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CONVERSATION

‘Trafficante di Virus’ Conversazione con Costanza Quatriglio

In Trafficante di Virus Costanza Quatriglio racconta gli ultimi vent’anni del nostro paese

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trafficante di virus quatriglio

Presentato in anteprima al Torino Film Festival 2021 e in uscita nelle sale dal 29 novembre distribuito da Medusa, Trafficante di virus è un film perfettamente in linea con la filmografia di Costanza Quatriglio non solo nel mettere al centro della storia un personaggio femminile, ma anche nel raccontare le tante anime del nostro paese. Di seguito la conversazione con la regista del film.

La foto di copertina è di Alfredo Falvo.

La protagonista di Trafficante di virus di Costanza Quatriglio

Trafficante di virus è un film del tutto coerente con la tua filmografia, a cominciare da temi e ambientazioni rintracciabili in Con il fiato sospeso dove, come qui, si racconta di un mondo medico scientifico incapace di supportare e mettere in sicurezza gli uomini e le donne che vi lavorano. Per non parlare del fatto che, ancora una volta, a essere protagonista è un personaggio femminile.

Quando mi hanno proposto Trafficante di virus ho capito che la sua storia poteva far risuonare corde presenti dentro di me. Ho accettato la sfida pensando di poter realizzare un film in grado di mostrare modi diversi di vivere e di lavorare, ma anche le ambiguità della realtà. Perché  il film si ferma sulla soglia di una rappresentazione del reale che non pretende di cercare verità.  

Attraverso il personaggio di Irene Colli Trafficante di virus racconta anche un certo modo di essere donna, padrona del proprio destino e per questo determinata a non farsi schiacciare dall’avversione di un mondo che non le perdona di non essere uomo e soprattutto di avere le carte in regola per mettere in discussione le regole del gioco

Beh, sì, perché è un film che mette al centro una donna, ma anche il modo in cui gli uomini si relazionano con il suo potere. Il carattere di Irene, forte e determinato, suscita reazioni diverse. Per alcuni è destabilizzante, per altri entusiasmante, come succede nel caso del marito che la sostiene e l’aiuta nelle diverse fasi della sua avventura esistenziale. 

L’inizio di Trafficante di virus di Costanza Quatriglio

Come ne La bambina che non voleva cantare anche qui scegli di aprire il film con immagini di repertorio, in questo caso quelle tragiche relative ai fatti dell’11 settembre. Considerato che il montaggio le mette in relazione alle seguenti – di finzione – senza soluzione di continuità, questo ci dice soprattutto quanto conti la realtà storica nella ricostruzione di fatti e personaggi. E poi quale fosse il clima in cui si svolge la vicenda, in cui un virus come il terrorismo è un nemico altrettanto invisibile e foriero di dubbi, paura e cospirazioni.

Ho voluto iniziare con le immagini dell’11 settembre perché, facendo parte del nostro immaginario, mi servivano per dire che questa storia riguarda ognuno di noi. Sono fotogrammi che fanno parte della nostra memoria collettiva: la loro familiarità mi dava modo di avvicinare a noi una storia apparentemente molto astrusa e difficile da comprendere. Aprire con la scena del crollo delle Torri gemelle mi permetteva di scoprire subito le carte, di fare un patto con lo spettatore, dicendogli che quello che vede appartiene a tutti noi. 

L’introduzione della protagonista è scandita da una fotografia di segno opposto. Da quella notturna dell’interrogatorio, con cui si apre il film, si passa al biancore del laboratorio in cui lavora Irene. Il bianco peraltro è anche il colore dei suoi vestiti e questo sembra rafforzare un’idea che appartiene tanto al personaggio quanto alla sua storia, ovvero di una conflittualità in cui la donna riveste la parte del personaggio senza macchie né paure, innocente rispetto alle accuse che le vengono rivolte. Peraltro anche le scene conclusive sono costruite sullo stesso tipo di dialettica, con Irene mostrata dapprima con un vestito nero all’interno di una scena notturna e subito dopo immersa nel bianco della sottoveste e della camera da letto.

