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Anniversari

I migliori film di Vittorio De Sica

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Il 7 luglio del 1901 nasceva uno dei padri del Neorealismo, Vittorio De Sica, ripercorriamo la sua filmografia

Autore di film indimenticabili come Sciuscià (1946), Ladri di biciclette (1948), Miracolo a Milano (1950), solo per citarne alcuni. In Italia De Sica non fu compreso al pieno. Critica e pubblico nostrano, hanno spesso scoperto il suo cinema attraverso il successo ottenuto all’estero.

Le sue pellicole hanno inizialmente suscitato indignazione nel mondo politico, che voleva dare dell’Italia, un immagine falsata, di un paese ormai uscito dalla devastazione della guerra.

Dopo una lunga carriera come attore, iniziata nel 1917, con Il processo Clemenceau diretto da Alfredo De Antoni, Vittorio De Sica, negli anni ‘40, decide di passare alla regia.

I suoi primi film, dove appare anche come attore, sono tutti ambientati in collegi, come Maddalena… zero in condotta (1940), oppure in conventi, come Un garibaldino al convento (1942).

Con questi suoi primi film, De Sica si colloca a metà strada tra la commedia sentimentale e il cinema dei telefoni bianchi. Progressivamente egli limita il suo ruolo di attore, acquistando maggiore autorevolezza come regista.

I bambini ci guardano

La svolta del suo cinema avviene quando il fascismo è ancora al potere e il conflitto mondiale ancora in corso. È la fine del 1942 e l’inizio del 1943, quando Vittorio De Sica inaugura il suo sodalizio con lo sceneggiatore Cesare Zavattini, realizzando I bambini ci guardano, tratto dal romanzo Pricò di Cesare Giulio Viola.

Il film, conserva ancora alcuni tratti distintivi della commedia sentimentale, ma anticipa lo stile del cinema neorealista. Inoltre, I bambini ci guardano precorre temi di carattere filosofico, che verranno approfonditi anni dopo da Michelangelo Antonioni nella sua trilogia dell’incomunicabilità.

I bambini ci guardano ha come protagonista Pricò (Luciano De Ambrosis), un bambino, che con la sua innocenza, osserva la dissoluzione della sua famiglia, causata dalla relazione di sua madre (Isa Pola) con un altro uomo, Roberto (Adriano Rimoldi). Un giorno la donna scappa con Roberto, abbandonando marito e figlio. Il padre di Pricò (Emilio Cigoli), per evitare traumi al piccolo, lo porta dalla zia, dove Pricò ascolta discorsi poco educativi. Successivamente il bimbo si ammala gravemente e ritorna a casa sua, dove ritrova la madre. Per ritrovare la serenità famigliare, padre, madre e figlio si recano in vacanza in una località balneare. Marito e moglie sembrano aver ritrovato la loro stabilità, ma poi la donna resta sola in vacanza con il figlio e Roberto riesce a rintracciarla. I due riprendono la loro relazione, sotto gli occhi smarriti del piccolo Pricò. La donna lascia, nuovamente la sua famiglia e scappa con l’amante. Il marito, lascia il figlio in un collegio religioso e poi si suicida. Il giorno in cui la madre si reca al collegio per prendersi cura di Pricò, quest’ultimo si rifiuta di seguirla, preferendo la solitudine del collegio.

Con I bambini ci guardano, De Sica, nonostante la paura iniziale di realizzare un film con molte sequenze in esterni, dimostra di aver già acquisito una notevole padronanza della macchina da presa. Di notevole valore artistico sono le sequenze che mostrano il piccolo Pricò scappare, dove rischia di essere travolto da un treno.

Questo primo film della coppia Zavattini – De Sica, è un opera molto coraggiosa. In piena epoca fascista, i due autori mettono in pratica una severa critica alla famiglia borghese. Attraverso gli occhi del bambino ci vengono mostrate le malefatte degli adulti. Il film percorre una strada diametralmente opposta alla propaganda di regime. La donna, descritta in questo film, non è certo l’angelo del focolare, immagine tanto evocata durante il ventennio. E il tragico gesto del marito, conferma la volontà di De Sica di smascherare le falsità del fascismo sul ruolo della famiglia.

