ho incontrato Francesca Riccardi, la mia produttrice, che mi ha detto: “Perché non proviamo a fare un film?”.
Non sapevo bene che tipo di film fosse, ci ho pensato. Abbiamo chiesto i primi finanziamenti senza ancora un’idea precisa. Volevamo un mix: documentario, finzione, animazione. Il tempo passava, Clementina cresceva — aveva nove, dieci anni — e ci siamo detti: se non giriamo adesso, lei cambierà. Allora ho deciso di farlo così com’era, in modo spontaneo.
Mi sono buttato in questa impresa e ci ho provato. La trama e la scrittura c’erano già quando avevamo iniziato a disegnare. Mentre ci sono parti più libere, costruite mentre giravamo. Il film è stato molto libero anche dal punto di vista della sceneggiatura e della scaletta. Un canovaccio c’era, molte cose sono state calibrate sul momento, altre completamente improvvisate.

‘Leila’ – scritto, diretto e interpretato da Clementina Abba Legnazzi, Alessandro Abba Legnazzi e Giada Vincenzi. L’immagine è stata gentilmente concessa dall’ufficio stampa da Letizia Caspani
Com’è stato lavorare con tua figlia, Clementina? Si tratta dopotutto di un fatto realmente accaduto. Com’è stato per lei entrare in questa parte, contando tutta la produzione che c’è stata dietro?
In realtà, la preoccupazione di fare questo film l’avevo più io che lei. Non ho mai fatto l’attore, mentre lei ha trasferito a me tutta la sua leggerezza. Una delle frasi che diceva spesso era: “Se devo fare io, che devo interpretare me stessa, non lo faccio. Però se sto facendo una parte per il film, allora la faccio”. Il processo di costruzione con lei, in parte anche con Giada su altri aspetti, è stato davvero leggero. Forse per la sua età, ma anche perché stava facendo qualcosa con me e con la mamma, è stato più facile del previsto, molto naturale.
Giada Vincenzi, il “personaggio” che tu e Clementina state cercando nel film, di cui è anche regista, viene mostrata solo attraverso gli archivi. Com’è stato collaborare con lei?
Questi disegni sono nati nel primo periodo di difficoltà di relazione e comunicazione. Me li ero tenuti per me, non ne parlavo con nessuno. Ogni tanto disegnavo con Clementina. Dopo un anno e mezzo, quando la situazione si è tranquillizzata, ho iniziato a mostrarle i disegni e la storia che volevo raccontare.
Quando abbiamo capito che volevamo fare un film in cui eravamo io e Clementina attori, e Giada in qualche modo la figura assente, lei aveva delle preoccupazioni, come le avevo io. Ma mi ha detto: “Io mi fido di te”: Abbiamo iniziato a costruire la storia, ha visto la direzione in cui stavamo andando.
C’è anche la figura dell’Uomo Toast, che ha attraversato la nostra vita. Rappresentarlo è stato liberatorio, anche per Clementina. Tutto il percorso è stato condiviso. Le chiedevo pareri e lei mi diceva cosa andava bene. Poi c’è la parte degli archivi, quelli di famiglia, che abbiamo scelto insieme, cercando quelli più coerenti con la scrittura del film. Anche la voce di Giada, che si sente spesso nel film, proviene da lì, non sono registrazioni successive.

