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CONVERSATION

La speranza è l’ultima a morire. Conversazione con Giorgio Pasotti, regista e interprete di Abbi Fede

In Abbi Fede Giorgio Pasotti racconta lo spaesamento dei nostri tempi attraverso una storia in cui l’imperfezione dei rapporti umani diventano la chiave per una realtà di speranza e di fede.

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In Abbi Fede Giorgio Pasotti racconta lo spaesamento dei nostri tempi attraverso una storia in cui l’imperfezione dei rapporti umani diventa la chiave per una realtà di speranza e di fede. Di seguito la conversazione con il regista e interprete bergamasco.

Le prime immagini, per particolarità di composizione e uso delle luci, immergono in un paesaggio talmente perfetto da non sembrare vero. Mi sembra l’approccio più coerente rispetto al fatto che Abbi fede è una sorta di fiaba contemporanea.

Sì, è esattamente quello che ho cercato di descrivere e cioè una fiaba moderna. Quindi un film che prendesse vita in un posto da favola, come lo sono l’Alto Adige, il Trentino e le Dolomiti, ovvero i luoghi  che per l’appunto ospitano la comunità guidata dal prete della mia storia. Nel mezzo del nulla c’è questa piccola chiesetta circondata da un bel prato e insieme ad essa degli ospiti che nella loro diversità rappresentano il bene e il male nella maniera in cui capita nelle favole. Come tu hai giustamente sottolineato. Nel loro insieme i personaggi portano in scena sfaccettature e deviazioni umane e della mente, quali sono gli estremismi politici e religiosi, ma anche esistenziali. Esemplare, in tal senso, è il personaggio dell’ex sciatore che, una volta fallito il sogno di diventare una campione, si ritrova solo e con problemi di alcolismo. Una fiaba, che anche nella fotografia, è stata volutamente raccontata in questo modo. All’inizio Adamo è fotografato con una sorta di penombra, mentre andando avanti con il racconto la sua figura acquista sempre più luminosità. Questo per sottolineare il suo percorso all’interno del film e, dunque, il suo andare verso una specie di luce: non dico di illuminazione ma di maggiore consapevolezza rispetto a ciò che lo sta investendo.

In effetti, della favola Abbi fede ha anche la costruzione narrativa, a partire dalla scena introduttiva, fortemente archetipica non solo nella figura dello straniero, Adamo, di cui nulla sappiamo, ma anche in quella del prete, Ivan, scandita più che altro da elementi accessori, quali il colore rosso della macchina e la stravagante mise dei capelli.

Assolutamente sì. Ci siamo divertiti a dipingere i personaggi in maniera che risultassero degli archetipi molto lontani gli uni dagli altri. Un po’ degli opposti, non solo nel senso di rappresentare una cosa o un’altra, ma di essere portatori al loro interno di forti contraddizioni. Nello stesso Ivan, come in Adamo e  in tutti gli altri, ci sono delle contraddizioni molto, molto evidenti. Ivan lo abbiamo sempre ripreso sovente dal basso, come si fa con i mezzi busti dei dittatori – il Führer su tutti – per esaltarne l’importanza e la determinazione.

Anche la rigidità del corpo di Ivan rimanda a quanto stavi dicendo.

Certamente, ma anche i vestiti fanno la loro parte.

Infatti, gli hai hai messo su un maglione militare, i calzoni alla zuava e poi, ovviamente, la mise dei capelli e i baffi che lo fanno somigliare a Hitler.

Bravissimo! Per certi versi volevo ricordasse un po’ la gioventù nazista.

A proposito di Ivan, la sua è una figura clericale lontana dai modelli più in voga. Rispetto al Don Matteo di Terence Hill, per esempio, Ivan non è un uomo senza peccati ma, alla pari degli gli altri membri della comunità, è un personaggio complesso; in qualche modo anche un anti eroe. Magari uno dei possibili riferimenti potrebbe essere stato il Don Camillo della serie interpretata da Fernandel e Gino Cervi. A farmelo pensare è la difesa delle opposte fedi, la tipologia dei personaggi e anche l’ambientazione. Vorrei conoscere il tuo pensiero a riguardo.

