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INDIPENDENTI ITALIANI

Intervista a Carmine Cristallo Scalzi, autore di “A volte nel buio”

Il talentuoso regista, conosciuto a Trieste grazie a Science + Festival 2021, ci ha raccontato la genesi della sua opera prima

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Per quanto le disposizioni governative facciano di tutto, ormai, per ostacolare i contatti tra le persone, la regolarità della programmazione cinematografica e teatrale, più in generale la vita culturale del paese, può ancora capitare che un festival cinematografico non soltanto permetta di scoprire opere meritevoli, ma faciliti anche il dialogo con gli autori e gli interpreti di tali opere.

Così è capitato lo scorso autunno a Trieste. Nel corso di Science + Fiction 2001, all’interno della preziosa vetrina ribattezzata Spazio Italia, ci siamo innamorati di un lungometraggio magari ostico per la durata, ma dotato di un’estetica così personale e avvolgente da farci sprofondare in un immaginario fantastico di tutto rispetto. Parliamo del sontuoso A volte nel buio di Carmine Cristallo Scalzi. Ed è ancora più sorprendente che si tratti di un’opera prima!
I contorni sono quelli di una rivisitazione straniante e originale degli archetipi relativi allo “straniero”, al Vampiro, con un prevalere di toni da “danza macabra”.

Ad ogni modo, ci eravamo già espressi altrove con un certo entusiasmo su questo affascinante lungometraggio d’esordio, per cui riproponiamo uno stralcio di quanto scritto in precedenza: “Se le processioni notturne assumono per forza di cose un contorno misterico, alquanto maligno, sono le azioni diurne di stralunati personaggi appartenenti a entrambe le fazioni (una galleria di volti e fisicità di notevole effetto) ciò che indirizza maggiormente l’estetica morbosa di un film, che tra falci nei campi e sadici dottori sembra rimandare persino all’abbagliante ambiguità morale del Vampyr di Dreyer.“. Archiviato questo nostro lusinghiero paragone, abbiamo voluto saggiare la disponibilità dello stesso Carmine Cristallo Scalzi, il quale ha risposto con grande entusiasmo sia alle nostre domande su A volte nel buio, sia a certe curiosità riguardanti altri suoi progetti (cinematografici e non) in fieri.

Carmine, proviamo a partire dal principio: A volte nel buio è il tuo lungometraggio d’esordio, ed essendoci parso così curato sotto l’aspetto tecnico/formale, nonché impegnativo da realizzare (visto anche il ragguardevole minutaggio finale), la genesi stessa di tale lavoro ci incuriosisce molto. Da dove è venuta l’ispirazione? E come ti sei trovato a gestire un set del genere, considerando che le tue competenze oltre alla regia si sono estese a fotografia, musiche e montaggio?

Carmine Cristallo Scalzi: Il processo creativo alla base di un film è cosa assai difficile da descrivere, tant’è che, come in un incantesimo, spesso ci si dimentica della scintilla da dove tutto ha avuto inizio. Posso però dire che l’idea di A volte nel buio deriva dalla stessa intima pulsione che mi spinge a raccontare storie: la necessità e l’urgenza di rappresentare un cinema che mi permetta di cristallizzare visioni ed eventi “fatti della stessa materia dei sogni” ma filtrati attraverso il mio personale punto di vista: da qui la necessità di narrare storie “grandi” – non amo un Cinema fatto di storie piccole e quotidiane – narrazioni dotate di complessità e di un certo peso specifico. Tra l’altro, il comparto estetico rappresenta un tassello importante, imprescindibile, dell’Opera: anzi, penso che per arrivare a realizzare un qualcosa di davvero personale bisogna mettersi in gioco completamente, avere competenze a 360 gradi, conoscere ogni strumento, come un direttore d’orchestra. Ecco perché è difficile per me scindere i ruoli di Regia, Acting coaching, direzione della fotografia, ecc., essendo tutti diverse caratteristiche dell’inchiostro con cui scrivi la tua Storia. La gestione di tutto questo passa necessariamente attraverso un lavoro molto duro, non solo all’esterno, ma anche (e direi soprattutto) all’interno di te e dei tuoi fantasmi, vera scaturigine di tutto: finché la tua visione è chiara e autentica puoi sopportare un lavoro moltiplicato e, di conseguenza, un set che, nel caso di A volte nel buio, è stato particolarmente impegnativo.

