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FESTIVAL DI CINEMA

Ó Paí Ó (Festival del Film di Roma 2008)

“Dedicato al gruppo degli Olodum, l’associazione che da anni tutela la comunità dei giovani afro-brasiliani promuovendone la cultura attraverso la musica, la danza e il teatro, questo film, interamente girato per le strade di Salvador, ritrae le vite di alcuni abitanti del “Pelourinho” nell’ultimo giorno di Carnevale, tra preparativi, melodie e vivida quotidianità”.

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Ó Paí Ó

Dedicato al gruppo degli Olodum, l’associazione che da anni tutela la comunità dei giovani afro-brasiliani promuovendone la cultura attraverso la musica, la danza e il teatro, questo film, interamente girato per le strade di Salvador, ritrae le vite di alcuni abitanti del “Pelourinho” nell’ultimo giorno di Carnevale, tra preparativi, melodie e vivida quotidianità.

Attraente come il divieto ai minori di diciotto anni, impresso sul biglietto e misterioso come il suo titolo, una tipica esclamazione bahiana che sta per “guarda un po’”, il film si apre piacevolmente fra le movenze “en passant” di una donna e gli scorci caratteristici del quartiere, un chiaro invito a entrare “in questo angolo di mondo”. Protagonista, il neo-trentenne Lazaro Ramos, che veste i panni di un artista a tutto tondo immerso in un vero melting pot di situazioni, attorno al quale ruotano i personaggi e le loro storie di amori furtivi, lavoro malpagato, episodi di razzismo, delinquenza, giochi di bambini smaliziati e candomblé, ma anche tanti sogni. In quest’opera c’è tutto il Brasile fatto di ritmi e colori che, attraverso il carnevale della vita, si mescolano rivelando la vitalità e la passione di un popolo che non possiede quasi nulla, eppure, a parte questo, sembra avere dentro di sé “tutti i sogni del mondo”, tanto per citare Pessoa.

Un finale dolce-amaro, non senza pathos, per un film a tratti documentaristico che si colloca come genuina espressione del cinema novo brasiliano in cui la teatralizzazione della realtà diventa funzionale alla creazione di una coscienza critica e disincantata, pur senza prendersi troppo sul serio.

G. M. Ireneo Alessi

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