Guarda, mi sono divertito a raccontare un prete dotato di aspetti molto distanti tra di loro. Da un lato lo volevo matto tra i matti, se non il più matto di tutti, per il fatto di professare la parola del signore in maniera estremista e quasi folle. Dall’altro, mi interessava fosse un prete in grado di dedicare la sua vita al recupero delle anime perse nel tentativo di riportarle su quella che lui ritiene essere la strada del bene. Per cui è un prete molto particolare, per certi versi addirittura folle, convinto in maniera forse ottusa della bontà dei suoi scopi e del modo in cui raggiungerli. Ne è così sicuro da riuscire attraverso la cecità della sua incrollabile fede a far cadere le convinzioni, anche molto pericolose, di tutti i personaggi che frequentano  la sua chiesa.

L’estremismo caratteriale, la convivenza di bene e male all’interno della stessa persona, è evidente in due scene esemplari. Quella della chiesa, in cui Ivan se la prende con l’anziano che abbandona l’edificio per andare in bagno, e l’altra, in cui dopo essere stato picchiato da Adamo si comporta come niente fosse, porgendo l’altra guancia e facendosi servitore del suo carnefice.

Esatto! Ha una fede incrollabile e nonostante ciò si accanisce su un vecchio. D’altronde è proprio questo a farne una figura complessa, perché quando vedi per la prima volta Adamo, Khalid e Gustav pensi che siano loro i  fuori di testa, mentre di lì a poco capisci come anche il prete lo sia. Ivan dovrebbe essere portatore della parola di Dio, cosa che in effetti è ma a modo suo.

A me è piaciuta molto la maniera in cui hai costruito i personaggi. Nel farlo li hai caratterizzati sfruttando al massimo gli elementi accessori. Nel caso di Ivan, per esempio, il suo modo di parlare, difettoso nella pronuncia. Quando iniziamo a sentirla non conosciamo ancora il passato e la biografia del personaggio. Ti chiedo quindi se questo sia stato il modo per segnalare quel difetto dell’anima che in Ivan è la conseguenza di un passato da dimenticare.

Mi fa molto piacere che tu l’abbia notato. Lo hanno fatto in pochi, giusto tu e un’altra persona. Volevo contaminare il film di piccoli suggerimenti, piccole occasioni di riflessione e di stimolo. Mi piaceva seminare indizi che fossero delle briciole di Pollicino, dunque capaci di riportare a casa lo spettatore. Sai, quelle piccole rivelazioni che uno può cogliere e un altro no? Mi riferisco alla parlata di quest’uomo, ma anche ai suoi scatti improvvisi, alle reazioni abbastanza spiazzanti, figlie di  un problema che si scopre dopo. E quindi, certo, si tratta di piccole cose: penso a immagini iconiche da sempre nella mia mente e che ho voluto piazzare nel film, tipo la Renault 4 rossa guidata da Ivan, uguale a quella dell’omicidio Moro. Dell’immagine della gioventù nazista messa addosso al prete di una parrocchia sul confine italo austriaco abbiamo già detto. Il film è ricco di particolari che se colti amplificano i significati e la profondità della storia, altrimenti possono funzionare in senso classico e cioè adattarsi al punto di vista di chi guarda.

In effetti, una delle note più forti di Abbi fede riguarda il disorientamento che si prova di fronte alle reazioni di Ivan. Si tratta di gesti imprevedibili, soprattutto nella prima parte, quando i comportamenti di Adamo ne mettono a dura prova la fede. Spesso lo vediamo irrompere nella stanza in maniera irruente e uscirne allo stesso mondo, non prima di aver compiuto un atto misericordioso nei confronti di chi gli sta di fronte. La sua mimica lo fa sembrare vittima di una possessione, dunque nell’interpretarlo immagino quanto sia stato importante lavorare sul linguaggio del corpo.

