L’ultimo anno di liceo è stato uno dei periodi più difficili della mia vita. Ricordo ancora bene la sensazione di solitudine e disagio che mi accompagnava ogni fottuto giorno. Vedevo i miei compagni felici, uniti, gioiosi di sperimentare la vita e passare il tempo insieme, studio compreso. Molti avevano il motorino e si credevano i gran fighi della scuola, facendo colpo su tutti. Quanto li detestavo. Volevo essere come loro. Invece mi sentivo sola e poco compresa. Gli insegnanti mi mettevano sempre all’ultimo banco, vicino a Matt, il più chiacchierone della classe, che detestavo. Eppure gli sorridevo per compiacerlo. Nella mia testa volevo solo allontanarmi da casa, dalla mia famiglia, dagli incubi che mi tormentavano la notte e non mi facevano dormire.
Tutto era dannatamente in bianco e nero, come una fotografia scattata su pellicola. O meglio, come I 400 colpi di François Truffaut. Però mi tenevo in forma con la boxe: mi piaceva (e ancora mi piace) fare a cazzotti con un sacco nero. Me la cavavo con lo studio, ma spesso non ne avevo voglia. Ricordo che, a ogni lezione, uscivo subito a razzo e andavo a pranzo con le mie migliori amiche, Jenny e Laura, uno dei pochi momenti in cui mi sentivo me stessa. Ci abbracciavamo e ridevamo su tutto davanti a tonnellate di sushi allo Shonzii Klub, uno dei locali migliori della città.
Quando tornavo a casa, mi rifugiavo nella mia stanza, nel mio mondo. Ascoltavo molta musica, rock incluso. In famiglia non parlavo molto: ero l’esatto contrario di mio fratello, che stava emergendo come regista. Lui era molto rispettato dai miei genitori e sapeva rendere le cose facili. Volevo essere un duro come lui, ma mi sentivo ancora incompleta e confusa su cosa fare della mia vita. Desideravo trovare la mia strada, ma ogni volta che iniziavo un nuovo percorso (farsi degli amici, affrontare un colloquio) mi nascondevo, lasciando che le emozioni facessero il loro mestiere. Per fortuna c’erano i Rolling Stones e i Queen (in particolare la loro hit I Want To Break Free) che mi facevano sentire viva e con le ‘palle’.

Lady Bird
Un giorno di gennaio, durante una lezione, ero così arrabbiata che, senza accorgermene, insultai Matt e poi la mia insegnante di scienze. Stufa di sentirmi urlare addosso, uscii dalla classe, presi il primo bus disponibile e arrivai all’aeroporto, di punto in bianco. Non mi importava che poi venissi sospesa per una settimana. Mi bastava sentirmi libera. Rimasi lì per due ore, a osservare gli aerei che partivano e la gente in fila per il check-in. Notai suoni nuovi: i trolley, l’aria condizionata, l’odore del caffè, il cuore che batteva all’impazzata, persone che parlavano lingue diverse. Sentivo di appartenere a quel mondo. Poi mi sedetti vicino alle grandi vetrate azzurre smeraldo, osservando il panorama.
Qualche ora dopo, mentre stavo per andarmene, vidi un ragazzo cadere a terra con un sacco di valigie. Mi avvicinai per aiutarlo. I nostri occhi si incrociarono per la prima volta. Si chiamava Cosmo: alto, abbronzato, capelli neri e scompigliati, camicia Levi’s e Adidas bianche. Pensavo mi avrebbe mandata via, invece era molto cordiale, con una voce calda, spagnola, accogliente. Scoprii che era appena arrivato dal Perù e che abitava vicino a casa mia: ero al settimo cielo (I want to break free)!
Iniziò così la mia fuga d’amore con Cosmo (un nome buffo per un ragazzo, ma originale). Io gli feci conoscere la cultura italiana, la mia musica preferita e lo portai a visitare alcuni musei della città (era molto appassionato di storia e cultura, al contrario di me). Lui invece mi aiutò con lo studio, in particolare con la matematica, mi fece ascoltare gli Oasis, la sua band preferita, mi diede qualche lezione in spagnolo (non sono mai stata brava con le lingue, ma con lui cambiai idea) e anche di chitarra (aveva metodi davvero assurdi, ma geniali): ogni volta che facevo progressi, mi prendeva per mano e mi faceva ballare il tango o il twist.
Entrambi avevamo un debole per il cinema: ci andammo più volte insieme. Da piccola ci andavo spesso coi miei genitori: uno dei rari momenti che ci univa. Con Cosmo ci innamorammo di Spider-Man (la prima trilogia di Sam Raimi), Her di Spike Jonze e di Lady Bird, di Greta Gerwig. In quest’ultimo film mi ci sono molto rivista: sembrava la mia anima gemella. Come me, anche Christine voleva scappare da casa, vivere una vita in fuga.
In ogni momento, io e Cosmo ci guardavamo e sorridevamo, ma i nostri occhi non volevano perdere neanche un frame. Ricordo che lo presi per mano, quasi spaventata… Dopo popcorn, Coca-Cola e un bel hamburger da McDonald’s, tornammo a casa stanchi ma eccitati. Sdraiati nel buio della mia stanza, intonammo il Gelsomino Notturno di Giovanni Pascoli. Per un attimo, la vita sembrò meno complicata, più vera. Stavo per compiere 19 anni. Quella notte mi sentii bene, finalmente viva. Ma allo stesso tempo, provavo una sensazione imbarazzante che non riuscivo a spiegare: non ero pronta a raccontare tutto ai miei genitori.
