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EDITORIALE

Schizofrenia di un premio cinematografico: non lo voglio ma datemelo!

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“E’ una questione di qualità. O è una formalità, non ricordo più bene.”

– CCCP,  Io sto bene

Bistrattata e considerata con sufficienza prima del verdetto, l’assegnazione di un premio in realtà  non lascia indifferenti anche chi di solito professa distacco nei confronti del giudizio altrui. Tant’è che nella storia dei riconoscimenti a fare notizia più della vittoria sono state le poche occasioni in cui il destinatario ha rifiutato il premio (famoso il caso di Marlon Brando), o non si è  scomodato di andare a riceverlo, come sistematicamente ha fatto Woody Allen quando gli si è palesata l’occasione. Per tacere di Bob Dylan nel caso del Nobel per la letteratura che per la cui occasione pensò bene di violare il protocollo evitando di rispondere ai membri dell’Accademia svedese (salvo poi, più tardi, lasciare all’amica Patti Smith l’onore/onere di presenziare in sua vece alla cerimonia); o, ancora,  Philip Roth, eternamente candidato e altrettanto deluso al punto da manifestare nei confronti dell’ipotetico premio una vera e propria ossessione, talvolta non ben dissimulata.

Per lo stesso motivo è da notare  il dissenso nei confronti di quella e questa giuria cinematografica rea di non aver scelto il proprio film come vincitore. Per restare a casa nostra è accaduto più di una volta in occasione ad esempio del Festival di Venezia di ascoltare le lamentele di importanti produttori e autori m nei confronti delle scelte del palmares, non mancando di esprimere pubblicamente il proprio dissenso nei confronti di chi non aveva riconosciuto l’insindacabile bontà del loro lavoro rispetto a quella dei premiati.

Per questo non stupisce il caso recente di Gabriele Muccino, il cui disappunto manifestato nei confronti delle molte nomination ottenute dal film Favolacce dei Fratelli D’Innocenzo ha scosso il politicamente corretto con cui di solito vincitori e vinti accettano gli esiti delle votazioni. Detto che Muccino non è nuovo a certe esternazioni ( ricordiamo quella espressa in merito alla sopravvalutazione del cinema di Pier Paolo Pasolini) e che nella sostanza ci può stare una contrapposizione nei confronti di un cinema così lontano dal suo, a essere più circostanziata è l’accusa al metodo di selezione che di fatto invaliderebbe la scelta dei pretendenti ai premi, escludendo negli intendimenti l’autentico meritevole.

A essere invocato in questo caso è un po’ di sano realismo, soprattutto da parte di chi ha avuto modo di lavorare a Hollywood. Gli Oscar insegnano ( e quelli che stanno per essere assegnati ne saranno una conferma) che nel conferimento delle statuette, oltre alla qualità  entrano in gioco altri fattori, non solo di promozione commerciale ma anche di opportunità sociale e politica, e oggi come oggi, anche valutazioni di genere o etniche tout court.

Del resto la logica stessa di questo tipo di manifestazioni è quella di riaffermare prima di tutto il proprio prestigio e  poi quello dei suoi partecipanti. Dunque lunga vita ai David di Donatello e pure a chi, come Muccino, sente il bisogno di non essere d’accordo. Nei giorni in cui la legge sulla censura è stata messa per sempre a tacere, ben venga il dissenso e le prese di posizione. In tempi non sospetti i Giovani turchi ci hanno insegnato che il confronto aperto faceva bene alla salute del cinema. Anche quando non sempre è la coerenza a guidare parole e azioni.

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