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CONVERSATION

Il Cinema in Piazza: conversazione con Valerio Carocci e gli altri responsabili dell’associazione Piccolo America

De Il Cinema in Piazza e dell'esperienza dell'Associazione Piccolo America abbiamo parlato con Valerio Carocci e gli altri responsabili

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il cinema in piazza piccolo america

Domenica si è conclusa l’ottava edizione de Il Cinema in Piazza e di quest’ultima e più in generale dell’esperienza dell’Associazione Piccolo America abbiamo parlato con Valerio Carocci, Gelsomina Pascucci, Federico Croce e Giulia Flor Buraschi.

Il Cinema in Piazza e l’Associazione Piccolo America

Se Valerio Carocci è stato fin da subito il volto dell’Associazione Piccolo America sono contento che a questa conversazione partecipino altri componenti della squadra de “Il Cinema in Piazza” nonché della gestione della sala Troisi. Prima di iniziare mi piacerebbe che vi presentaste specificando il vostro incarico nell’ambito dell’organizzazione.

Io sono Gelsomina Pascucci e faccio parte dell’organizzazione oramai da 10 anni. Diversamente da Giulia, Federico e Valerio ci sono arrivata un po’ per caso, trovandomi al cinema America dal primo giorno e da lì in poi per tutti quelli che sono seguiti. Nei nostri eventi mi occupo dell’ospitalità, del personale del cinema Troisi, e, insieme a tutti gli altri, della programmazione cinematografica di tutte le manifestazioni di cui ci siamo occupati.

Io sono Federico Croce e anch’io faccio parte della realtà dai tempi dall’occupazione del cinema America. Mi occupo di tutta la parte amministrativa ed economica, delle sponsorizzazioni e dell’organizzazione tecnica e logistica delle varie arie.

Mi chiamo Giulia Flor Buraschi e faccio parte del gruppo dagli inizi anche se allora avevo solo 15 anni mentre adesso sono cresciuta assieme alle nostre manifestazioni. Con Gelsomina sono responsabile dell’ospitalità. Mi occupo del cerimoniale e dei rapporti con la stampa. 

Nel manifesto della vostra associazione ad avere grande importanza è la relazione tra le figure e lo spazio. Parliamo di una caratteristica molto cinematografica. 

Valerio Carocci: Mi preme dire che qui siamo solo in quattro perché gli altri stanno riposando dopo aver lavorato nella sessione serale. Noi siamo quelli che gestiscono un po’ di più la parte organizzativa però poi a livello decisionale ci sono tutti gli altri ragazzi a cui riferiamo quello che facciamo. Noi siamo il “braccio armato” chiamato a organizzare i vari eventi. In realtà anche nella gestione del Troisi e delle varie serate di cinema all’aperto ci sono Lorenzo e Cristina, quindi questo gruppo è composto da 7 persone. Poi c’è l’assemblea dei soci formata da 25 persone. Al Troisi abbiamo circa quaranta ragazzi, mentre nelle piazze ce ne sono circa ottanta. Quindi nel periodo estivo arriviamo a 120. Non tutti i soci lavorano al Troisi o a Il Cinema in Piazza. Molti seguono l’esperienza da un punto di vista politico e assembleare, ma poi hanno optato per un vita lavorativa al di fuori dell’associazione preferendo abbracciare altre professioni come quelle di medico e avvocato. Alcuni vanno ancora a scuola, altri si stanno per laureare. Questo per farti capire come funziona l’Associazione. 

Detto ciò, l’idea dei luoghi e dunque l’importanza dello spazio nasce dai primi schermi pirata: le proiezioni sui monumenti creavano una relazione tra il film e la storia del luogo dove veniva proiettato; tra il cinema e l’architettura di quegli schermi improvvisati. Un principio che ci siamo portati dietro nelle cose che facciamo adesso, ovvero nella valorizzazione di luoghi quali il Parco di Monte Ciocci e il casale della Cervelletta, spazi che abbiamo tentato di riqualificare. 

