Dalle produzioni indipendenti al grande cinema d’autore, passando per i blockbuster internazionali: un viaggio tra i ruoli che hanno segnato la carriera di una delle figure più emblematiche del cinema contemporaneo.
Timothée Chalamet, classe 1995, è nato e cresciuto a Manhattan, nel quartiere di Hell’s Kitchen, all’interno di un palazzo abitato da numerosi artisti. Un contesto vivace e stimolante, che fin dall’infanzia gli ha permesso di osservare da vicino il mondo della creatività e dello spettacolo. Anche l’ambiente familiare ha avuto un ruolo fondamentale nella formazione della sua sensibilità artistica: il padre è giornalista, la madre ballerina e la sorella, Pauline, è anch’essa attrice.
I primi passi nel mondo dello spettacolo arrivano tra il 2008 e il 2013, con piccole apparizioni in spot pubblicitari e serie TV americane. La vera svolta, però, si presenta con Interstellar di Christopher Nolan, in cui interpreta il giovane Tom Cooper. Un’esperienza importante, che lo vede recitare al fianco di attori del calibro di Matthew McConaughey e inserirsi per la prima volta in una grande produzione internazionale.
Timothée Chalamet è annoverabile tra i migliori attori della Gen Z, riconosciuto il suo talento già a 22 anni dopo aver recitato in Lady Bird di Greta Gerwin ed essere stato nominato agli Oscar come miglior attore protagonista in Chiamami con il tuo nome di Luca Guadagnino. Ha collaborato con Woody Allen e preso parte ai due nuovi copolavori di Denis Villenueve. Nel 2024 è stato nuovamnete candidato agli Oscar come migliore attore per A Complete Unkowne per il quale si è aggiudicato lo Screen Actors Guild Award per il miglior attore cinematografico.
Nel 2025 uscirà Marty Supremein cui interpreta Marty Reisman, campione di ping pong scomparso nel 2012.
Entrare nel personaggio
Marty Supreme
Una nuova pseudo-biografia ha impegnato il giovane attore nell’ultimo anno, Marty Reisman, concittadino di Timothée, è stato giocatore di ping pong, forse il miglore di tutti i tempi. Ha conquistato 22 titoli nazionali, 5 medaglie nei campionati mondiali e a 67 anni ha vinto agli United States National Hardbat Championship, aggiudicandosi anche il titolo per il giocatore più anziano che avesse partecipato ad un campionato nazionale.
Personalità eccentrica, dal fisico affusolato che gli ha fatto conquistare il soprannome ‘Ago’, si distingue per il suo modo di vestire molto vivace e accompagnato sempre dal suo Panama. Conosciuto anche per il suo accanimento nel gioco d’azzardo e le scommesse, con cui ha compromesso anche delle sue stesse partite.
Diretto da Josh Safdie (Diamanti grezzi), distribuito dalla World Pictures, sarà un film in costume, ambientato negli anni ’50 in cui Timothée sarà chiamato a mettere in mostra il suo ennesimo talento. Allenatosi per mesi nel tennis da tavolo per far in modo di essere all’altezza durante le mirabolanti riprese, sempre ardue nelle pellicole sportive.
Un film che poco a che fare con il ping pong ma tanto della smisuratezza di Marty, infatti non racconta in maniera pedissequa la sua vita ma Safdie prende d’ispirazione le sue avventure per proporne una versione romanzata ad alto ritmo.
A complete unknown
Anche Acompleteunknownè un film in costume, sempre a New York, al Greenwich village, ambientato negli anni ’60. Questa volta Timothée non tiene in mano una racchetta da ping pong ma bensì in microfono ed un’armonica; segue l’esordio di Robert Zimmerman o meglio conosciuto con lo pseudonimo di Bob Dylan. Mostra il mistero della sua personalità tramite la proposizione di scene in cui non è identificabile quello a cui pensa, il racconto non è posto come un dato di fatto, ma è lasciato spazio all’interpretazione delle scelte di Bob.
Timothée è stato ingaggiato nel 2020 per recitare in questo film ma poi le riprese si sono posticipate di anni, così ha avuto la possibilità di approfondire al meglio il carattere del personaggio, la parlata, le movenze. Ha imparato a suonare la chitarra e ha perfezionato le sue doti canore per poi essere lui stesso a cantare di fronte alla telecamera o in studio.