Si, lo abbiamo fatto sul mio personaggio, come su quelli degli altri attori. Ho avuto il piacere di dirigere un gruppo di interpreti eccezionali, un cast eterogeneo messo insieme come le barzellette, coinvolgendo un’italiano, un francese e un tedesco. Se pensi a Claudio Amendola, alla sua estrazione e a quello che lui si porta dietro rispetto al suo personaggio, se pensi ad Aram Kiam e, ancora, a un attore come Robert Palfrader, sorta di Checco Zalone austriaco che si è messo al servizio di questa storia con grande umiltà e professionalità. Per non dire di Gerti Drassl, attrice meravigliosa, delicatissima, sempre credibile, sempre profonda. E poi a Roberto Nobile di cui mi ha divertito la chiave personale con cui ha reso il suo personaggio: ho sempre ritenuto Roberto un attore fantastico e un caratterista meraviglioso che forse non è stato apprezzato quanto meritava. Dirigere gli attori per me non è solo un piacere ma qualcosa che mi viene abbastanza naturale. Il fatto di esserlo anche io mi facilita. Anche in Io, Arlecchino, la mia opera prima, ho avuto la fortuna di avere un cast meraviglioso. Se penso a Roberto Herlitzka e Lunetta Savino, a Gianni Ferreri, mi ritengo davvero un regista fortunato.

D’altronde, le grandi commedie italiane erano vincenti a partire dalla bontà degli attori che affiancavano il protagonista di turno. Tornando al film, tu scegli di raccontare la realtà contemporanea attraverso i rapporti umani. In questo senso la comunità di Ivan diventa metafora della nostra società, nel suo essere crogiolo di razze, di fedi e di diverse ragionevolezze. Tutto questo sembra suggerire che la soluzione sta nella conoscenza dell’altro, consapevoli che nessuno è perfetto. Insomma per dirla alla Woody Allen, basta che funzioni!

Sì, mi fa piacere che hai notato anche questa cosa. Il motivo per cui ho voluto fare il film è esattamente questo. Credo che Abbi fede sia molto più attuale oggi che nell’anno in cui uscì in Italia l’originale (Le mele di Adamo di Anders Thomas Jensen, ndr). Nel 2005 i temi trattati dal film danese erano prematuri per noi e per la nostra società, mentre non lo erano per la società scandinava, che aveva già a che fare con questo tipo di problemi. Quindici anni dopo noi li stiamo scoprendo, sperimentando esattamente tutto quello che io descrivo, in termini ovviamente estremi. Trovare un fondamentalista islamico è un fatto di cronaca e mi riferisco a quando fu scoperta questa cellula jihadista a Merano qualche anno fa, per non dire dell’avanzata degli estremisti di destra, che ormai riempie le cronache. Dunque Abbi fede oggi è un film molto attuale, credo. Già il titolo è molto azzeccato per tempi come i nostri. Il periodo folle dal quale stiamo lentamente uscendo ci dimostra come sia difficile capire in che direzione dobbiamo andare, quindi Abbi fede diventa quasi un monito.

Abbi fede tratta realtà e temi molto concreti trasfigurandoli nelle ossessioni, nei tic e nelle liturgie presenti nella sua piccola comunità. È così? E, ancora, è stata la commistione tra realtà e immaginazione a spingerti verso dei toni – comici, drammatici, grotteschi – che sono il risultato di opposti umorali?