Nell’organizzazione de Il Cinema in Piazza cerchiamo di immaginare anche in relazione agli ospiti quale possa essere la location più adatta a quel tipo di film, a quel tipo di autore, quindi, per rispondere alla tua domanda, c’è uno studio anche molto accurato su quella che è la risposta del pubblico. Sappiamo che Monte ciocci e Cervelletta sono parchi con una partecipazione molto più giovane rispetto a Piazza San Cosimato dove invece, essendoci le sedie, vengono anche persone molto più anziane rispetto alle altre arene. Poi succede di programmare Kiyoshi Kurosawa alla Cervelletta per la volontà di mettere la cultura giapponese all’interno di quello che è un ambiente naturalistico. 

Il dietro le quinte

Le persone e l’ambiente rimangono prioritari. Le vostre parole me lo confermano. 

Federico Croce. Sì, siamo partiti da piazza San Cosimato perché è vicina al cinema America, quindi si trattava del presidio più adatto per continuare la battaglia sulla storica sala. Successivamente abbiamo voluto portare il cinema e le nostre attività nei territori dove siamo nati e cresciuti e da cui ci spostavamo per arrivare al centro (Cervelletta e Ostia, quest’ultima sostituita da Monte Ciocci). Abbiamo sempre cercato una relazione tra luogo e cinema, sin dati tempi degli “Schermi Pirata”, mettendo a disposizione delle persone un luogo di incontro e di cultura anche a domicilio, per chi non può o non vuole spostarsi dal proprio territorio. Il risultato è stato che grazie a una scelta accurata di quartieri e luoghi, diversi tra loro anche dal punto di vista paesaggistico, la cittadinanza e tutti coloro i quali attraversano la capitale, hanno iniziato a spostarsi da un lato all’altro della città. Non sono tre singoli luoghi dove avvengono proiezioni, ma un unico grande evento che crea confronto tra persone del tutto diverse tra loro.

Nel passato, per esempio nel Rinascimento, l’armonia e la bellezza dell’architettura urbana erano considerate il riflesso della lungimiranza e della bontà del governo politico. Mi sembra che l’occupazione del cinema America – a suo tempo destinato a diventare un area di parcheggio e di nuovi alloggi – nasca proprio dall’assenza di questa lungimiranza. È così? 

VC: L’occupazione è nata anche un poco inconsapevolmente: la vocazione di base è il pensiero che ci ha fatto partire e cioè di restituire uno spazio di discontinuità urbana del centro storico dove potevamo essere protagonisti e non solo fruitori. Venendo tutti dalla periferia ci sentivamo quasi non romani, esclusi dalla sua bellezza e dalle opportunità che avrebbe dovuto garantire in maniera uguale a tutti i ceti sociali. Lì abbiamo scoperto il cinema America un po’ per caso, non pensavamo alla Settima Arte. Parte di noi proveniva da famiglie di architetti e di militanti sociali per cui da una parte ci interessava la tutela dei beni architettonici, dall’altra la militanza. Per noi quella sala aveva innanzitutto una valenza architettonica. Solo dopo ci siamo resi conto di aver ripreso il lavoro che era stato fatto negli anni di Argan, Petroselli e Vetere con il Meraviglioso Urbano de l’Estate Romana di Renato Nicolini. Al pubblico de Il Cinema in Piazza a un certo punto della serata chiediamo di dirci da quali quartieri provengano per scoprire che su 300 persone, 270 vengono dalla periferia. Questo secondo noi è stato possibile perché si è ripreso qualcosa di cui si era persa memoria, ma che esisteva già. Anche noi l’avevamo dimenticato, diventandone consapevoli solo qualche anno dopo, quando qualcuno ha fatto il paragone tra il nostro progetto e l’Estate romana di Nicolini. Dunque la risposta alla tua domanda è sicuramente sì, c’è stato un totale abbandono di quel processo per cui da una parte è stata una cosa spontanea. Era una sorta di binario libero in cui il treno non passava più. Noi abbiamo ripreso a farlo transitare. 