Il bianco per me non era per dare un senso di innocenza e di purezza, ma per evocare uno spazio vuoto, una zona di confine tra la vita che è stata e quella che verrà, tra la fine di una storia e l’inizio di un’altra. Trovandosi Irene fuori dall’Italia si tratta di un ambiente asettico, nuovo e senza radici e perciò ancora da scrivere. Allo stesso tempo quello è lo spazio del sonno in cui la vediamo addormentarsi e poi risvegliarsi, dunque rappresentativo di un momento di cesura. Nella parte iniziale del film ho voluto presentarla completamente nuda perché penso si tratti di un’immagine fondamentale per iniziare a definirne l’identità. È come se Dio la guardasse al microscopio qualificandola come «esemplare umano scienziato di genere femminile». L’esposizione del corpo e della nudità la può anche far diventare bersaglio.  

Ti riferisci a una delle sequenze più belle e significative in cui c’è questo campo lunghissimo in cui Irene è come incastonata in un quadro dominato da un bianco abbagliante che sembra uscito da un frame di 2001 odissea nello spazio. Se a questo si aggiunge la presenza di una musica progressiva, la scena sembra proiettare la protagonista in una sorta di paesaggio da fantascienza, e, come dici tu, verso un futuro ancora da scrivere. 

Sì, assolutamente. La volontà era quella di iniziare mettendo sin dai primi minuti del film gli elementi di un racconto che poi si andrà sviluppando nel corso della storia, e, quindi, di dare l’idea che stavo guardando l’esistenza di una persona attraverso il vetrino di un microscopio. Perché poi in tutto il film le vicissitudini di Irene sono legate al modo in cui gli altri la guardano. Un altro elemento importante è anche il modo in cui le persone si rappresentano, ognuna calata nel proprio ruolo, come succede al magistrato con la sua toga come Giulio Cesare o Cicerone.  

L’attualità del film

Oltre a essere attuale per ovvi motivi, Trafficante di virus ci porta a conoscenza di cose che, prima della pandemia, non conoscevamo. Mi riferisco all’improvvisa fama di tanti virologi abituati a lavorare dietro le quinte e, invece, oggi sempre più protagonisti del dibattito contemporaneo. Si resta, per esempio, sorpresi nell’apprendere che già nel 1999 Ilaria Capua, a cui il personaggio di Irene Colli è ispirato, aveva messo in guardia la comunità scientifica dal rischio del cosiddetto salto di specie, cioè dal passaggio del virus dall’animale all’uomo.  

Sì, da questo punto di vista il film ci racconta come gli scienziati abbiano da sempre parlato del pericolo del salto di specie e di come fossimo noi a non aver avuto l’occasione di venirne a conoscenza. A questo proposito dico che aver vissuto il tempo della pandemia mi ha permesso di cogliere più rapidamente le sfumature di una storia molto complessa e decisamente astrusa, anche per quanto riguarda i termini lessicali. Se così non fosse stato avrei fatto più fatica e impiegato più tempo ad acquisire le competenze necessarie per padroneggiare la materia del film.

Sempre in questa direzione Trafficante di virus ci offre un’immagine dei virologi diversa da quella che siamo abituati a vedere. All’ideale di ordine e perfezione che traspare dalle loro apparizione televisive il film contrappone il realismo di una situazione, per certi versi, fuori controllo, in cui gli scienziati si ritrovano a lavorare senza un vero supporto e in laboratori che non ne tutelano la sicurezza nei confronti degli agenti patogeni. Peraltro si tratta di un aspetto che avevi già toccato in Con il fiato sospeso

Infatti uno dei problemi italiani è lo stesso che capita alla protagonista, e cioè di fare scienza anche ad altissimo livello all’interno di infrastrutture obsolete e inadeguate. Di questo mi ero accorta ai tempi di Con il fiato sospeso raccontandolo in un ambito esclusivamente universitario: per quel film ho fatto tantissimi questionari anonimi a studenti, ricercatori e professori e quasi tutti mi dicevano che si lavorava male e in condizioni di sicurezza assolutamente inadeguate! Con Trafficante di virus ho capito trattarsi di una questione a 360° ed è per questo che tengo molto al fatto che il film venga anche preso per qualcosa di diverso dalla storia della Capua. Pur se ispirato a lei Trafficante di virus racconta anche altro.

