Et in terra pax

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Cercare la bellezza ovunque, anche nel putrido, nel violento, nel disumano. Questa, in estrema sintesi, la mission poetica di Et in terra pax (2011), opera prima del duo Matteo BotrugnoDaniele Coluccini, capace d’insinuarsi di diritto in quel disagiato solco sociale rappresentato da un certo nuovo cinema italiano, quello invaghito di Pasolini, incuriosito da Amore Tossico (1983) e fin troppo fedele alla lezione impartita dal Gomorra (2008) di Matteo Garrone: vero e proprio point break della ritrovata coscienza tricolore. Una provincia gergalmente romana, ma che per ambientazione potrebbe essere collocata ovunque, fa da sfondo al triangolare intrecciarsi di storie emarginate, comparse e vuoti a perdere accecati da una calura estiva che, rimbalzando sull’asfalto torrido, acceca ogni speranza di riscatto o di eventuale fuga.

Botrugno e Coluccini si muovono con alterna agilità sulla distanza della tragedia compiuta in tre atti, proiettando l’ambiziosa Red One Camera all’interno di zone franche, direttamente sui profili di anime in pena, le stesse che alla vita continuano a chiedere poco pur sapendo di non poter ottenere mai nulla. Di Et in terra pax sorprende in positivo l’impalcatura tecnica e lo scheletro produttivo, la scelta di volti che parecchio sembrano avere a che spartire con la realtà che rappresentano e un’innegabile abilità registica, vettori creativi pensati per il cinema, che non cedono alla facile e abusata scorciatoia della destinazione televisiva: portare in sala un buon prodotto indipendente, quindi, si può; per giunta senza soffrire di manifesti complessi d’inferiorità nei confronti delle italiche produzioni mainstream.

Peccato per quella latente prevedibilità della messa in scena, dove tanto le cause quanto gli effetti degli atti commessi altro non sono che i figli di un sentiero d’ispirazione ancora troppo fresco nella memoria di spettatori e addetti ai lavori, i quali non possono non avvertire la sensazione di già visto di fronte al bignami del disagio (disoccupazione, tossicodipendenza in erba, violenza sessuale), scolasticamente illustrato dalla coppia di registi. Talentuosi si, delicatamente sorprendenti anche (vedi la sequenza “pittorica” dello stupro), ma probabilmente ancora troppo acerbi per potersi distaccare dagli insegnamenti di quelle, che ad oggi, appaino come icone artistiche fin troppo invadenti.

Luca Lombardini

Utlima modifica: 27 Maggio, 2011



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