Così facendo avete mostrato il modo in cui è possibile riportare le persone al cinema. L’esperienza del Troisi è in netta controtendenza rispetto a quanto succede nella maggior parte delle sale. Alla crisi denunciata dagli esercenti voi rispondete con numeri da capogiro. Anche in questo caso si è trattato da parte vostra di recuperare uno spazio e riqualificarlo secondo le esigenze delle persone. 

FC. Sicuramente i risultati del Troisi sono eccezionali superando il numero di presenze della miglior monosala d’Italia del 2019. La ricetta non è semplice, però il dato fondamentale è che per dieci anni abbiamo proiettato dei film avvicinando allo schermo un pubblico, quello dei nostri coetanei, che normalmente non va al cinema. Nelle piazze e in sala vedevamo questi giovani arrivare per vedere il film ma anche per passare una serata incontrandosi e parlando insieme. Era come il muretto sotto casa, dove potevi scendere essendo sicuro di trovare qualche amico con cui scambiare una battuta e bere una birra. Questo pubblico un po’ per volta l’abbiamo formato e adesso lo ritroviamo all’interno del cinema Troisi. Sempre più spesso vediamo dei ragazzi e delle persone che, non solo vanno da un’arena all’altra, ma ora vengono anche in sala. È stato un percorso di educazione all’audiovisivo che ha fatto apprezzare la possibilità di vedere opere rintracciabili solamente nell’ambito delle retrospettive festivaliere, in molti casi accompagnate da registi e attori che vi avevano lavorato. Quello che noi osserviamo è un pubblico felice di pagare il biglietto per continuare un cammino comune costruito giorno per giorno. 

Gelsomina Pascucci. Aggiungerei che non abbiamo una regola. Stiamo sperimentando. Abbiamo aperto il Troisi a settembre e stiamo provando a diversificare il più possibile, a fare sempre più eventi oltre a quelli in piazza. Rispetto alle altre sale il Troisi è un luogo dove la gente si riunisce per bere una birra, prendere un caffè, mangiare un tramezzino. Poi succede che c’è uno spettacolo sul punto di iniziare e allora qualcuno dice “stiamo qua, beh andiamo a vedere anche il film”. Al Troisi ti viene voglia di venire perché sai che dopo ti potrai fermare a chiacchierare con gli amici. La presenza dell’Aula Studio è fondamentale rispetto alla fruizione cinematografica: si è riempita da subito e i ragazzi durante le pause studio scendevano giù per vedersi Titane e poi risalivano per rimettersi sui libri. C’era chi studiava e poi faceva l’aperitivo, chi si vedeva anche il film delle 10. Parliamo di un posto di cui puoi usufruire in tutte le ore del giorno e della notte facendo cose diverse. 

GFB. Vero è che le sale non erano più considerate come un luogo di incontro dove, oltre alle due ore di spettacolo, ci fosse qualcosa di diverso dal film fruito nel salotto di casa con tutte le comodità del caso.  Noi abbiamo cercato di recuperare l’unicità della condivisione del film in sala: di ricreare la bellezza di avere a disposizione un grande schermo, ma anche di rendere quel luogo speciale e unico. 

il cinema in piazza carocci

L’Associazione Piccolo America a proposito de Il cinema in piazza

Ancora una volta dalle vostre parole emerge il fatto che il cinema da solo non basta.

GP. Forse un giorno tornerà a essere così, ma in questo periodo storico non basta. Adesso per riabituarci ad andare in sala serve anche altro.