Altre sequenze di Trafficante di virus di Costanza Quatriglio

Insieme a quella iniziale nel film ci sono altre due sequenze costruite nel medesimo modo, ovvero riprendendo la protagonista da lontano e al centro di una composizione in cui colori e linee architettoniche ricostruiscono uno spazio a sé stante, diverso da quelli presenti all’interno della storia. Mi riferisco a quando Irene entra nella villa inglese per tenere il discorso alla comunità scientifica e alla volta in cui entra nel palazzo di vetro per il colloquio con l’università americana in cui vorrebbe trasferirsi. Se nella prima, complice l’accompagnamento musicale, sembra di rivivere le atmosfere della swinging London, nella seconda a prevalere è la sensazione di un paesaggio irreale e immateriale. Si tratta di sequenze destinate a segnalare altrettanti momenti di cesura narrativa. 

Sì, è proprio così, perché nelle sequenze del discorso tenuto in Inghilterra ho voluto raccontare le antiche architetture del sapere vittoriano e dunque anche l’idea di una conoscenza ancorata all’aristocrazia e alla conservazione dello status quo. Tanto è vero che il collega che la precede afferma che la sequenza dei virus va tenuta segreta, al contrario di quanto fatto da Irene che, invece, con un gesto rivoluzionario, la condivide con il resto della comunità internazionale. Cosa che, col senno di poi, si rivelerà assolutamente all’avanguardia per affrontare le sfide delle moderne pandemie. Per quanto riguarda la scena del palazzo di vetro l’ho voluta raccontare come un sogno per rappresentare l’oggetto del desiderio di Irene, la quale anela così tanto ad avere un laboratorio bello ed efficiente da far sembrare quel pensiero quasi irreale. Cosa che in realtà non è perché quel colloquio scopriamo che invece l’ha fatto eccome. Inoltre filmare le scene in tal modo mi ha permesso di sintetizzare in maniera veloce un arco narrativo piuttosto lungo. 

La fisicità della protagonista

In questa direzione va anche il cambio di look della protagonista, inizialmente molto femminile e poi sempre più mascolino, con taglio di capelli e pantaloni che diventano la spia del mutamento caratteriale di Irene, una specie di armatura che la donna indossa per affrontare meglio chi le impedisce di realizzare il proprio sogno.  

Ho fatto coincidere quel taglio di capelli con uno scarto temporale importante perché questo mi permetteva di fare un’ellissi rapida in cui doveva essere chiaro il passaggio degli anni. Nello stesso tempo dovevamo stabilire come la protagonista fosse diventata più sicura di sé, e quindi sottolineare lo scarto tra la sua femminilità, all’inizio impetuosa con i capelli lunghi, e poi sempre più riflessiva e ieratica.

È come se quella nuova mise le servisse per difendersi da chi la considera solo in termini estetici e non per i suoi meriti. Decisa a gettarsi nell’arena, il nuovo look è una sorta di corazza che le permette di affrontare il nemico ad armi pari. 

Hai detto bene perché la sequenza del discorso nei luoghi del sapere è raccontato come se lei si trovasse in un’arena. 

Non un biopic

Il fatto di essere spirato alle vicende di Ilaria Capua secondo me ti ha lasciata più libera nel modo di raccontare la storia così come nella scelta dell’attrice protagonista, svincolata da obblighi di somiglianza con il modello originale. D’altronde è chiaro come Trafficante di virus non vuole essere un biopic su Ilaria Capua. 

Onestamente se il film fosse stato un biopic sulla Capua sarebbe stato molto diverso perché l’idea, già a partire dal lavoro fatto da Francesca Archibugi sul libro, era quella di provare a raccontare una cosa difficile e complessa come lo è stato narrare l’Italia degli ultimi 20 anni. In questo senso la storia della Capua è esemplare. 

Le tematiche

Non a caso uno dei temi del film, quello in cui più ti concentri, è il cambio di passo imposto dalla protagonista che si fa artefice del cambiamento in un mondo dominato dalla burocrazia e da regole incapaci di affrontare le sfide proposte dai nuovi virus. Il tutto all’insegna del principio che la salute dei cittadini venga prima di qualsiasi cosa. Sembra scontato, ma all’epoca dei fatti da te raccontati non lo era. 

Sì, sono d’accordo. Si tratta di un’idea rivoluzionaria per quegli anni. D’altronde abbiamo visto quanto sia importante oggi il concetto di salute circolare in cui la ricerca delle cure non è rivolta solo al benessere delle persone, ma riguarda anche l’ambiente e gli animali, in un quadro in cui le politiche sociali e della scienza devono aiutare questo ecosistema a sopravvivere del miglior modo. 