C’è tutta una preparazione di Clementina che deve affrontare il male e ritrovare la mamma. L’ho vista come una metafora dell’accettazione della separazione.
Faccio un passo indietro: questo famoso “Esercito del Bene” è tutto ciò che inventi in quei momenti per combattere qualcosa che forse non esiste davvero, perché è la tua percezione distorta del mondo. Dentro ci metti tutti: le persone che ti danno consigli, che ti stanno vicino. Ma è la tua percezione che cambia. In quei momenti odi tutti. Nasce, da lì, qualcosa da combattere che non si vede, che non ha forma. Sono solo voci. È più facile avere un nemico da combattere. Se non ce l’hai, è complicato.
Quale messaggio vorresti dare a qualcuno che sta affrontando una situazione simile?
Non mi sento di dire “si fa così”, sarebbe presuntuoso. A me è venuto spontaneo, perché mi piace disegnare, costruire, inventare mondi fantastici. Capisco, però, che in altre realtà questo non funzioni.
Mi sembra di aver fatto una cosa buona, ma non posso saperlo. Ora sono passati due anni e Clementina è un’adolescente. Penso che abbiamo fatto qualcosa di bello, e ci siamo portati dietro il mistero di ciò che si diventerà. Consigli? Cercare di non perdere la lucidità in quei momenti, di fare il bene non solo dei bambini, ma di tutti. Quando si entra in guerra, è complicato trovare soluzioni. Bisogna continuare a comunicare, anche nei momenti difficili.
Com’è stato lavorare sul set di Leila? Molte cose sono nate spontaneamente, ma con pochi fondi come vi siete mossi?
L’urgenza di farlo ci ha dato libertà. I fondi erano pochi, ma proprio per questo non dovevamo rendere conto a nessuno. Ti aiuta a riflettere sul linguaggio, sulla forma. Ci sono varie parti: dove si avverte la mia presenza rispetto a Clementina, e altre in cui siamo insieme in campo. La macchina era fissa, senza direttore della fotografia. Solo io e lei, con una camera e gli obiettivi che avevo comprato.
Provavamo a costruire la messa in scena, a comporre un quadro. Lei entrava, io la riprendevo per qualche secondo, poi guardavamo insieme l’immagine, regolavamo il fuoco. Si è creato un gioco nel gioco. Fare il film era un gioco. Non ci sono stati momenti noiosi, anche perché Clementina riprendeva a sua volta. La necessità di far veloce, il vincolo di avere pochi mezzi, ha plasmato anche il linguaggio e la messa in scena.
Poi, è nato il mondo animato, che non si vede. Da lì, l’idea di usare il suono. Il famoso “Esercito del Bene” non lo vedi, ma genera angoscia perché è ovunque. Alcune scelte sono nate poco prima delle riprese, nella settimana in cui abbiamo capito la forma da dare al film.
Quindi cosa avete utilizzato per girare?
Ho una Blackmagic, con vecchie lenti Canon degli anni Settanta. In parte per fare economia, ma anche per l’estetica: sono lenti un po’ “sporche”, che poi abbiamo corretto in color.

Le riprese quanto sono durate? Com’è stato abituarsi a venire inquadrati?
Stando da soli, il livello di intimità e naturalezza era alto. All’inizio ho fatto fatica a mettermi in campo, ma poi superi la vergogna e dimentichi la camera. Nella scena della piscina ho distrutto tutta l’attrezzatura: ho fatto un tuffo e uno degli obiettivi si è riempito d’acqua. Un aneddoto, ma significativo: a un certo punto dimentichi davvero di stare girando.
Abbiamo programmato due settimane a luglio e due ad agosto, nel periodo delle vacanze, per avere più tempo anche con Giada. Alla fine abbiamo girato in circa venti giorni. Alla fine di agosto, un po’ stanchi, abbiamo detto: “Abbiamo finito”.
Avere la casa di campagna dei miei genitori ha aiutato molto. Tutto era a portata di mano.

Oltre al problema dell’acqua nell’obiettivo, avete riscontrato altre difficoltà nelle riprese, o è andato tutto liscio?
L’unico momento un po’ più complicato, ma per fortuna breve, è stato verso la fine delle riprese. Non abbiamo girato tutto in ordine cronologico: prima abbiamo fatto tutte le scene in casa, quelle al lago — quando Clementina entra in acqua — la seconda metà di agosto.
Lì però eravamo in una zona turistica. A luglio c’era molta più gente e non era semplice lavorare. Gli unici veri intoppi ci sono stati una sola volta, quando siamo saliti a girare la scena della botola, che in realtà si trova appena sopra la casa. Era un luogo difficile da raggiungere, molto in salita, pieno di insetti. Quello è stato forse il momento più faticoso di tutto il set. Per il resto, devo dire, è andato tutto via liscio, davvero liscio.
Leila è Clementina Abba Legnazzi
Hai iniziato da piccola a prendere confidenza con la telecamera, te e tuo padre vi riprendevate a vicenda. Come hai vissuto questa esperienza alla tua età?
Non era la prima volta. Avevo già fatto una parte secondaria in un altro film, quindi ero tranquilla. La novità era fare due ruoli nello stesso tempo, ma ero serena. Certo, forse un po’ agitata.
Qual è stata la parte più divertente?
Probabilmente la fase del bosco con l’acqua, dove papà ci cadeva dentro. È stato divertente.
Che effetto ti fa rivederti ora che è tutto finito?
Sono un po’ agitata, ma allo stesso tempo abbastanza fiera, perché abbiamo fatto un bel lavoro. Ci siamo impegnati ma soprattutto ci siamo divertiti.
Quindi Leila l’hai vissuto come viene raccontato nel film, come un gioco, come un divertimento e non come un lavoro e una fatica?
Esatto.
E il momento in cui hai pensato “ok, adesso stiamo facendo troppe cose” e magari volevi fare altro?
Non mento. A volte, visto che nella casa dove abbiamo girato c’erano anche i miei cugini, avevo più voglia di andare a giocare con loro. Quindi, facevo un po’ fatica a fare le scene. Però, quando iniziavo a farle era tutto ok. Ti diverti, ti piace, ti passa quella voglia iniziale.