Voi avete puntato sull’idea, su ciò che viene prima, quindi sulla socialità. A una società chiusa in se stessa e immersa in una realtà per lo più virtuale avete offerto uno spazio d’aggregazione in cui il piacere di stare insieme nasce innanzitutto dalla sinergia con uno spazio sconosciuto e poi reinterpretato. Penso non solo alle piazze a ai parchi, ma anche alla sala cinematografica.    

Giulia Flor Buraschi. Forse il focus è che noi abbiamo risposto all’esigenza che avevamo per primi. Questo ci ha permesso di avere una visione il più ampia possibile perché vicina alle esigenze dei ragazzi e di tutta la cittadinanza di Trastevere a cui ci siamo avvicinati mettendoci in ascolto. La particolarità di questo luogo è proprio quella di essere anche un centro d’ascolto e dunque uno spazio in cui ciascuno si può sentire arricchito. 

Considerato che Il Cinema in Piazza occupa diverse aree della città mi pare che con la vostra scelta abbiate ridisegnato anche in senso geografico la viabilità di Roma, perché chi ci vive sa che tra il nord e il sud di Roma è come se ci fosse una terra di nessuno che costituisce un vero e proprio limite alla continuità dello spazio. Unire il centro di Roma con la periferia – perché questa è l’ubicazione delle tre arene all’interno di Roma – equivale a stabilire una continuità territoriale che elimina la separazione tra la cittadinanza. È un po’ la stessa cosa che avviene nelle vostre programmazioni in cui nessuno è lasciato indietro grazie a un cartellone pensato in maniera trasversale. Trasversale come è il vostro modo di pensare lo spazio pubblico.  

VC. Sì, anche nel Troisi e in tutte le attività abbiamo tentato di tenere un equilibrio di coinvolgimento trasversale tra ceto e provenienze geografiche. Da lì i posizionamenti sulla città, che comunque cercano sempre di essere equilibrati. In un primo momento avevamo solo San Cosimato, poi Cervelletta e Ostia con quest’ultima sostituita da Monte Ciocci quando il tribunale di Roma ha fatto venire meno il sequestro del porto. L’obiettivo della programmazione anche per quanto riguarda il Troisi è quello di parlare a tutti, mentre dal punto di vista cinefilo esiste la volontà di non proiettare mai solo quello che piace a noi. Il nostro gusto è del tutto relativo, direi anche superfluo rispetto a quello che dobbiamo fare, che è quello di valorizzare i finanziamenti pubblici e privati che otteniamo al fine di garantire un servizio a tutti. Vogliamo avere una programmazione a 360 gradi, fruibile anche da chi non è abituato a vedere i film sul grande schermo. Ci piace andare anche oltre a quello che conosciamo, oppure fare scelte molto coraggiose come quella di proiettare l’ultimo film di Lav Diaz lungo quattro ore e mezza. L’altra sera Lav ci chiedeva della nostra programmazione e noi per contro gli abbiamo chiesto di consigliarci film, di mandarci cose che lui vede nei festival perché uno dei nostri obiettivi è portare in Italia anche film mai distribuiti. 

La programmazione de Il Cinema in Piazza a opera dell’Associazione Piccolo America

Entrando nel dettaglio della programmazione mi sembra che la vostra attenzione cada innanzitutto sul linguaggio nella considerazione – come avete detto – di proporre film che parlino a tutti. Più che un esercizio critico e intellettuale si tratta di un’esigenza pratica, necessaria per capire in che modo i film riescono a parlare alle persone.  Mi pare che questo sia uno dei punti alla base del successo riscontrato dalle vostre iniziative. 

