Se solo potessi ti prenderei a calci (If I Had Legs I’d Kick You) è scritto e diretto da Mary Bronstein. La storia è quella di Linda (Rose Byrne), una psicologa di mezza età che, mentre il marito è lontano per lavoro, si prende cura da sola della figlia, intubata dalla nascita a causa di una patologia congenita. Dopo che la loro casa si allaga per via di una voragine apertasi nel tetto, lei e la figlia finiscono a vivere in un motel.
Presentato in anteprima mondiale il 24 gennaio 2025 al Sundance Film Festival, Se solo potessi ti prenderei a calci prosegue il suo tour di proiezioni in festival come la Berlinale (dove Rose Byrne vince l’Orso d’Argento) e la Festa del Cinema di Roma lo scorso ottobre.
Prodotto da A24 e distribuito da I Wonder Pictures, il film è arrivato nelle sale cinematografiche italiane il 5 marzo 2026.
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Se solo potessi ti prenderei a calci: le riflessioni di Mary Bronstein
In Se solo potessi ti prenderei a calci, Mary Bronstein esplora le difficoltà di una madre sopraffatta dal suo ruolo, e lo fa partendo da un’esperienza personale. Otto anni prima della realizzazione del film, infatti, sua figlia si era ammalata e la regista era rimasta lontana da casa insieme a lei per otto mesi, mentre il marito lavorava: dal suo stesso senso di solitudine e incomprensione, Bronstein costruisce il personaggio di Linda. La rappresenta attraverso una regia mai giudicante, ma che non le lascia fiato, facendosi cornice soffocante della sua quotidianità.
Bronstein sceglie di distruggere l’idea per cui tutte le donne abbiano un innato istinto materno. Allontana la sua protagonista non solo dagli archetipi positivi più comuni – la madre come grembo accogliente o come feroce protettrice –, ma anche dalle implicazioni negative legate alla madre lavoratrice come figura egoista e assente. Mostra la crescente solitudine delle donne di fronte alle aspettative sociali e familiari, ma anche a un sistema medico e psichiatrico che ha ancora troppe lacune davanti all’esperienza femminile.
Il registro adottato in Se solo potessi ti prenderei a calci bilancia commedia nera, dramma psicologico ed elementi surreali riferiti a Eraserhead di David Lynch o al body horror di David Cronenberg.
Il dramma e le immagini inquietanti sono alternati da momenti di grottesca ironia, come le sequenze con il parcheggiatore davanti all’ospedale o quella del criceto. In un’intervista a IndieWire, infatti, Bronstein racconta di aver descritto il criceto e il suo tentativo di fuga dalla scatola come Jack Nicholson in Shining, mentre lo scrittore sfonda la porta del bagno con l’ascia.

Claustrofobia attraverso il linguaggio cinematografico
In Se solo potessi ti prenderei a calci, Mary Bronstein e Rose Byrne mettono in scena la quotidianità claustrofobica di Linda, sia domestica che lavorativa. Fin dall’inizio, Bronstein sceglie primissimi piani stringenti sugli occhi e sul volto della protagonista, che costringono lo spettatore a inserirsi nel suo disagio. Il lavoro di Rose Byrne – occhi che guizzano da una parte all’altra, sguardi nel vuoto, micro-espressioni – è precisissimo nel trasmettere il conflitto interiore che la caratterizzerà per tutto il film. Lo spettatore viene inserito a forza fin da subito nell’interiorità della protagonista, identificandosi con le sue sue difficoltà quotidiane.
Per rafforzare questa identificazione, la regista sceglie anche di non mettere mai in mostra la figlia di Linda né il marito. Lo spettatore li percepisce solo in voice over o attraverso frammenti di scene. Il marito appare in scena solo verso la conclusione, così come il volto della bambina viene svelato solo nelle ultime inquadrature. È il momento in cui Linda la riconosce e affronta il suo trauma, compiendo il primo passo per stare meglio.
Gli spazi come luoghi di repulsione e mancato incontro
Le ambientazioni di Se solo potessi ti prenderei a calci si presentano come luoghi di inquietudine e isolamento, le cui funzioni vengono messe in discussione.