Sciuscià

L’attività cinematografica di De Sica continua con Sciuscià (1946) e ancora una volta il regista decide di raccontare una storia attraverso gli occhi dei bambini, una costante del suo cinema fino a Ladri di biciclette.

Protagonista questa volta sono Pasquuale (Franco Interlenghi) e Giuseppe (Rinaldo Smordoni) che lavorano come lustrascarpe nel centro di Roma. I due ragazzini hanno una passione in comune, i cavalli e appena possono ne affittano uno di nome Bersagliere. Ma senza volerlo i due vengono coinvolti in un furto a casa di una chiromante e vengono condotti al carcere minorile. I ragazzi vengono rinchiusi in celle diverse e vengono indotti dagli adulti a tradirsi a vicenda. Il film termina con la fuga dal carcere di alcuni ragazzini e la morte di uno dei due protagonisti.

Sciuscià, con il sottotitolo Ragazzi, viene considerato uno dei primi capolavori del neorealismo e fu il primo film di De Sica a vincere il Premio Oscar. La pellicola, che sembra avere un impianto favolistico, racconta aspetti reali della società italiana dell’immediato dopo guerra.

L’idea di realizzare questo film, venne a De Sica quando conobbe due ragazzini, che vagavano nei pressi di via Veneto, facendo appunto i sciuscià, cioè i lustrascarpe. E anche la presenza del cavallo bianco, che potrebbe essere scambiata come un trovata fantasiosa, scaturita durante la stesura della sceneggiatura, è in realtà tratta dal vissuto reale di questi due ragazzini, che giravano nel cuore di Roma in groppa ad uun cavallo.

Con Sciuscià, De Sica riconferma la strada intrapresa in I bambini ci guardano, e ci mostra ancora il mondo degli adulti attraverso gli occhi dei bambini. Il contesto è quello post- fascista, ma la sostanza delle cose non è molto differente dal regime mussoliniano. Regime incarnato soprattutto dal direttore del carcere (Mario Volpicelli). Quest’ultimo non mostra nessuna pietà nei confronti dei bambini detenuti nel suo istituto e nella sequenza in cui si reca nelle cucine per controllare la qualità del vitto, un vecchio cuoco lo accoglie con il saluto romano e il direttore per un’istante risponde al saluto, per poi ritirarlo immediatamente, conscio della gaffe.

Sciuscià è un film con un forte messaggio sociale. Il regista, oltre che fare luce sul problema della detenzione dei minori, propone il tema dell’abbandono di questi. Molti bambini, come i due protagonisti del film, nel dopoguerra, si ritrovarono senza più famiglia e si aggiravano nei punti di ritrovo dei soldati americani per racimolare pochi spiccioli. Tema ricorrente, non solo nel cinema, come il secondo episodio di Paisà (1946) di Roberto Rossellini, ma anche in letteratura, come nel romanzo La Pelle di Curzio Malaparte.

Ladri di biciclette

La definitiva consacrazione di Vittorio De Sica arriva nel 1948 con Ladri di biciclette, che prende spunto dal romanzo di Luigi Bartolini.

Il film è ambientato a Roma è protagonista è Antonio Ricci (Lamberto Maggiorani), un disoccupato, che trova lavoro come attacchino. Per lavorare, però, deve possedere una bicicletta e la sua è impegnata al Monte di Pietà. La moglie Maria (Lianella Carell) è costretta a dare in pegno delle lenzuola per riscattare la bicicletta. Ma proprio il primo giorno di lavoro, mentre Antonio affigge un manifesto, la bicicletta gli viene rubata. Il povero operaio si reca dalla polizia per denunciare il furto, ma si rende conto che le forze dell’ordine non potranno aiutarlo e decide di fare da solo.

Con l’aiuto di un suo amico e il piccolo Bruno (Enzo Staiola), suo figlio che lavora in un distributore di benzina, si mettono alla ricerca della preziosa bicicletta. Si recano nei principali mercati della città, ma non trovano nulla. La ricerca continua per tutto il giorno e dopo varie disavventure, quando padre e figlio stanno tornando a casa, Antonio nota una bicicletta incustodita. Preso dalla disperazione, decide di rubarla, ma viene subito fermato e aggredito dai passanti.