VC. Io sono completamente d’accordo, ma magari gli altri hanno qualcosa da aggiungere. 

FC. Di certo cerchiamo di spaziare e allargare la visione il più possibile. Allo stesso tempo ci rendiamo conto che lo spettatore, sempre per questo discorso di linguaggio, va incontro ai propri gusti, alle proprie idee e punti di vista. Spesso lo scambio avviene sui diversi generi, con un pubblico che segue un filone più popolare e che poi, incontrandosi all’intero delle piazze e dei parchi, decide di seguire un altro linguaggio, di andare a scoprire qualcosa che non conosceva, anche solo per stare insieme. In tutto questo noi ritroviamo un grande valore perché poi ci sono i grandi blockbuster, successi mondiali come Il signore degli anelli, capaci di assicurare quello stesso grande pubblico che poi va a seguire film e retrospettive più ricercate. Con ciò che ne deriva in termini di crescita dei tuoi spettatori non solo a livello numerico ma anche qualitativo. 

Rispetto alle retrospettive presenti ai Festival le vostre non demonizzano il cinema commerciale; dall’altra parte non considerano il pubblico incapace di apprezzare la bellezza di opere meno facili.  

VC. Intanto grazie, perché fa veramente piacere sentirsi dire queste cose. Noi ci lavoriamo tutto l’anno ma non sempre i nostri sforzi vengono riconosciuti. Guardo Gelsomina che insieme a me segue maggiormente la programmazione e anche lei è felice per le tue considerazioni. Dal primo momento abbiamo voluto che ci fossero entrambe le cose. Mi viene in mente quando occupavamo il cinema e proiettavamo le partite della Roma. C’eravamo resi conto che le persone non erano più abituate a fruire del grande schermo e quindi l’unico pensiero era quello di ricordargli quanto fosse bello condividere un’esperienza, al di là del contenuto della proiezione. 

È in quelle occasioni che si è creato il più grande bacino di affiliati e affezionati sostenitori del cinema America. Tutto è nato da quel grande momento di aggregazione popolare. Quel tipo di proiezione è stata abbandonata, ma il suo spirito non è mai venuto meno, con la programmazione della serie di Harry Potter oppure dei classici Disney. Anche se non vengono visti come qualcosa da proiettare in un festival, questi lungometraggi fanno comunque parte della storia dell’audiovisivo e permettono una grande aggregazione popolare. Allo stesso tempo il pubblico non va assolutamente sottovalutato. Il problema è che si pensa sempre e solo a quello pagante e mai a quello potenziale. Tenendo conto di quest’ultimo si arriva, come successo al Troisi, ad avere numeri come i nostri e dunque 33 mila spettatori a fronte dei 26 mila ottenuti dalla sala che viene subito dopo di noi. Stiamo parlando di uno scarto di circa 7000 spettatori che su quell’ordine di cifre è tantissimo. Tutto deve partire dal pubblico che ancora non c’è e, per dirla come affermavo prima, dal guardare oltre il visibile. 

Il pubblico

Potresti specificarne meglio il concetto di pubblico pagante e pubblico potenziale?

VC. Cioè si ragiona solo sul pubblico che già esiste e si pensa solo alla maniera in cui dividersi le loro preferenze. Non si fanno vere e proprie azioni di promozione: le nostre sono state le proiezioni gratuite de Il Cinema in Piazza. Si chiudono le sale per concentrare il pubblico in poche strutture e per non togliere spettatori alle altre che proiettano lo stesso film. Tutto è pensato senza una vera prospettiva di rinascita ma come un processo giunto alla fine del suo percorso. Non ci sono investimenti. Gli unici sono stati gli spot contro la pirateria che purtroppo non sono nemmeno serviti a niente.

Il vostro è un processo che nasce dal basso. Per certi versi avete anticipato di qualche anno la stagione movimentista culminata con la nascita de Le Sardine. Siete riusciti a creare una sorta di agorà cinematografica dove le decisioni continuano a essere prese dal basso e in cui la città è vista come bene comune in cui a decidere sono i suoi abitanti. 