La colonna sonora, come accennato di sfuggita all’inizio, merita probabilmente un discorso a parte: qual è stato il tuo ruolo nel comporre le musiche e nel lavorare alla sonorizzazione del film? Già che ci siamo, quali sono le principali influenze che avverti a livello musicale?

Carmine Cristallo Scalzi: Determinate scene dello script sono nate per essere cadenzate attraverso un preciso tempo-ritmo, dunque visione e musica si sono fuse fin dall’inizio in maniera contestuale. Il tutto, poi, si è svolto in modo assai naturale, e la sonorizzazione ha seguito le immagini quasi preesistesse loro. Anche qui c’è stata forse un po’ di magia, del resto il processo creativo assume spesso caratteristiche misteriche simili a uno stato medianico, così da attingere a una sorta di Iperuranio dalla difficile connotazione spazio-temporale – quella “fascia Akashica” cara alla Teosofia e all’occultismo (i Lipika cabalistici). Da qui sono nate, al netto degli accompagnamenti orchestrali sonori rispetto ai quali mi sono avvalso anche di esecuzioni di viole e violini eseguite in sala, i brani che a breve saranno presenti, quale Original Soundtrack, su Spotify e, naturalmente, sul sito ufficiale di A volte nel buio www.avoltenelbuio.com oltre che sul mio sito www.carminecristalloscalzi.com . Quanto alle influenze, amo il lavoro di Philip Glass, Cliff Martinez, Howard Shore, Danny Elfman, ma non nascondo la mia passione per la musica dodecafonica, da cui il mio tributo chiamando i “Vampiri” del film con i nomi dei Maestri della musica atonale quali Gorecki, Luigi Nono, Ligeti, Schoenberg, ecc.

Un altro aspetto che ci ha affascinato molto è rappresentato dalle “location”, indubbiamente suggestive. Dove è stato girato il film? E luoghi così particolari li hai trovati facendo apposite ricerche o li avevi già in mente da prima, per la tua storia?

Carmine Cristallo Scalzi: Gran parte del film è girato in Calabria, specificamente a Cicala, un paese di montagna nella Presila Catanzarese. La mia famiglia possiede una casa della fine dell’800, lì, e ho sempre desiderato girarci un film. É stato naturale, quindi, già durante la fase della stesura della sceneggiatura, pensare ad ambientarla proprio lì. Devo dire che prima di partire con la pre-produzione e la conseguente fase dei sopralluoghi in loco, credevo di conoscere abbastanza bene quel territorio che, in verità, si è rivelato una scoperta, una vera e propria miniera, un tesoro fatto di luoghi magnifici ove ambientare le mie visioni, oltre l’essere accolto da gente a dir poco fantastica, tanto da diventare parte integrante della troupe. Non sarebbe stato possibile una cosa diversa, visto il lungo tempo di shooting a causa della complessità delle scene e della mia proverbiale maniacalità sul set.

Molto interessante anche il cast cui ti sei affidato. Attori alquanto preparati dividono la scena con personaggi, specie i più anziani, che sembrerebbero reclutati proprio in quella realtà rurale, di provincia, tanto caratteristici sono i volti e l’aspetto fisico. Come ti sei mosso quindi per il casting?

Carmine Cristallo Scalzi: Confesso di avere sempre la necessità di coinvolgere, nei miei lavori, persone al di fuori del mondo attoriale; e spesso accade che mi innamori di fisicità connotate da una estetica che rimanda a quello che personalmente considero bellezza: una bellezza fatta di rughe, di cicatrici, di mani consumate dal duro lavoro e di una Memoria che va al di là – un qualcosa che mi rimanda concettualmente al concetto di Salvezza; spesso accade, forse di conseguenza, che allo stesso modo scelga persone dal vissuto significativamente complesso, la qual cosa mi permette, poi, di lavorare con una materia fragile ma preziosa. Parimenti importante è stato circondarmi di attori professionisti con i quali potermi rapportare grazie a un profondo lavoro di acting coaching sostanzialmente diverso da quello in atto con i c.d. non professionisti. Del resto, sono convinto che il “mestiere” dell’attore, del regista, ma più in generale del creativo, abbia molto a che fare con la psicoanalisi e lo scavo profondo del sé più autentico, così da arrivare a essere talmente generosi da donarsi al pubblico in modo totale. In questo senso non ho dubbi nel definire il nostro lavoro una vera e propria missione.
Per parlare degli aspetti pratici del casting, mi sono mosso già in fase prodromica, a intervistare e provinare – in varie battute temporali – centinaia di persone che avessero i giusti ingredienti e che mi consentissero di scorgere quello che avrebbero potuto dare al Film – e il Film a loro – sia come immagine che come capacità espressive. Naturalmente anche in questo caso tutto è stato frutto di un durissimo lavoro durante ogni fase: pensa che ci sono state scene durante la cui realizzazione abbiamo dovuto gestire decine e decine di personaggi coinvolti – e, ci tengo a dire, mai si è trattato di “comparse”, essendomi dedicato, in maniera naturalmente proporzionale, a ognuno di loro al massimo delle mie capacità.