James Mangold chiama Rob Parozzi, armonicista professionista, a dirigere la parte musicale e nell’insegnamento dello strumento. Tod Maitland, sound engineer, afferma l’uso di strumentazione e microfoni dell’epoca per ricreare al meglio i suoni prodotti all’ora.
La pellicola è stata candidata agli Oscar come miglior film, Timothée ha ricevuto la nomination come miglior attore agli Oscar, ai Golden Globe e ai BAFTA grazie alla perizia con cui ha condotto immersione nel personaggio.
Come voleva Mangold, il personaggio non coincide in toto con la personalità di Bob e anche i fatti non sono perfettamente corrispondenti alla realtà, per non rischiare di cadere nella mera riproduzione. Il personaggio di Bob deve far trasparire l’interprete che veste il suo carattere e la sua indole, mettendo in luce i momenti in cui non si è riusciti a risolvere i segreti della storia, dove si è tentato di decifrare l’enigma di Bob.
Beautiful boy
Beautiful boy film del 2018 diretto da Felix Van Groeningen racconta la vera storia di Nic Sheff (Timothée Chalamet) ragazzo in balia della tossicodipendenza ed il rapporto con il padre David (Steve Carell).
Timothée Chalamet e Steve Carell conducono un dramma struggente, una continua oscillazione tra la vita e la morte. Il padre cerca disperatamente la salvezza del figlio ma ripetutamente viene sconfitto dal potere della dipendenza.
Viene esposto un nuovo punto di vista, l’uso di droghe come malattia, la necessità di cure e attenzioni di fronte ad una persona che ne abusa e non il giudizio e la condanna.
Instabilità dei personaggi è resa ancor più volubile dalla struttura narrativa non lineare, si passa dai ricordi d’infanzia in cui viene mostrata una purezza ormai perduta, alle crisi repentine che colpiscono Nic e la sua famiglia. Il presente è disorientante, una continua ricerca di risposte che in realtà non esistono, non c’è un vero motivo per cui Nic si è inoltrato in questo labirinto senza via d’uscita, è successo.
Il film tratta non solo della droga, quindi dell’odio nei confronti del mondo e di sé stessi, ma anche dell’amore per chi sta accanto a queste persone, che nonostante tutto rimane e continua a lottare con loro. Le interpretazioni di Timothée Chalamet e Steve Carrell sono sconvolgenti, maneggiano con assoluto rispetto un tema fragilissimo. Le loro movenze, i piccoli gesti d’amore , gli sguardi vuoti e straziati creano una forte empatia con lo spettatore che non può non uscirne cambiato. Senza l’impiego di moralismo ed affettazione sono in grado di esprime il concetto chiave del film: non esiste una risposta univoca.
Wonka
La terza pellicola, tratta dal romanzo di Roald Dahl La fabbrica del cioccolato, mette in scena la vita che precedette l’apertura della fabbrica di Willy Wonka. Le peripezie di questo personaggio strampalato sono raccontate attraverso il musical.
Willy rispetto alle precedenti versioni e all’originale di Dahl ha perso quella vena sarcastica, risulta eccessivamente buono, elemento che nemmeno ai più piccini piace, incuriositi dall’istigazione.
Chalamet risulta ineccepibile, chiamato ad interpretare il ruolo senza nessun provino, perché Paul King era fermamente convinto della sua perfetta adesione con il personaggio. Abile sia nel canto che nel ballo conduce le scene con assoluta leggerezza, però purtroppo appiattendo l’eccentricità di Wonka.
Dune I e II
I due episodi di Dune usciti rispettivamente nel 2021 e nel 2024, danno prova della stratificazione delle capacità interpretative di Timothée Chalamet. Il personaggio da lui interpretato è Paul Atreides, un giovane nobile che nella prima parte del racconto non dà prova di audacia e rimane contenuto, maditativo. Questo suo lavoro introspettivo è propedeutico alla trasformazione successiva.
Paul è erede della Casa Atreides, dinastia che governa il pianeta Caladan, ed è inoltre frutto di un piano genetico che gli ha instillato dei poteri mentali ed una percezione sensoriale sovrumana.
Al trasferimento sul pianeta Arrakis, posta sotto protezione degli Atreides, una congiura messa in atto dagli Harkonnen stermina la casata di Paul, che è costretto a scappare nel deserto insieme alla madre, dove incontra i Fremen.