VC. Questo sicuramente, anche se abbiamo sempre affrontato, se non nei termini delle battaglie che portavamo avanti – quelle del cinema America e sul diritto di poter organizzare un evento a San Cosimato senza ingiustamente partecipare a un bando perché noi non percepiamo fondi dal comune, ma paghiamo per l’occupazione di suolo pubblico -, questioni che erano micro nel nostro mondo, ma che diventavano macro se le si guardava in maniera politica. La questione del bando di San Cosimato riguarda tutte le concessioni di suolo pubblico per organizzare eventi. La questione del cinema America rimanda alla tutela di un bene culturale privato per cui se dopo dieci anni riusciamo a vincere la vertenza, tutti i teatri e i cinema avranno un precedente giuridico. La stessa cosa succede per la programmazione gratuita di film nelle arene.

Voglio dire che la nostra non è una battaglia che non finisce a San Cosimato e nelle proiezioni gratuite del cinema America, ma che riguarda l’ambito nazionale. Tutte le scelte e le battaglie sono state affrontare in un primo periodo in maniera spontanea e solo dopo ragionate da un punto di vista politico. Eravamo consapevoli di stare smuovendo cose di cui non avremmo goduto solo noi ma l’intera cittadinanza. A differenza delle Sardine che hanno creato uno scontro politico più teorico su determinati temi, noi siamo entrati nelle questioni politiche in maniera pratica, andando sempre a guardare come modificare la giurisprudenza o quantomeno le normative, con l’obiettivo di ottenere un miglioramento delle condizioni di vita che passano per lo sfruttamento urbano della città, la possibilità dei giovani di fare qualcosa, il riuso degli spazi pubblici che fossero piazza o cinema. 

Grande supporto

Prima che le faceste il solo pensiero di riuscire a fare una cosa del genere era considerata utopia. Voi avete dimostrato il contrario, ottenendo fin dalla prima ora l’appoggio degli autori e di chi faceva il cinema: uno su tutti Bernardo Bertolucci che di rivoluzioni se ne intendeva e dunque era molto affine ai contenuti della vostra esperienza. Mi chiedo se è stata la stessa cosa con le istituzioni?

FC. Quando abbiamo occupato l’America eravamo qualcosa di anomalo, ragazzi cresciuti nell’epoca dello streaming, del digitale, dei computer che invece raccontavano la voglia di vivere la città in maniera diversa. La rioccupazione degli spazi, soprattutto culturali, ha destato simpatia e attenzione presso i vari autori. È stato un rapporto costruito nel corso degli anni. La grande differenza con le altre iniziative istituzionali è che noi siamo una grande realtà popolare dove il pubblico incontra l’autore, ci chiacchiera, ci parla e ci discute senza filtri, né limitazioni. Non esiste la distanza fisica del palco e della prima fila, delle poltrone, del biglietto, della masterclass e di tutta quella serie di attività che creano una distanza tra lo spettatore e il regista. Al contrario chi decide di venire da noi per sostenerci e presentare un film trova un pubblico diverso, non per forza cinefilo, ma di certo curioso di incontrare e domandare, di porsi delle domande a volte, non essendo esperto, senza neanche capire del tutto la risposta. Stiamo scoprendo il cinema insieme. Su questo abbiamo notato che gli autori ricevevano un ritorno diverso da quello registrato nei classici incontri con il pubblico. Con loro abbiamo costruito dei rapporti ed è anche grazie a questa intesa che siamo cresciuti, creando un evento così diverso dagli altri.

Si tratta di una partecipazione così diretta perché il desiderio del pubblico è quello di costruire una relazione con l’autore senza altre intermediazioni. Voi mettete l’autore di fronte al pubblico senza alcuna interferenza.