A volte nel buio ci ha conquistato anche perché, pur toccando archetipi molto presenti nel cinema di genere, ambisce a distinguersi sia sul piano narrativo che per una messa in scena spesso straniante, incline al surreale e al fiabesco. Cosa puoi dirci a riguardo? E in che modo pensi di aver rivisitato o magari alterato l’immaginario legato alla figura, volendo fare l’esempio più diretto, del vampiro?

Carmine Cristallo Scalzi: Secondo me nessuno può raccontare Storie se non ne è coinvolto, credendo fino in fondo alla narrazione che contribuisce a porre in essere – che poi siamo tutti pedine di un gioco più grande di noi. Confesso di avere una Fede incrollabile – in base a una pregressa personalissima scommessa Pascaliana – in tutto l’invisibile che mi circonda. Faccio mie le parole che Strindberg appone all’inizio del “Sogno”: “Tutto può avvenire, tutto è possibile e probabile. Tempo e spazio non esistono; su una base minima di realtà, l’immaginazione disegna nuovi motivi: un misto di ricordi, esperienze, invenzioni, assurdità e improvvisazioni.” La realtà che vedo non può essere scissa da ciò che l’invisibile mi suggerisce, le voci e i volti che mi circondano sono per me molto più comprensibili che non vicende costruite seguendo semplici princìpi di causalità. Diciamo così: tutti noi abbiamo a che fare con il dolore, e non c’è nulla di meglio che non raccontarlo attraverso l’astrazione di cui è fatta la favola, cristallizzandolo, trasformandolo in qualcosa che ci può far avanzare in questo difficile percorso esistenziale, traducendo tutto attraverso un alfabeto fatto di immagini e suoni che derivano, alla fine, da una memoria collettiva condivisa grazie all’entanglement – cioè: tutto-è-connesso.
La cornice all’interno della quale ogni cosa confluisce è l’immagine, il cui primato, nel mio cinema, è fuori discussione. E l’immagine è di per sé un racconto spesso autonomo rispetto al racconto che la coinvolge, e viceversa, donando il secondo di un significante che molti sottovalutano.
Quanto alla figura del Vampiro – di cui, nello script, ho sempre parlato come Vurdalak dal nome russo di vampiro dei popoli slavi di Aleksej Konstantinovich Tolstoj, cugino del più famoso autore di Guerra e pace – mi ha interessato molto descriverne gli aspetti più umani, sottolineandone caratteristiche antropo-sociologiche quali la diversità rispetto a una tipologia umana di riferimento c.d. normale e il suo necessario ritiro/esilio da ogni consesso, conseguenza dell’essere considerati, per l’appunto, dei reietti, emarginati. Allo stesso modo, contrapponendolo a un mondo di Uomini dominato da rituali e tradizioni atte a fuggire un pericolo incombente, e regalandogli un universo fatto di crocevia situati in un confine incerto tra lo Spazio e il Tempo, ho inteso rivelare la mia compartecipazione verso il lato più oscuro e nascosto della nostra umanità.

Quali sono, più in generale, i modelli cinematografici a cui ti sei accostato per questo film e quelli a cui guardi comunque con maggior attenzione e ammirazione?