Ladri di biciclette è considerato da molti uno dei film più belli della storia della cinematografia mondiale e diede modo a Vittorio De Sica di ottenere il suo secondo Oscar. Il regista, ancora una volta, decide di usare lo sguardo di un bambino per rappresentare il mondo ingiusto e crudele degli adulti. Ma come in Sciuscià, De Sica e Zavattini, che fece un grande lavoro per riadattare il romanzo di Bartolini al linguaggio cinematografico, non rinunciano alla denuncia sociale.

Il film è un ritratto della società italiana del secondo dopoguerra. Quando la stragrande maggioranza della popolazione viveva nella miseria più estrema. E se oggi, il furto di una bicicletta può essere considerato un atto di poco conto, allora era una vera tragedia.

Con questo film De Sica mette in pratica una delle caratteristiche principali del suo cinema, il pedinamento del personaggio. Il regista insegue, tra i vicoli di Roma Antonio e Bruno. La macchina da presa, senza mai cedere ad effetti virtuosi, diventa uno strumento ideale d’indagine, socio-economica e drammatica.

Miracolo a Milano

Dopo il successo internazionale di Ladri di biciclette, Vittorio De Sica temeva che il Neorealismo diventasse una formuletta convenzionale e sentì il bisogno di andare oltre. E senza abbandonarlo del tutto, decise di usarlo in una cornice favolistica, realizzando Miracolo a Milano (1950).

Protagonista è Totò (Francesco Golisano), che viene trovato sotto un cavolo da Lolotta (Emma Grammatica). Passano gli anni, Lolotta si ammala e muore. Totò viene portato in un orfanotrofio, da dove esce dopo aver raggiunto la maggiore età. Girando per la città di Milano, Totò cerca lavoro, ma si imbatte in Alfredo (Arturo Bragaglia ) che, dopo aver rubato la valigia al giovane ingenuo, lo invita a casa sua. Un riparo di fortuna realizzato con vecchie lamiere, nella periferia della città. Col passare dei mesi, Totò, insieme a tanti altri barboni, dà vita a un vero villaggio, dove chi non possiede più nulla è il benvenuto. In occasione della festa, che inaugura la baraccopoli, si scopre che nel terreno sottostante c’è il petrolio. Rappi (Paolo Stoppa) informa Mobbi (Guglielmo Barnabò ), un ricco e potente industriale, che arriva subito e, con l’aiuto di un proprio esercito, vuole scacciare i barboni. Ma sotto forma di angelo, giunge dal paradiso Lolotta che consegna a Totò una colomba magica in grado di realizzare ogni tipo di desiderio. L’esercito di Mobbi riesce comunque a deportare tutti i barboni, che vengono trasportati in dei carri a Piazza del Duomo, ma sempre con l’aiuto di Leolotta, e questa volta anche di Edvige (Brunella Bovo), Totò usa il potere della colomba per liberare i suoi amici e volare in cielo a cavallo delle scope rubate ai netturbini.

Il regista anche per questo film decide di mostrare il mondo attraverso gli occhi di un bambino.

Questa volta un bambino un po’ cresciuto, ma poco cambia. Totò, infatti, seppur ha raggiunto la maggior età, non ha perso la sua ingenuità e la sua innocenza.

Miracolo a Milano fu un altro successo internazionale di Vittorio De Sica e con questo film si aggiudicò il Grand Prix du Festival a Cannes, mentre in Italia fu un fiasco completo e venne osteggiato anche dal mondo politico, sia di destra che di sinistra.

Umberto D.

Nel 1952 il regista realizza forse il suo film più duro, Umberto D. Il film, che venne candidato alla Palma d’oro, rappresenta il ritorno di De Sica al Neorealismo puro.