GFB. Lasciare l’autore completamente scoperto di fronte alle riflessioni del pubblico è qualcosa che manca nel settore in cui sono sempre troppo pochi momenti di questo tipo. Quando chiediamo all’ospite cosa preferisce fare emerge sempre la volontà di dialogare e confrontarsi, di recepire le sensazioni che arrivano al pubblico. Spesso gli ospiti ci chiedono di rimanere in piazza per poter apprezzare ogni singola reazione scaturita dalla visione del film; soprattutto se si tratta di opere un po’ più vecchie che per l’appunto non hanno la possibilità di riportare in sala. Siamo partiti senza conoscere niente del cinema. Bertolucci era divertito dal fatto che quando lo incontravamo conoscevamo poco o nulla del patrimonio cinematografico. Ascoltare le reazioni di chi il cinema non l’ha studiato e che lo vive attraverso le emozioni che esso gli provoca è qualcosa che arricchisce innanzitutto i registi. 

il cinema in piazza piccolo america

L’esperienza dell’Associazione Piccolo America per Il Cinema in Piazza

Nel corso degli anni il vostro pubblico ha visto passare per le piazze del cinema autori che di solito è molto raro incontrare anche ai festival. Molti di loro sono diventati vostri amici e sostenitori del progetto. Mi chiedevo se esiste una sorta di testimonianza visiva di tutto questo oppure è un’esperienza che è possibile vivere solo venendo nei vostri spazi. 

 VC. Gli incontri del pubblico con i vari autori sono sempre in streaming sui nostri social. Lo facciamo per permettere anche a chi quella sera non ha possibilità di venire di recuperare l’evento. Invece le nostre magliette le hai solo se vieni in piazza. Quando ci sono state le aggressioni Giulia ha passato intere giornate a rispondere alle migliaia di persone che ce le chiedevano. La nostra risposta era sempre la stessa e cioè: vieni in piazza fai un’offerta libera e la prendi. Quindi da una parte ti rispondo sì, dall’altra no, perché la diretta non è come stare in sala al Troisi e incontrare Gaspar Noè e Dario Argento o in piazza ad ascoltare Kassovitz quattro anni di fila. Per inciso Lui e Carlo Verdone sono stati gli unici a fare proiezioni in tutte le piazze, oltreché al Troisi. Dall’altro lato noi abbiamo un enorme archivio: dal 2012 tutto quello che abbiamo fatto è stato ripreso, fotografato e conservato. Non so un giorno cosa ci faremo ma è lì. A livello di romanzo, di narrazione e di film la storia non è conclusa quindi non pensiamo di raccontarla in questo momento perché bisogna ancora vedere come finisce con il cinema America. Il 3 novembre ci sarà l’udienza per cui speriamo che in due, tre mesi si capisca se rimarrà un bene culturale o meno. 

Al di là della drammaticità dei fatti mi sembra che l’aggressione abbia segnato un passaggio fondamentale in termini di presa di coscienza sul peso e sull’importanza della vostra presenza nella città di Roma. 

Si, totalmente, sia per noi stessi che per il pubblico e gli autori e pure per le istituzioni. 

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Le retrospettive

Parlando delle retrospettive ed entrando nel merito del cartellone relativo alle singole piazze mi pare che oltre alla coerenza presente all’interno di ciascuna programmazione – in cui il cinema più classico si confronta con quello contemporaneo – ci sia una trasversalità di offerta che copre ogni età. Penso al cinema della Amblin che piace ai più piccoli ma anche ai loro genitori. Inoltre mi sembra ci sia un dialogo anche tra le varie piazze. Francesca Archibugi, programmata a San Cosimato, ha raccontato la società attraverso i rapporti famigliari; lo stesso fa Thomas Winterberg come si è visto alla Cervelletta nella retrospettiva a lui dedicata. Penso a Rosi e Larrain, esponenti di un cinema di denuncia, civile e militante. Alla sperimentazione di Leo Carax presente a Monte Ciocci e a quella di Pawel Pawlikowski allestita a Cervelletta e così via. La trasversalità del vostro programma trova coerenza all’interno delle singole piazze come pure nella relazione tra di loro.

