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Gli Infedeli? Una Falsa Commedia. Intervista a Riccardo Scamarcio

Dietro l’apparente semplicità Gli Infedeli ha una complessità data dal fatto che la sua leggerezza non esclude al suo interno la presenza di un interessante sguardo psicanalitico sui personaggi

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Senza rinnegare gli inizi di carriera ma prendendoli in considerazione come punto di partenza per sviluppare una recitazione via via sempre più variegata, capace di modularsi su più registri Riccardo Scamarcio oggi riesce a fare la cosa più difficile per un attore e cioè di recitare sul ridicolo che nasce dalla parodia della tua immagine da sex symbol. Un po’ come ha fatto Brad Pitt quando ha deciso di liberarsi dall’immaginario a cui Hollywood lo aveva relegato.

Gli infedeli ne è l’ennesima dimostrazione.

gli infedeli scamarcio

Gli Infedeli di Stefano Mordini non è il primo film italiano sbarcato su Netflix ma di sicuro è quello con maggiore peso commerciale avendo come protagonisti due attori come te e  Valerio Mastandrea. E’ indubbio che si sia trattato di un’uscita ricca di aspettative.

Ti ringrazio per le tue parole. A proposito delle reazioni seguite all’uscita de Gli Infedeli per fortuna gli spettatori hanno apprezzato molto il film decretandone il successo con il primo posto nella classifica dei lungometraggi Netflix più visti in Italia. La qualcosa mi fa piacere perché vuol dire che il pubblico intercetta in maniera positiva il messaggio del film. Dietro l’apparente semplicità Gli Infedeli ha una complessità data dal fatto che la sua leggerezza non esclude al suo interno la presenza di un interessante sguardo psicanalitico sui personaggi e le loro vicende.

Gli infedeli sceglie di andare in controtendenza rispetto alla narrazione contemporanea perché nel raccontare i rapporti di coppia e in particolare l’infedeltà maschile mette in scena un modello femminile lontano dal prototipo caro al movimento #METOO, ovvero quello di una donna forte e mascolina, capace di dominare la sua controparte. In più, per essere una commedia,  la  vis comica e caricaturale pur presente tende a essere più sfumata, favorendo un interiorizzare dei sentimenti.

Si, è vero. Per fortuna questo film con il #METOO non centra nulla perché in quel caso siamo di fronte a un escalation sociale che prevede un’accettazione  complicata e perversa di dinamiche attuate in ambito lavorativo. Qui no, perché Gli Infedeli è focalizzato nel mondo della coppia e dunque nell’universo delle relazioni. D’altronde penso che non si debba per forza riportare tutto a questo movimento che ha ragioni sacrosante ma non tali da  annullare il mondo che c’era prima e che ancora esiste. Quest’ultimo non lo si può cancellare perché è costituito da persone che continuano a relazionarsi come sempre è stato. Quelle di coppia sono complicate ed è questo l’ambiente in cui non ci muoviamo. L’ambito lavorativo e il suo escalation appartengono a discorsi che non affrontiamo e non ci interessano. Gli Infedeli declina in maniera sarcastica cinica, ironica e amara, il bisogno di sedurre dei personaggi o più semplicemente la necessità di riuscire ad avere una relazione anche solo il tempo di una notte. Che sia architettato in maniera premeditata o compulsiva, oppure del tutto involontario, il bisogno di tradire è sempre mosso da un vuoto che in fondo pervade tutti i personaggi e che forse ci riguarda da vicino.

Per essere una commedia Gli Infedeli è poco rassicurante perché i personaggi sono si divertenti ma anche inquietanti. La fine di ciascun episodio invece di sciogliere le loro patologie le rilancia al massimo grado trovando apoteosi nella cornice finale in cui i protagonisti all’interno del locale brindano ai motivi della propria infedeltà.

Esattamente. Gli autori del film non sono propriamente specializzati nella commedia. Per Stefano Mordini è stata la prima esperienza e lo stesso si può dire per me perché se è vero che in veste d’attore ho preso parte a molte commedie non mi era mai successo di farlo come produttore e sceneggiatore di un film. Certo è che nell’allestimento dei mie progetti c’è una propensione a mettere in scena dei paradossi, delle contraddizioni e delle incongruenze. Penso a Pericle il nero, a Miele, il primo lungometraggio di Valeria (Golino, ndr) e a questo film. Affrontando una commedia si doveva partire dai cliché, indispensabili per scatenare l’ironia e il paradosso. Inoltre la frammentarietà del racconto e la breve durata delle singole parti inducevano a non cincischiare e ad approfittare di ogni singola sequenza per approfondire la questione, pena il rischio di essere superficiali. Questi fattori costituivano delle difficoltà sia dal punto di vista drammaturgico che della messa in scena a cui abbiamo rimediato condensando i significati nell’evidenza dei gesti.