Peraltro, come genere cinematografico, Trafficante di virus si offre allo spettatore come un film classico, con il protagonista che si ritrova solo a lottare contro il sistema.  

Non si tratta di un sistema cattivo perché non credo che dietro a quanto accade alla protagonista ci sia del dolo, ma solo una sorta di tempesta perfetta che casualmente mette la protagonista al centro di un’indagine giudiziaria durata per lungo tempo e poi finita su un giornale. È come se ci fossero state una serie di concause che, per caso, hanno preso di mira lei, ma potevano farlo con chiunque altro. 

Trafficante di virus arriva in un momento in cui al cinema, in televisione e sulle piattaforme si sente la necessità di ritornare a riflettere su storie che hanno segnato la nostra epoca nel tentativo di capire qualcosa di più. Il tuo film, come altri di questo genere, ha il vantaggio di farlo a distanza di tempo e da una prospettiva, per così dire, esterna ai fatti. Penso che da qui nasca la sua urgenza. 

Sì, penso sempre che ci voglia del tempo per conoscere ed elaborare le storie. In questo caso ho fatto un corso accelerato perché di queste cose avevo semplicemente sentito parlare senza mai concentrarmi su di esse. Dovendomene occupare mi ha colpito sapere di come in realtà questa storia fosse così emblematica. 

Anna Foglietta

Una delle cose più efficaci del film è stata quella di non fare della protagonista una vittima né di darne un ritratto consolatorio. Al contrario, Irene è una che lotta senza mai rinunciare alle proprie ambizioni. Da questo punto di vista la scelta di assegnare quel ruolo ad Anna Foglietta rispecchia la necessità di avere un’attrice capace di mantenere la sua femminilità anche quando si trattava di mostrare la caparbietà e la durezza del personaggio. In questo senso la Foglietta aveva una fisicità che ti permetteva di soddisfare entrambe le caratteristiche.

Beh sì, diciamo che la Foglietta ha un corpo che, con la sua ieraticità, sta nello spazio in un modo anche molto preciso, nel senso che la sua linearità la rende non solo terrena, ma anche un po’ simbolica. Nel film, oltre a essere il suo personaggio, è come se fosse l’idea stessa di una donna.

Come accade nella sequenza in cui lei appare nuda. 

Esatto! La volevo nuda perché il suo doveva essere l’esemplare di un corpo di donna e di uno scienziato di genere femminile. Insomma doveva replicare l’idea di una donna. 

Linguaggio e musica in Trafficante di virus di Costanza Quatriglio

All’inizio sottolineavo come il film si agganciasse a una matrice di realismo presente nel corso di tutta la narrazione. La scelta di far parlare gli attori in inglese quando è necessario ne è una delle conseguenze.

Era fondamentale che nei consessi internazionali si parlasse in inglese. Sarebbe risultato ridicolo e poco verosimile non farlo. Peraltro una scelta del genere avrebbe dimostrato una insopportabile sfiducia nei confronti dei nostri attori. Come tutti gli attori bravi, Anna si è preparata al ruolo studiandolo a fondo anche per quanto riguarda gli aspetti legati all’uso della lingua inglese.  

Per concludere volevo parlare delle scelte musicali che utilizzi, sia in chiave narrativa che emozionale. Tra gli artefici, oltre a un collaboratore storico come Luca D’Alberto, c’è anche Anna Balestrieri che era stata una delle interpreti di Con il fiato sospeso. 

Ci tenevo tantissimo ad avere Anna Balestrieri nel film e sono molto felice del fatto che l’incontro con Luca D’Alberto abbia prodotto un’unione musicale così bella e feconda, tanto da continuare anche in futuro. Avere Anna è stato come mettere dentro questo film un surplus sentimentale legato alla realizzazione di Con il fiato sospeso che, tra i miei lavori, è uno di quelli a cui sono particolarmente legata.

Il film è presentato al Torino Film Festival 2021 (qui il sito del festival)

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Trafficante di virus di Costanza Quatriglio

  • Anno: 2021
  • Distribuzione: Medusa Film
  • Genere: drammatico
  • Nazionalita: Italia
  • Regia: Costanza Quatriglio
  • Data di uscita: 29-November-2021