Anche se Cosmo non frequentava la mia scuola, ci vedevamo quasi ogni giorno. Jenny e Laura se ne accorsero. Ne parlavo sempre con loro, ridevamo di gusto. Jenny diceva che sembravo una pera cotta al sole. Laura, invece, un vampiro travestito da serial killer. Forse perché stavo cambiando look. Non la presi bene e, pensando che fossero gelose, litigai con loro. Le persi di vista per un po’ (per certi aspetti, ne avevamo bisogno).

Lady Bird
Entrai di nuovo in crisi, anche se all’inizio non me ne accorsi. Mi sentivo bene, ero fiera di me. I voti stavano migliorando, ma dentro ero ancora smarrita. Solo mio padre sembrò interessarsi un poco e mi raccontò che anche lui, da giovane, aveva vissuto un’esperienza simile alla mia. Sgranai gli occhi: ci rimasi di stucco. Poi, senza pensarci, lo abbracciai. Mio padre, quell’uomo taciturno e riservato, mi teneva stretta come se finalmente capisse quanto avessi bisogno di essere ascoltata.
Tempo dopo, arrivò il giorno della maturità, il 17 giugno, e finalmente iniziarono le tanto meritate vacanze. Ah, dimenticavo: sono stata promossa con buoni voti, nonostante tutto. Avevamo programmato splendide vacanze con Cosmo, ma un giorno di luglio scoprii che mi aveva mentito: aveva già un’altra ragazza e presto sarebbe ripartito per motivi familiari, senza rientrare in Italia per un paio di anni. Gli chiesi spiegazioni, ma lui rimase vago. Qualcuno mi raccontò che era finito in un giro strano, brutto. Si vociferava di droga. Non volli crederci, ma bastava guardarlo negli occhi sfuggenti e assenti. Fu come ricevere uno schiaffo in pieno volto, dopo tanti momenti vissuti insieme. L’effetto fu talmente forte che lo liquidai subito, senza ascoltare altre giustificazioni, ma decisi comunque di accompagnarlo all’aeroporto (avevo appena preso la patente e volevo fare pratica).
Sapevo di non essere pronta, ma avevo voglia di guidare e “crescere”. Ci salutammo con toni seri e un po’ distaccati, almeno da parte mia. Lui sembrava dispiaciuto e sinceramente pentito. Mi disse che mi aspettava in Perù per le vacanze estive. Risposi che avevo cambiato idea. Lui chiuse gli occhi, poi la portiera della macchina, e se ne andò. Mi avviavo verso casa. Ma di colpo, feci dietrofront. Parcheggiai l’auto e corsi dentro la zona check-in. Di Cosmo, però, nessuna traccia: era già partito. Scoppiai in lacrime. Mi ci volle tempo per riprendermi da quel pianto tremendo… I want to break free.
Le prime settimane furono dure, ma ripresi in mano la mia vita. Pensavo spesso a Cosmo (Dio, che stress!). In compenso, ricostruii il rapporto con i miei genitori e mio fratello. Mi regalarono una vacanza a Ibiza, due settimane splendide tra mare cristallino, ottimo cibo e perfino serate di cinema, una routine che non facevamo insieme da anni. Ripresi anche i rapporti con Jenny e Laura, e organizzai con loro un’escursione in Trentino, vicino alle Dolomiti.
Trovai diversi lavoretti: prima come commessa in un supermercato, poi come cameriera al Rocky Pub Club, un ottimo locale di musica dove mi feci notare. Un po’ a sorpresa, mi venne anche offerta un’opportunità per studiare a Londra. Avevo sempre sognato un’occasione del genere, ma decisi di restare in Italia. Mi iscrissi invece alla Cattolica di Milano, dove mi sono laureata lo scorso anno.
Sia prima che dopo gli studi tornavo spesso in aeroporto. Mi piaceva osservare la gente partire, il check-in, gli aerei che decollano dalle vetrate. Così feci domanda per lavorare lì come assistente aeroportuale, e mi presero. Un giorno, dopo la mia laurea (era l’alba), stavo aiutando una famiglia tunisina e subito dopo udii una voce calda, familiare. Alzai lo sguardo: era lui, Cosmo in persona. I capelli più lunghi e ricci (sembrava Jimmy Page dei Led Zeppelin), portava uno strano cappello da pescatore. Ci scrutammo da capo a piedi. Poi lui rise. Io feci lo stesso.
Parlammo in fretta: c’era fila. Sembrava cambiato, più maturo. Si scusò per come fossero andate le cose. Gli sorrisi. Ci stringemmo la mano. Gli chiesi se ci saremmo più rivisti.
“Ti aspettavo per quel viaggio in Perù”, mi disse, allontanandosi con lo zaino in spalla.
Ci guardammo un’ultima volta. Lo vidi sparire tra la folla, poi tornai al mio turno di lavoro, immersa nel traffico di gente.
Tre mesi dopo, eccomi qui: in viaggio verso Lima, pronta a ricominciare da capo. Pronta, finalmente, per il mio viaggio da adulta: I Want To Break Free!