Più dei personaggi Gli Infedeli racconta la condizione di una determinata psicologia e questo lo si vede dal modo in cui è montato. La struttura del film prevede il passaggio da un episodio all’altro senza soluzione di continuità. Così facendo pur cambiando scenario e personaggi a restare coerente è il paesaggio interiore e psicologico. A rafforzare tale percezione è il tipo di messinscena, con gli ambienti ripresi in maniera tale da sembrare quasi un estensione dei personaggi e dunque la proiezione delle loro menti. Alla fine ciò che vediamo è la variazione della medesima psicologia.

Esatto, proprio così!

Gli Infedeli, la recensione del film con Riccardo Scamarcio ...

Per quello che dicevi tu e gli altri attori da una parte dovevate enfatizzare gli eccessi dei personaggi, dall’altra, avevate la necessità di raffreddarne i sentimenti a favore di un interpretazione capace di dare conto della dimensione psicologica e intellettuale del racconto. Non era un lavoro non da poco.

Pur non essendoci una soluzione di continuità la decisione registica di staccare da un episodio all’altro senza fare neanche dei feedback costituisce come hai notato il file rouge del film. In realtà, proprio perché poggiamo la continuità in un tema e nel medesimo tipo umano declinato in varie possibilità, l’idea è che si tratti sempre dello stesso scenario, in questo caso la problematica del maschio analizzata partendo appunto da uno stereotipo. Per poterlo analizzare esteticamente i capitoli devono essere staccati ma se uno non si lascia ingannare dalle apparenze in realtà a essere raccontato è sempre lo stesso personaggio. C’è poi un aspetto che mi preme sottolineare e cioè che alcune amarezze, asperità e cattiverie vengono messe in scena senza mai giustificare i personaggi ma comunque salvandoli, perdonandoli. Nella commedia degli ultimi anni in Italia si è sempre teso in qualche modo a rendere inverosimile il racconto partendo da una messinscena buffa, bonaria, accondiscendente, consolatoria, in cui si è sempre pronti a sfoggiare la battuta da bar, con aneddoti sulle mignotte, gli omosessuali e così via. Una comicità, questa che a me fa anche ridere e che quindi non giudico ma di cui nel nostro film non c’è traccia perché non ci appartiene dal punto di vista autoriale. Non ci interessava affrontare quel genere di commedia. Al contrario mettiamo in scena dei personaggi credibili in un contesto vero all’interno del quale essi fanno delle cose terribili che però rendiamo plausibili. Gli infedeli non sono extra terrestri.  Al contrario con loro c’è voglia di empatizzare. E questo se vogliamo è l’aspetto più politico del film. Insomma, Gli infedeli è una falsa commedia laddove per questa si intende tutto quello che è stato prodotto negli ultimi venti anni.

Lo spunto del primo episodio è una cena tra amici in cui scopriamo che ognuno ha qualcosa da nascondere all’altro. Siamo dalle parti di Perfetti sconosciuti sennonché lo sviluppo narrativo e drammaturgico è del tutto differente, soprattutto per la volontà di non fare pace con il caos esistenziale dei personaggi. L’altra anomalia è quella di non prendere lo sfondo metropolitano per farne il contenitore di tic e ossessioni utili a movimentare l’azione. In un certo senso l’ambiente è escluso a favore di una ricostruzione più astratta che reale, più mentale che pratica.

Si. Come produttore ho voluto fare questo film per diverse ragioni ma in primo luogo perché il tema seppur molto raccontato rimane comunque controverso, quindi difficile da mettere in scena. Rispetto al film francese abbiamo cambiato molto il che non rende giustizia a un’operazione lontana dall’essere un remake come molti hanno scritto. Mentre Il testimone invisibile lo era perché dalla prima all’ultima scena è esattamente uguale all’originale spagnolo qui è tutto diverso. Dell’originale francese (Les Infidèles, ndr) è rimasto quasi solo il titolo. Da quest’ultimo ho preso soprattuto lo spirito dell’operazione. Cioè Gilles Lellouche e Jean Dujardin che sono entrambi amici e che ringrazio erano cosi vicini tra di loro, così in sintonia da decidere di fare qualcosa che partisse dal piacere di lavorare insieme e dal fatto di essere in ottimi rapporti. E’ stato questo a fare di quell’operazione cinematografica un grande successo. In questo Gli Infedeli è un remake, frutto della mia voglia di produttore ristabilendo il principio che ha fatto grande il nostro cinema, quello dei rapporti e delle relazioni. La fase di costruzione di un film – a dirlo sono i più grandi registi – nasce dalle affinità dalla voglia di stare insieme di scrivere, di discutere e di lavorare in una sorta di family factory costituita da persone che stanno bene insieme, si capiscono e dove anche  con ruoli  ben definiti – perché  il cinema richiede un lavoro di tipo gerarchico – nessuno fa il professionista. E’ un pò come la United Artists che tutti mi dicono di non citare perché è fallita e che  però fu artefici di alcuni dei più grandi capolavori del cinema. Basterebbe ricordare Apocalypse Now e Quinto Potere.