L’appartamento è il luogo originario del perturbante, luogo da cui Linda e la figlia malata sono costrette ad allontanarsi. Ambiente domestico e figura materna sono spesso strettamente legati nel contesto cinematografico (e sociale), richiamando un ruolo e una funzione specifica di entrambi: quella di essere luoghi accoglienti, materni, sicuri per il figlio. Nel momento in cui si apre la voragine sul soffitto, il trauma si manifesta. La madre e la casa diventano luoghi perturbanti, tesi tra familiarità e inquietudine.
Il motel caratterizzato da tinte rosse è un’altra prigione opprimente per Linda, da cui di notte scappa costantemente per cercare dei momenti per se stessa. Fugge per bere vino, fumare marijuana, ascoltare musica e ritornare al suo appartamento. Nel motel avviene un primo tentativo di contatto autentico con James (A$AP Rocky), che mette di fronte al suo trauma (il buco sul soffitto nell’appartamento). Dopo un’iniziale curiosità nei confronti di Linda, James rimane – letteralmente – ferito e si tira indietro, incapace di offrirle un reale supporto.
Lo studio e l’ospedale rappresentano la parte della vita di Linda fatta di lavoro e responsabilità a contatto con il contesto medico e psichiatrico. Luoghi che dovrebbero offrire supporto e comprensione, ma che si dimostrano inadeguati a comprendere lo stato d’animo di Linda. La rabbia e il disagio della protagonista vengono incontrati con rigidità dalla dottoressa della figlia, dalle altre madri e dal suo collega e terapeuta (Conan O’Brien). I suo interlocutori diventano simboli di strutture sanitarie che non sono preparate alla complessità dell’esperienza femminile, che ragionano per codici prestabiliti e con i quali Linda può intrattenere solo relazioni disfunzionali.
L’intensità opprimente della colonna sonora
La colonna sonora è opprimente e inquietante. Nonostante il realismo della maggior parte dei suoni, tutto ciò che si sente è percepito più disturbante e avvolgente. Il suono dell’apparecchio a cui è collegata la figlia, le sue stesse urla, i rumori di masticazione, il ticchettio dell’orologio. Tutto diventa più caricato di quanto non sia realmente, lo spettatore è immerso anche a livello sonoro nella mente di Linda.
In particolare, il buco sul soffitto dell’appartamento possiede un paesaggio sonoro e visivo specifico, fatto di ritagli di immagini indefinite e voci più o meno ovattate, che trascinano Linda (e lo spettatore con lei) a contatto diretto con il trauma irrisolto.

La voragine come trauma materno
Se solo potessi ti prenderei a calci è un film in cui ritorna la figura del buco, della voragine. Si ritrova sia sul soffitto dell’appartamento di Linda che sul ventre della figlia. Entrambi simboleggiano malattia, trauma, qualcosa di perturbante e non risolto. Sono gli elementi che introducono il surreale e il body horror nel film.
Il danno all’ambiente domestico, strettamente legato alla maternità, lo rende luogo di abiezione. A volte una finestra onirica verso un’altra dimensione, a volte manifestazione concreta del rapporto traumatico tra Linda e la figlia. Il buco sul soffitto e sul ventre della figlia rappresentano delle violente interruzioni della vita normale, in risposta a cui Linda si rifugia nell’alienazione.
Solo nel finale, “chiudendo” questi buchi/traumi, la protagonista arriva definitivamente a un punto di non ritorno. È anche il momento, durante la sequenza sulla riva del mare, in cui il volto della figlia viene svelato. La madre la riconosce e sfida definitivamente il suo trauma. Per una volta, darà la priorità a se stessa per stare meglio.
Il lato scomodo della maternità
Se solo potessi ti prenderei a calci sfida gli archetipi della maternità: è disturbante, sgradevole, con elementi che sfociano nel body horror e nel surreale.
Rose Byrne fa un precisissimo lavoro di costruzione dell’espressività e fisicità di Linda, bilanciando ironia, nevrosi e fragilità. Mary Bronstein utilizza la commedia nera e il dramma psicologico per delineare il burnout di una madre lasciata sola dalla famiglia e dalla società, immergendo lo spettatore in immagini e suoni claustrofobici che sfidano la netta definizione di reale.
Se solo potessi ti prenderei a calci si lega al filone dei film con madri scomode e imperfette come protagoniste, dove anche le esperienze più controverse sulla maternità possono trovare il loro spazio. Non come vissuti migliori o peggiori di altri, ma semplicemente come altre possibilità narrative da mettere in scena senza giudizio.