FCB. L’idea è che il pubblico possa scegliere non solo una tipologia di proiezione, ma anche il filone, avendo la possibilità di girare tra le varie location per trovare sia qualcosa che è sicuro gli possa piacere, sia qualcosa in grado di mettere alla prova i suoi gusti. In realtà l’aspetto più importante è che il pubblico viene nelle piazze senza, spesso, sapere cosa c’è. Si fidano e nella fiducia c’è la scoperta.

VC. È una programmazione orizzontale e verticale perché pensata in maniera che in ogni singola giornata le proiezioni nelle tre piazze siano del tutto diverse tra di loro. Se però le analizzi solo dal punto di vista di uno di questi luoghi allora ti accorgi che anche al suo interno è attraversata da grande diversificazione. I filoni, il contenuto politico e le offerte alle famiglie non li abbiamo pensati nell’ambito delle singole location, ma le tue giuste annotazioni rientrano tra le cose inconsapevoli che facciamo. Di certo tentiamo di mettere termini di contenuto politico in tutti e tre i quartieri: quindi c’erano le famiglie Paciolla e Regeni, ma anche Corpus Chirsti di Jan Komasa in cui il politico era inteso non solo in senso cinematografico, ma in termine di riflessioni, di dibattito sociale, e ancora di analisi del rapporto tra la chiesa e i giovani. Le proiezioni legate al dibattito politico e sociale sono distribuite in maniera equilibrata in tutte le singole piazze. L’altra cosa che ci riconosci non era voluta ma è un bene che sia venuta cosi.

GP. Semmai non è voluto questo dialogo tra i vari temi, ma è chiaro che noi cerchiamo di dare ad ogni luogo lo stesso tipo di possibilità, alternando film mainstream ad altri più d’autore in tutte e tre le piazze.  Poi, dietro ogni programma c’è un pensiero diverso perché il pubblico varia a seconda delle piazze. Tenerne conto analizzando i dati degli scorsi anni ci ha aiutato a capire che tipo di retrospettive fare.

Prima di fare ultima domanda mi permetto di farvi due nomi che starebbero bene nelle vostre retrospettive. Il primo è Sean Baker, il secondo è Hal Ashby. Su di loro non è stata fatta ancora nessuna retrospettiva, ma per pensiero e contenuti mi sembrano davvero in grande sintonia con lo spirito del vostro programma. 

Il bilancio de Il Cinema in Piazza dall’Associazione Piccolo America

Visto che “Il Cinema in Piazza” si è appena concluso ti chiederei un consuntivo di questa ottava edizione. 

Non avendo la prenotazione, i numeri che ti darò sono una stima. Detto questo siamo tornati a novantamila spettatori contro i 65 della scorsa stagione quindi c’è stata una grossa risposta da parte del pubblico anche per la possibilità di tornare a organizzare grossi incontri come quelli con Verdone, Luca Marinelli e Dori GhezziWes Anderson che gli altri anni non era possibile fare. Ma il dato non lo prendi dalle tre o quattro serate di punta bersi nel quotidiano in cui finito il covid c’è stata una partecipazione di grande rinascita. L’altro dato di cui siamo orgogliosissimi è che grazie al Troisi c’è stato un ringiovanimento delle piazze. In certe sere i giovani erano in netta maggioranza rispetto agli adulti e quello forse è stato merito dell’aula studio del Troisi e di questo siamo davvero orgogliosi

Anche a voi chiedo quali sono le vostre preferenze cinematografiche?

VC. Brutti, sporchi e cattivi di Ettore Scola è il mio film preferito, l’autore è Wes Anderson mentre sono tanto legato a L’odio di Mathieu Kassovitz.

G P. I miei autori preferiti sono Fellini e Ken Loach. Per il film scelgo Il Laureato

FC. Il mio autore preferito è Christopher Nolan: tra i film dico Inception.

GFB. Il mio autore preferito è Pier Paolo Pasolini. Il film preferito è Splendor di Ettore Scola 

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