Parnassus – L’uomo che voleva ingannare il diavolo

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Un gruppo di artisti girovaghi, a bordo di un enorme e fatiscente teatro ambulante trainato da cavalli, porta in scena, per le strade di Londra, uno spettacolo straordinario: l’Imaginarium.  Il dottor Parnassus, il vecchio che guida il gruppo di scarrozzanti, ha  il potere di concretizzare i desideri e le ambizioni della gente. La grandiosità dell’Imaginarium consiste nel riuscire a far viaggiare la gente all’interno delle proprie fantasie, con l’aiuto di uno specchio magico che serve da portale, per poi farle tornare alla realtà rinate e coscienti di quali siano le cose veramente importanti della vita.  Ma questo non è l’unico potere di Parnassus; il vecchio, infatti, centinaia di anni prima aveva dato inizio ad una lunga serie di scommesse con Mr. Nick, il diavolo, grazie alle quali era riuscito ad ottenere l’immortalità, e il cuore della donna amata. Ora, in un mondo dove nessuno è più pronto a dar retta ai sogni, tantomeno ad uno squinternato gruppo di artisti di strada, Mr. Nick torna a trovare il suo eterno rivale, per riscuotere il pegno di una promessa fattagli anni prima.

Parnassus (Lily Cole)

Per  riuscire a conquistare la donna amata, infatti, Parnassus aveva offerto al diavolo l’anima di un futuro figlio, proprio allo scoccare del suo sedicesimo anno d’età. Entro tre giorni, Mr. Nick porterà via per sempre Valentina, la figlia di Parnassus, e niente potrà fermarlo. Da grande scommettitore, però, quando Mr. Nick si troverà davanti al rivale di sempre, non riuscirà a rinunciare al piacere di rilanciare un’ultima scommessa: chi dei due riuscirà per primo a sedurre cinque anime e ad avvicinarle al bene o al male, avrà in premio l’anima di Valentina. Tutto sembra ruotare in favore del diavolo Nick, fino a quando Parnassus e i suoi si imbattono nell’immemore Tony, un misterioso giovane che giocherà un ruolo davvero importante nel susseguirsi degli eventi. Terry Gilliam ci racconta una favola dal vago sapore burtoniano; costruisce una storia che non si ha la forza definire “brutta”, ma che allo stesso modo sa troppo di già sentito, e non solo per i palesi rimandi al Faust. Parnassus non è, dal punto di vista narrativo, un film particolarmente ispirato, sa avvilupparti, ma non riesce a sorprenderti, con un’ingenuità che non profuma di genuinità.  Ma se il lavoro drammaturgico va avanti senza infamie né lodi, il film può riuscire comunque a far invaghire lo spettatore ma, in maniera sbalorditiva, risultano più affascinanti le scene ambientate nel mondo reale di quelle realizzate “oltre lo specchio”. Colpiscono, ad esempio, i momenti di vita quotidiana dei componenti della compagnia itinerante, come è perfettamente riuscito l’effetto di straniamento creato dal contrasto “temporale” fra il teatro-carro di Parnassus e la Londra dei nostri giorni.

Ma la magia va scemando, e sembra un controsenso, proprio quando qualcuno oltrepassa lo specchio e i sogni materializzati si rivelano solo come un enorme abuso di computer grafica. Panorami e creature surreali circondano gli attori in carne ed ossa, ma non riescono a fondersi con essi. Animazioni che sembrano fuggire dalle opere di Magritte [e di Dalì], ma che non riescono ad emularne la concretezza e l’organicità. Chi aveva lasciato Gilliam nel pachidermico Tideland, tediosa e inamovibile favola sul caso umano, lo ritroverà in Parnassus sicuramente rinato e molto più agile nel gestire le due ore di film, che si lascia guardare, comunque, con piacere e rilassatezza. Straordinario il cast artistico, che vedeva inizialmente affiancati Christopher Plummer, Andrew Garfield, Lily Cole, Verne Troyer ed Heath Ledger, che regala al suo pubblico un’indimenticabile ultima interpretazione. In seguito all’accidentale scomparsa di Ledger [a cui il film è dedicato], Gilliam riesce a ultimare Parnassus, modificando in maniera più che dignitosa la trama, e frammentando il personaggio di Tony nei corpi attoriali di Johnny Depp, Jude Law e Colin Farrell. Straordinariamente signorile il diavolo di Tom Waits.

Luca Ruocco

Utlima modifica: 15 Marzo, 2010



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