Carmine Cristallo Scalzi: Amo un cinema che racconti la realtà attraverso chiavi e simboli che trasfigurino la realtà stessa narrandola, poi, in modo ancora più profondo che non il semplice documentarla, cinema quest’ultimo cosiddetto del reale e che fondamentalmente mi interessa poco. Il “fantastico” è solo una chiave per raccontare il drammatico. In questo senso mi sono sempre ispirato a un mondo autorale – non esclusivamente cinematografico, in fin dei conti – in cui necessariamente la visione dell’autore restituisce quella personale interpretazione della realtà scissa da una rappresentazione “oggettiva”. Vedo come modelli tutta l’opera di Ingmar Bergman, Tarkovski, Parajanov, Malick, Fellini, Miyazaki, Polanski: ma non potrei lasciar fuori il cinema neorealista, fino alle pellicole più propriamente di genere della Hammer, le produzioni di Roger Corman, Carpenter.

Non solo cinema, ad ogni modo. In privato ci hai messo al corrente di altri tuoi progetti di natura grafica e letteraria, sempre focalizzati però sulla dimensione del fantastico. Ci puoi dire in breve come si sta esercitando lì la tua creatività e se ci sono novità editoriali all’orizzonte?

Carmine Cristallo Scalzi: Oltre alle mie passioni-ossessioni per il Cinema e la Musica, l’amore per il disegno mi ha portato a sviluppare il progetto di “Mitologia Elfica”, una serie di romanzi illustrati ambientati nell’universo del Nascondiglio – Regno all’interno dei cui confini si sono nascosti da millenni popoli a noi invisibili. Partendo dal folklore che parla di leggende su Elfi e Fate, ho riscritto queste stesse vicende – che sono poi il cuore della favolistica europea – ambientandole in un universo abitato da Razze magiche quali le Streganti, i Diafori, gli Elfidi, i Maghi Neri e tanti altri. La genesi di tutto ciò deriva dalla ma necessità di creare un alfabeto immaginario credibile e strutturato destinato a un pubblico maturo, che possa leggere nei racconti e nel tratto di disegno – fondamentalmente dark – chiavi di lettura complesse.
Nel primo libro già uscito e disponibile su Amazon dal titolo “Di come Edgar Letfall sconfisse l’Impostore (per quanto ci è dato di sapere”, si narrano le gesta di Edgar Letfall, un povero Elfide alla ricerca di un antidoto che guarisca il mondo da una strana Malattia che inonda di dolore il cuore di tutti. Imminente poi l’uscita di un altro libro dal titolo “Ritrattistica Elfide: personaggi illustri e storie dal Nascondiglio, Libro I”. Prossima anche l’uscita della versione inglese e francese. Ogni aggiornamento è postato su www.mitologiaelfica.com, sulla pagina Facebook www.facebook.com/mitologiaelfica e sul mio sito www.carminecristalloscalzi.com

Tornando alla circuitazione di A volte nel buio, cosa puoi dirci dell’esperienza festivaliera a Trieste e delle prospettive cui sta andando incontro, a livello distributivo e di visibilità, la tua opera?

Carmine Cristallo Scalzi: E’ stata una esperienza magnifica. Il Trieste sci+fi festival è una vetrina prestigiosa per il cinema fantastico; ho avuto la possibilità di interfacciarmi con moltissimi addetti ai lavori, ricevendo una serie di feedback assolutamente positivi che mi incoraggiano a proseguire lungo questo percorso. Grazie al Festival stesso, poi, ho tessuto molti rapporti – e incontri – tutti altamente proficui, anche per un futuro prossimo di eventuali co-produzioni internazionali. Quanto alla veicolazione, A volte nel buio sta per essere distribuito da Minerva Pictures, una buona occasione per far conoscere il mio lavoro a un pubblico sempre più ampio e internazionale.

Per finire, ci sono già altri progetti cinematografici cui a breve vorresti dedicarti?

Carmine Cristallo Scalzi: E’ in una fase iniziale la preparazione di alcuni progetti a cui tengo moltissimo, il primo dei quali spero – e credo – avrà la luce tra il 2022 e il 2023. Del resto la gestazione di un’ opera, per la cura e la qualità che intendo dargli, è un processo delicato e, come ho detto prima, amo fare un cinema basato non su piccole storie quotidiane, ma che investa temi universali che ambiscano a cambiare la percezione di quello che a prima vista è la realtà. Per dirla come Kafka, spero che il mio lavoro, un giorno, chissà quando, serva a raggiungere “un qualcosa così simile alla verità che un pochettino può tranquillizzarci entrambi e renderci più facile il vivere e il morire.

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