Paul si immerge nella loro cultura e comincia ad assumere per loro un ruolo di rilievo, le sue capacità si intensificano, impara a controllare la voce, il corpo e a vedere nel futuro. Il potere lo rende più deciso e spietato, il suo avvenire è già segnato e non può fare altrimenti. Rimane intrappolato nella sua posizione lasciandosi trasformare dal dominio raggiunto.
Chalamet è impeccabile nel mutare progressivamente da una personalità quasi ermetica – capace di profondo autocontrollo – a una forte autorità capace di comandare con i soli gesti. Recita senza esagerazioni, riuscendo a trasmettere le sue volontà tramite la mimica.
Don’t look up
Adam McKay dirige un cast stellare in una satira apocalittica; sulla terra è in arrivo un meteorite che la distruggerà ed estinguerà la popolazione. Il racconto paradossale mette alla berlina le credenze comuni, la falsa informazione, il negazionismo, mettendo il luce la forza trainante dello spettacolo.
In Don’t look up la narrazione è disarmante, il potere è incompetente e corrotto, la scienza tenta la comunicazione trova di fronte delle autorità che non parla la loro stessa lingua.
L’attore interpreta Yule, un giovane in grado di distinguere la verità dalla menzogna; nonostante il suo essere grossolano è una personalità sensibile e spirituale ma senza esagerazioni e manierismi, trasmette le sue idee con semplicità. Chalamet è spontaneo, infonde pace nonostante la grottesca situazione in cui è capitato. Una prestazione delicata che spicca nel caos.
The French Dispatch of the Liberty, Kansas Evening Sun
La prima collaborazione tra il maestro Wes Anderson e Timothée Chalamet avviene in un film unico nel suo genere. The French Dispatchè il nome della rivista attorno a cui si svolge la storia; alla morte del direttore del gionale la redazione decide di far uscire un ultimo numero di cui vengono raccontati tre reportage, ognuno di essi raccontato con un corto a sè stante.
La struttura si compone di quattro episodi e Timothée Chalamet fa la sua comparsa nel secondo articolo raccontato: Revisions to a Manifesto. Come di consueto l’estetica è maniacale, resa tramite colori pastello e set teatrali, anche se, in questa vicenda nello specifico, Anderson ha deciso di adottare anche il bianco e nero. Si racconta della narrazione stessa, di conseguenza il tono impiegato risulta a tratti surreale e i dialoghi ritmati come in una composizione letteraria.
Chalamet veste i panni di Zeffirelli, uno studente rivoluzionario a capo di una rivolta per bandire il divieto imposto ai maschi di poter entrare nel dormitorio femminile. Frances McDormand interpreta la gionalista Lucinda Krementz che lo aiuta nella stesura del manifesto.
L’interpretazione dell’attore trasmette perfettamente la vena di poeta maledetto di cui Zeffirelli si fa carico. È nervoso, fuma costantemente, scrive manifesti attraverso una vena di autoironia, scherzando sull’ipocrisia dell’estremismo. Nonostante la spavalderia conferita dall’età, il suo sentirsi saggio ed astuto non sono sufficienti per portare avanti una rivoluzione così diviene necessario l’aiuto di Lucinda.
Sinergie con Greta Gerwig
Lady Bird
Si tratta del debutto alla regia della Gerwig, un film all’apparenza semplice ma che riesce ad andare a fondo nel tema della formazione, tratta della crescita, della formazione della personalità, del rapporto con la famiglia e di come esso si inasprisca durante l’adolescenza. il clima è perennemente disteso ma si percepisce, appena sotto la superficie, inquietudine.
La protagonista è Christine McPherson (Saoirse Ronan) ragazza di 17 anni che si fa chiamare Lady Bird. Una ragazza in balia della sua interiorità, non ancora veramente consapevole di quello che vuole ma si convince di esserlo, scontrandosi così con la realtà. Chalamet interpreta Kyle, un po’ come Zeffirelli, porta le vesti di un giovane intellettuale alternativo ma che risulta ancora verde sotto molteplici aspetti. Al primo impatto colpisce il suo modo di argomentare ma poi si scopre essere una maschera con un copione già preparato, usa il distacco e il menefreghismo come unica arma di difesa e di concreto c’è ben poco.
Crea così una figura satirica, mette in scena un tipo umano che chiunque nella sua quotidianità ha incontrato. Il suo essere uno pseudo-intellettuale poi però viene a galla e tutti gli accessori di cui si è munito, come la band in cui suona, i libri di politica e l’assenza del cellulare, cadono e si frantumano.