Tornando a casa di Hal Ashby.

Esatto, Hal Ashby. Questo solo per dire cosa è stata capace di fare l’idea di artisti che decidono di mettersi insieme per opporsi allo strapotere delle Major. Allora il proposito partiva dal presupposto che antepone all’operazione un’esigenza condivisa e degli aspetti quasi sempre politici.

Pensando alla sintonia tra te Mastandrea, Gallo e Mordini mi ero segnato l’esempio di Ocean’s Eleven e nello specifico il divertimento che traspare dalla recitazione degli attori, felici di ritrovarsi insieme sul set.

Certo, è un po così nel senso che l’intento è quello di lavorare con delle persone con cui hai un intesa anche nella vita. Alcuni dei capolavori del cinema italiano sono nati all’interno di una simile dimensione. Penso a Susi Cecchi D’amico che buttava giù le idee di un film mentre Flaiano cucinava; mi viene in mente la complicità tra Ferreri, Tognazzi, Mastroianni e Gassman. Mangiavano a casa di Ugo, si facevano gli scherzi e  poi lavoravano.

“Gli Infedeli è fatto da persone che si divertono a giocare esasperando alcuni aspetti ma che sostanzialmente desiderano fare ricerca”

Un po’ come Scorsese che invita De Niro, Keitel e Pesci a discutere dei loro progetti mentre la mamma del regista metteva a tavola pasta e polpette al sugo.

Lo stesso Martin Scorsese mi ha raccontato personalmente di come Robert De Niro dopo New Jork New York lo avesse salvato tirandolo giù dal letto e intimandogli di iniziare a girare con lui Toro Scatenato. Mi disse che De Niro lo aveva sollevato dal letto e sbattuto al muro dopo che lui gli aveva detto di voler rimandare le riprese. Scorsese mi disse che era stata la furia dell’amico ad averlo salvato dal suo malessere e che senza il suo aiuto sarebbe morto. Questa testimonianza fa pensare che certi legami siano addirittura più importanti dei film che facciamo. Il cinema che amo mi piace pensarlo pieno di queste cose qui. Dunque me ne frego se Gli Infedeli piace oppure no perché per me l’importante è che sia stato fatto con questo tipo di slancio. Magari non è un film perfetto ma di sicuro non nasce da una esigenza opportunistica e consolatoria. Al contrario e in maniera egoistica è una forma di autoanalisi o meglio un viaggio all’interno di dinamiche che ci fanno anche sorridere ma che sono il sale della vita. Gli Infedeli è fatto da persone che si divertono a giocare esasperando alcuni aspetti ma che sostanzialmente desiderano fare ricerca. Ecco, questo è il punto.

Uno dei punti in comune tra la tua carriera di attore e quella di produttore è il tema dell’identità sessuale. Penso a Pericle il Nero che pur trattando lo stesso argomento si colloca agli antipodi de Gli Infedeli perché li la sessualità è sottratta al piacere per diventare mero strumento di lavoro.

Il discorso sulla sessualità è molto edulcorato oramai. Non a caso l’utilizzo smodato della pornografia avviene proprio perché l’argomento è escluso  dal discorso pubblico e sociale. Si vuole evitare a tutti i costi qualsiasi segno di scandalo da cui il formarsi di una società incapace di scandalizzarsi. Viviamo in una società meditica pronta a reprimere qualsiasi analisi sulla sessualità delle persone. Ciò che conta è consumare tutto, in maniera compulsiva e senza riflettere mentre io penso ci sia un disperato bisogno di rimettere al centro della conversazione pubblica questo discorso. Al di la delle battaglie giuste o sbagliate sono convinto debba esservi una forma più intelligente e acuta di analisi rispetto al bisogno di vivere la propria sessualità perché il rapporto con essa è sempre conflittuale. E inevitabile, non ci prendiamo in giro. Se vogliamo mentire e dire che sono tutti felici e contenti di come la vivono lo possiamo fare. Io però non penso di essere felice contento e soddisfatto sempre. Dunque c’è un problema anche bello da affrontare, c’è un’analisi da fare, dei pensieri su cui discutere. Dunque perché non lo si può fare in maniera intelligente? Questo è un po’ anche l’intento di questo film e cioè di andare a mettere le mani su qualcosa di controverso.