Protagonista è Umberto Domenico Ferrari (Carlo Battisti), uomo anziano che tira avanti con una misera pensione e non riesce a pagare l’affitto di una piccola camera ammobiliata. Trascorre le sue giornata svendendo i pochi suoi averi per racimolare una piccola cifra per saldare un debito con Antonia (Lina Gennari), la padrona di casa, ed evitare lo sfratto. Umberto, senza famiglia, riesce ad avere un vero rapporto solo con Maria (Maria Pia Casilio), la servetta di casa, e con Flaik, il suo inseparabile cane.

Umberto Domenico Ferrari non è un bambino, ma viene trattato come tale dagli altri personaggi del film. E anche Maria, la servetta, l’unica a dimostrare un minimo d’affetto per Umberto, lo tratta come un bambino, che non è in grado di comprendere le sue disavventure amorose.

Con questo film, Vittorio De Sica abbandona la classe sociale del proletariato e torna a descrivere il mondo della piccola borghesia, come aveva fatto con I bambini ci guardano. Ma questa volta è una borghesia povera, che non è più in grado di sostenersi economicamente e non riesce più a vivere ma solo a sopravvivere.

Per questo motivo, il film ebbe non pochi problemi con il mondo della politica. E un giovane Giulio Andreotti, allora sottosegretario alla cultura, accusò De Sica di dare un’immagine negativa della società italiana.

Con Umberto D. si può considerare esaurita la stagione Neorealista, ma il regista continua a realizzare film di grande valore artistico.

Vittorio De Sica e Napoli

 L’oro di Napoli del 1954  è una pellicola suddivisa in 6 episodi, dove spiccano il primo, intitolato il guappo con protagonista Totò, che interpreta il personaggio di Don Saverio, costretto a subire le angherie di un guappo; e il secondo intitolato Pizza a credito con Sofia Loren, nei panni di una procace piazzaiola.

Il film ha comunque un cast d’eccezione, oltre a Totò e alla Loren c’è lo stesso Vittorio De Sica, Eduardo De Filippo, Paolo Stoppa e Tina Pica.

Altri film di De Sica da ricordare, ambientati nella città di Napoli sono Matrimonio all’italiana (1964), tratto da Filomena Marturano, lavoro teatrale di Eduardo De Filippo, con protagonista Marcello Mastroianni, che interpreta il personaggio di Domenico Soriano, un ricco pasticciere e impenitente donnaiolo e Sofia Loren, nei panni di Filomena Marturano, ex prostituta, che da anni è legata sentimentalmente a Domenico.

Vittorio De Sica decide di ambientare a Napoli anche il primo episodio di Ieri, oggi, domani (1963), intitolato Adelina. Protagonista sono ancora una volta Marcello Mastrianni e Sofia Loren. Lui un perenne disoccupato e lei una venditrice abusiva di sigarette, che evita il carcere con una lunga serie di gravidanze.

La ciociara e Il giardino dei Finzi Contini

 

La Ciociara film Loren

Con Vittorio De Sica, Sofia Loren interpreta anche La ciociara (1960), film che consentì all’ attrice napoletana di vincere l’Oscar nel 1962. Il film, che è tratto dall’omonimo romanzo di Alberto Moravia, ha come protagonista Cesira (Sofia Loren) che per scappare dai bombardamenti su Roma, durante la seconda guerra mondiale, intraprende un lungo e faticoso viaggio per raggiungere il villaggio dove è nata, nei pressi di Fondi.

Vittorio De Sica, con questo film ha il merito di affrontare un tema, poco conosciuto della seconda guerra mondiale, le violenze, che una parte delle forze degli Alleati, misero in atto nel basso Lazio, crimini che sono stati definiti con il termine “marocchinate”.

Vittorio De Sica ottiene un altro Premio Oscar nel 1972 con il film Il giardino dei Finzi Contini (1970), tratto dall’omonimo romanzo di Giorgio Bassani.

Il film è ambientato a Ferrara e racconta le disavventure di una ricca famiglia ebrea, durante il regime fascista. Il film si sviluppa su due diversi binari narrativi. Uno di carattere intimo, dedicato alla tormentata storia d’amore, che vivono i due giovani protagonisti; e l’altro di carattere politico, che dedicato alla persecuzione degli ebrei da parte del regime fascista.