Eccezionale lo slittamento di Chalamet, disinvolto e strafottente fa pian piano trasparire la vera natura del personaggio, svelando la costruzione della sua personalità.
Piccole donne
Magnifica trasposizione del romanzo di Louisa May Alcott, la fabula non segue l’intreccio mescolando così le linee temporali. Le protagoniste sono le sorelle March: Jo, Amy, Meg e Beth quattro caratteri distinti e a volte in contrasto. Racconta dei loro differenti modi di vivere la vita, le diverse aspirazioni e il rapporto tra loro e la società tutta.
Laurie è vicino di casa delle sorelle March, un ragazzino di famiglia ricca, molto colto e po’ viziato ma nonostante questo risulta essere altruista e generoso. L’amicizia con Jo si trasforma presto in amore ma le cose non andranno come lui si prospettava.
Personifica perfettamente il ragazzo irrequieto, agisce d’impulso, tenta ma poi sbaglia. Rimane sincero, dimostra le sue emozioni e la scena del rifiuto da parte di Jo è l’acme della sua autenticità. Si tratta di uno dei momenti più malinconici del racconto. Timothée Chalamet e Saoirse Ronan sono inappuntabili nell’interpretazione, sono in grado di trasmettere chiaramente i loro dissidi adolescenziali e le ferite provocate da quest’amore impossibile. Il rapporto che si instaura successivamente con Amy è di altra natura essendo lui cresciuto e lei di temperamento opposto a Jo.
Laurie evolve grazie alla relazione con le sorelle March, diviene la sua nuova famiglia, gli insegnano cosa significhi volersi bene, il valore del sacrificio e la gratitudine nei confronti di tutto quello che possiedono.
Call me by your name
Call me by your name, prima collaborazione con Luca Guadagnino che ha definitivamente reso Chalamet un attore di successo. L’attore interpreta Elio Perlman, diciasettenne che nel 1983 si trova nella villa di famiglia nel nord d’Italia, ad ospitare uno studente del padre, professore universitario. Quell’anno arriva Oliver (Armie Hammer) ragazzo di ventiquattro anni che a differenza di Elio, sensibile e impacciato, è molto sicuro di sé. Tra i due nasce lentamente una passione reciproca, un sentimento inteso ma etereo, che svanirà con il termine dell’estate.
L’ambientazione immerge in una porzione fiabesca della realtà, in una villa antica, i giardini rigogliosi, gli specchi d’acqua. Le stanze sono colme di libri ed Elio spesso si siede a leggere e comporre musica. Il tempo è lento, la luce calda ed il canto delle cicale avvolge ogni angolo.
Elio è in grado di comunicare senza le parole, il corpo nervoso dimostra la trasformazione che sta avvenendo in lui ed il disagio provato; il desiderio per Oliver è velato, emerge attraverso gli sguardi, i leggeri avvicinamenti e le parole dette sottovoce. È un film delicato che esprime come si ama già nel titolo, un’immersione silenziosa nell’altro, la completa unione dei corpi che avviene nel nome dell’altro.
La fine è dolorosa ma con l’aiuto del padre è possibile essere razionali di fronte al tema meno razionale dell’esistenza umana: l’amore.
“Adesso magari non vuoi provare niente, magari non vorrai mai provare niente e, sai, magari non è con me che vorrai parlare di queste cose, però… prova qualcosa, perché l’hai già provata. Senti, avete avuto una splendida amicizia, forse più di un’amicizia, e io ti invidio. Al mio posto, un padre spererebbe che tutto questo svanisse, pregherebbe che il figlio cadesse in piedi ma non sono quel tipo di padre. Strappiamo via così tanto di noi per guarire in fretta dalle ferite che finiamo in bancarotta già a trent’anni. E abbiamo meno da offrire ogni volta che troviamo una persona nuova, ma forzarsi a non provare niente per non provare qualcosa… che spreco.”
Timothée Chalamet
Ripercorrere i ruoli interpretati da Timothée Chalamet significa osservare da vicino l’evoluzione di un talento straordinariamente duttile. Ogni personaggio è un’occasione per mettersi alla prova, per imparare qualcosa di nuovo: dal ballo alla musica, dall’armonia vocale fino al ping pong, l’attore dimostra una sorprendente capacità di adattamento e una dedizione assoluta al mestiere. Una versatilità che, unita a un’intensità espressiva rara, lo rende uno degli interpreti più interessanti e completi della sua generazione.