Si, assolutamente sì. La cosa più difficile era riuscire a trovare quel tono che poi sarebbe stata la chiave con cui raccontare la vicenda. Il film, come hai visto, passa da una scena drammatica a una comica, a un’altra grottesca. Trovare il filo rosso in grado di amalgamarle non è stato facile. Come regista, il compito più difficile è stato restituire credibilità e omogeneità a un film che a partire dalla scrittura era contaminato di stili cinematografici completamente diversi. In più si passava da una scena all’altra, da una battuta all’altra, cambiando dal drammatico al grottesco. Questa è stata la grande difficoltà. Ho avuto la fortuna di avere a che fare e di essere facilitato in questo compito da attori straordinari, capaci di rendere i personaggi allo stesso tempo estremi, complessi e credibili. La credibilità era la base su cui si reggeva questa casa. Per quanto riguarda il passaggio da uno stile all’altro era insito nel racconto stesso. È talmente folle come folli sono i suoi personaggi che non potevo dar loro una linearità tipica delle persone normali. Si trattava di rendere una dimensione un po’ schizofrenica ed è ciò che abbiamo fatto. Spero che questo possa divertire un pubblico magari poco abituato a questo tipo di toni. D’altronde, è bene essere curiosi, vedere e apprezzare anche altre cose.

Abbi fede è attraversato da una leggerezza che non gli impedisce di toccare i temi trattati con delicatezza e profondità. È un connubio a cui tutti puntano, ma riuscirci non è una cosa facile. Tu come ci sei riuscito?

Sì, è vero. Per quanto mi riguarda ad aiutarmi è stata la grande qualità degli attori che avevo a disposizione. Questa è stata la chiave su cui io mi sono sempre poggiato.

 

Veniamo alla performance di Claudio Amendola. Io non me lo ricordavo così minaccioso dai tempi di Suburra. Anche il suo era un personaggio complesso perché la perentorietà dei suoi atteggiamenti poteva portarlo a un’interpretazione stereotipata e priva di pathos. Al contrario la sua durezza è al tempo stesso angosciante ma anche tenue.

Trovo che Claudio Amendola abbia raggiunto una tale maturità artistica da potersi permettere di fare un personaggio del genere, che è quanto di più lontano ci sia dalla sua persona. Adamo è un personaggio che per i primi nove minuti del film non parla. Al nono minuto dice solo: ”voglio preparare uno strudel”, poi tace, per cui se non hai una maturità attoriale come quella di Claudio non riesci a portare a casa il risultato. In più Adamo è la colonna portante del film, perché lo sguardo del pubblico passa attraverso i suoi occhi. Dunque, per me era fondamentale azzeccare questo personaggio e Claudio è stato l’unico attore a cui ho pensato nel momento in cui ci siamo messi a scrivere il film. Una volta sul set mi ha colpito la sua voglia e la determinazione. Grazie a quella il resto è stato solo una conseguenza.

Rispetto alla regia di questo film e al coraggio delle sue ambizioni, mi chiedo quanto abbia contato per te aver preso parte a un film importante come è La grande bellezza.

Guarda, La grande bellezza è stata un’avventura, un’esperienza bellissima, non solo per il film in sé. Già dalla lettura del copione avevo capito che si trattava di un’opera importante, ma, al di là dei facili complimenti e dell’ammirazione che ho per lui, lavorare con Paolo Sorrentino è stata un vero e proprio dono. Essergli accanto sul set, condividere idee sul personaggio e sul film è stato non solo un aiuto ma anche un grandissimo nutrimento. In più il successo del film è sotto gli occhi di tutti e poi partecipare a un film che vince un Oscar è una gran figata! A un attore italiano non capita tutti i giorni di essere parte di un’esperienza del genere. Come giustamente dici tu sono cose destinate a rimanere per sempre dentro di me.

Qual è il  cinema che ti piace e che ti ispira sia come regista ma anche come spettatore.

Guarda, io sono un appassionato di tutta la cinematografia scandinava, da Bergman in poi. Come regista mi sono formato vedendo quei film e anche da spettatore trovo che sia sempre un’occasione di vivere storie in grado di scuoterti l’anima, di riuscirla a toccare nella sua intimità più profonda. I film di cui ti parlo hanno questa capacità. Per il resto spazio, e per quanto riguarda il cinema americano passo da Oliver Stone a Woody Allen, agli emergenti. Amo il cinema giapponese e quello coreano. Sono un onnivoro, mi piace il buon cinema, quello non scontato. Penso a registi come Kubrick, capace di cambiare sempre film senza perdere la profondità del segno.

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