Pericle Il Nero: recensione del film con Riccardo Scamarcio

Foto tratta da Pericle in nero. tutti i diritti riservati

In Italia abbiamo prodotto dei film straordinari come Ultimo tango a Parigi, in cui il punto non è la presenza di scene di sesso ma la maniera in cui questo viene trattato. Un conto è considerarlo in maniera esperienziale, un altro è spiattellarlo con intenti pruriginosi. Come avrai notato nel nostro film non ce n’è neanche una: questo è un film sull’infedeltà dove non si vede mai nessuno che fa l’amore a parte un breve inserto con Valentina Cervi in cui la visione dei corpi è sfumata sul nascere. Quel tipo di voyeurismo lo abbiamo completamente eliminato proprio per riportare la conversazione a un livello psicanalitico e però capace di accordarsi con la leggerezza e la semplicità di un racconto agile e frizzante. Questa era la difficoltà. L’idea editoriale è anche il fatto di fare un film a episodi in un momento in cui la società ha abbassato di molto il livello di concentrazione: se i racconti sono brevi maggiore è la possibilità da parte del pubblico di digerirli. Visto i risultati mi sembra di esserci riusciti. 

Gli infedeli è esemplare della tua trasformazione d’attore. La tua forza secondo me è stata quella di non rinnegare gli inizi della tua carriera ma di  prenderla in considerazione come punto di partenza per sviluppare una recitazione via via sempre più variegata, capace di modularsi su più registri. Oggi poi riesci a fare la cosa più difficile per un attore e cioè di recitare sul ridicolo che nasce dalla parodia della tua immagine da sex symbol. Un po’ come ha fatto Brad Pitt quando ha deciso di liberarsi dall’immaginario a cui Hollywood lo aveva relegato.

Ma si, nel senso che a me non ne frega nulla – “Io me ne infischio di Carmelo Bene, voi no ma io si”, (ride, ndr) tanto per citare il mio maestro spirituale. E’ chiaro che una maggiore maturità e consapevolezza ti porta a lavorare meglio e a conoscerti di più. Devo dirti che anche l’attività di produttore mi distacca da una tendenza che avevo quando facevo solo l’attore e cioè quella di pensare di essere sempre al centro della scena. Siccome devo occuparmi di altro, arrivo all’inizio del film che sono distrutto e questo mi fa lavorare meglio davanti alla mdp.  Metterne in piedi uno è una cosa complicatissima, molto travagliata; soprattutto quando vuoi fare le cose che non mettono d’accordo tutti, quando vuoi in qualche modo dare un pò fastidio salvaguardando quel tipo di approccio politico. Occuparmi del film prima che venga girato mi fa essere meno desideroso di dover dimostrare il mio valore davanti alla mdp. Il mio compito è quello di risolvere dei problemi. Poi è chiaro che come attore non vedevo l’ora di fare il film per interpretare il personaggio del secondo episodio. Adoro quel tipo umano li, ne parlo come se non fossi io. Gli voglio proprio bene. Capisco sia un pò strano sentirmi dire queste cose ma gli voglio troppo bene a quel cretino (ride, ndr).

Con quel tipo di pettinatura improbabile.

Si, proprio lui che in un secondo riesce a cancellare la figuraccia fatta un attimo prima, ricominciando a fare tutto come niente fosse. Basta dire come si comporta con la collega quando durante il party la rimprovera per aver preso un numero di ravioli superiori a quello previsto.

In effetti il personaggio in questione fa di tutto per complicarsi la vita dando l’impressione di non esserne consapevole. Tanto per dirne una all’unica collega che lo fa entrare nella sua camera confessa di aver scelto lei in mancanza di migliori opportunità e per questo riceve il ben servito. Dopodiché la mattina dopo come niente fosse lo vediamo in versione sordiana correre verso l’autobus per rubare il posto agli altri, salvo poi scoprire che sono già tutti occupati.

Quest’ultima scena non era scritta ma è frutto dell’improvvisazione. D’istinto mi è venuto in mente di mostrarlo nell’intento di arrivare prima degli altri per poi accorgersi che ancora una volta è riuscito a fare peggio di tutti. E’ chiaro che il lavoro di ricostruzione deve essere sganciato dal meccanismo moralistico secondo il quale i personaggi rispondono esattamente a un canone prestabilito, corrispondente a quello che gli altri si aspettano da loro, quindi  si tratta di mettere delle cose che vanno contro il tuo personaggio. Paradossalmente, più inserisci caratteristiche antienfatiche maggiore è la vicinanza del pubblico ai personaggi. Questo perché le persone vere a volte sono simpatiche, a volte no. E’ normale e così deve essere anche sullo schermo. Quando uno da vita a un personaggio questo non può essere sempre l’eroe senza macchia e senza paura, altrimenti avremmo a che fare con ruoli bidimensionali, ancora di più in una commedia ad episodi  dove il tempo del racconto è molto più breve. Quindi questi chiari scuri sono fondamentali e vanno fatti con lo slancio che fa bene al personaggio, fregandosene di fare le cose che piacciono agli altri. Non so se ci sono riuscito ma questo era l’intento del ragionamento fatto dietro le quinte.

A proposito di interpretazione qual è il tuo metodo. La tua è una recitazione straordinariamente naturale ma sappiamo che nel cinema non c’è nulla di spontaneo perché anche la più piccola sfumatura è frutto di un lavoro attento e meticoloso. 

Sperimento molto e poi ho la volontà di prendermi dei rischi. E’ come camminare sul filo senza avere sotto alcuna rete. Questo è quello che faccio ogni volta, mi metto continuamente in pericolo.

Nel frattempo sei diventato una presenza fissa del grande cinema d’autore e dopo Sorrentino è stata la volta di Moretti che ti ha voluto nel suo nuovo film.

Sono loro che ti devono scegliere quindi devi avere anche la fortuna di trovare personaggi che ti sono congeniali per poi giocarti le tue possibilità. E’ chiaro che sono felice di lavorare con i grandi maestri del cinema e Nanni in questo senso lo è, quindi è stato un onore aver avuto l’opportunità di lavorare con lui. Penso che Nanni avesse bisogno di un attore come me. A me è capitato di lavorare con Woody Allen e ancora con Paolo Sorrentino in un film secondo me molto bello. Con lui abbiamo lavorato in perfetta sintonia. Io facevo delle cose e lui si accorgeva di tutto. Con lui mi sono davvero divertito. Poi io sono uno che vive alla giornata cercando di lavorare. Lavoro tantissimo e ci tengo a reiterare il concetto perché anche il nostro ha delle caratteristiche di artigianato. Chiaramente si tratta di un materiale che bisogna manipolare con le parole, di carta che deve poi diventare suono e immagine. Il corpo e la voce sono i nostri strumenti, i nostri tools. Bisogna avere la voglia e l’umiltà di non essere modesti.

Attori di riferimento?

Marcello lo metto sempre in cima alla mia classifica. Mastroianni per me è un riferimento assoluto, l’ho detto mille volte. Penso poi a Volontè, a Tognazzi. Senza dimenticare gli attori italo americani e dunque dico Joaquin Phoenix, un attore che mi piace tantissimo, Di Caprio, Phillip Seymour Hoffman. Aggiungo poi Christopher Waltz. Sono anche un grande estimatore dei miei colleghi: Favino penso che sia un grandissimo attore come pure Elio Germano con cui abbiamo fatto un film bellissimo.

Ti chiedo la stessa cosa per quanto riguarda i film.

Non è il film della mia vita ma di recente ne ho visto uno uscito qualche anno fa, It Follows che mi è piaciuto molto. E’ un horror di cui ho apprezzato anche la regia. Durante il lockdown mi sono fatta una scorpacciata di vecchi film: ho rivisto Umberto D che non vedevo da un bel pò. Poi ci sono due capolavori come C’era una volta in America e Nuovo Cinema Paradiso, opere capaci di raggiungere un livello di armonia superiore. Ancora oggi con la mia famiglia quando vediamo il telefono che squilla dando inizio alla storia del film di Tornatore già piangiamo tutti. La mercedes che sfreccia su via del Corso ci vede tutti con le lacrime agli occhi. Oppure nel film di Leone la scena giurata all’Excelsior di Venezia in cui ci sono Debora e il protagonista: per me quella costituisce uno dei miei appuntamenti fissi. Non mi dimentico di Elephant Man di David Lynch film che mi ha sconvolto l’esistenza. Ancora, ti dico Taxi Driver, con la musica di quel sax straordinario. Sono cresciuto guardando film e molti di essi fanno parte della mia vita.     

 

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