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Approfondimenti

#DirtyClint | Le donne travolgenti del cinema di Clint Eastwood

Prostitute, madri, figlie o amanti: Clint le ha forgiate tutte, con maschile ammirazione dell’ethos femminino. Le donne di Clint, hanno più palle di Eastwood.

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Concludiamo gli approfondimenti che Taxidrivers ha dedicato questa settimana ai 90 anni di Clint Eastwood. Quasi un secolo di creazione cinematografica passando per la recitazione, la regia, la musica, sorvolando quell’America che è stata e che è. Ci soffermiamo su quelle che potremmo definire dal punto di vista cinematografico le donne di Clint Eastwood!

Riflettere su un artista poliedrico come è Clint Eastwood, vuol dire entrare nel vivo della potenza del mezzo cinematografico, dalla pellicola al digitale di alta definizione, dalle storie edulcorate al marcio sociale sbattuto sullo schermo.  Dagli anni 50 in poi, Clint c’era, lì ad intessere la storia del cinema contemporaneo.

Chiudiamo la nostra plurima riflessione omaggiando le donne forti del cinema di Clint, un po’ “dirty” anche loro, un po’ candida apoteosi dell’eroismo di Campbell.

L’uomo (e la donna) nel mirino: la prostituta

uomo nel mirino eastwood

La prima tra le donne di Clint è senz’altro la Augustine di L’uomo nel mirino (The Gauntlet, 1977)Prostituta mezza isterica, si presenta giocandosi tutte le carte del mazzo della banalità e della scontatezza. Lodi precotte e un teatrino finto sensuale decisamente spinto per gli anni 70. Ma la sua risalita dai bassifondi si gioca, un match dopo l’altro, contro maschi stereotipati e ben poco inclini al rispetto: Augustine è anni luce più cruda, acerba, di tutte le altre donne forti della filmografia Eastwood, nonché sboccata e poco raffinata nella sua oratoria. Sopravvive tra la polvere del deserto, dove la sua femminilità è stata abrasa. Il momento in cui esce con vigore mascolino, è certamente la scena della violenza sul vagone: disarmata, incapace di trattenere fisicamente gli aggressori, vi si offre in sacrificio. Espone il proprio corpo alla violenza, lo porge per salvare la vita del suo salvatore.

Clint osa tantissimo in quella scena, come regista e come essere umano. La misoginia è a un passo se sacrifichi il tuo personaggio donna per salvare l’eroe maschile. In realtà, investe Augustine di un ruolo ben più oneroso: il sacrificio sommo, la forza più alta, il perdere tutto per l’altro.

Le donne di Clint Eastwood sublimano il sacrificio; alcuni eroi ci provano ad imitarle, ma la classe con cui il femminino eastwoodiano consolida i propri gesti è peculiare e di altissimo valore.

Superare i confini a Madison County: l’amante

I ponti di Madison County (The Bridges of Madison County, 1995)

Francesca Johnson è una tra le donne più virtuose. Fedifraga forse? O moglie e madre fedele fino alla morte?

Guardo I ponti di Madison County (The Bridges of Madison County, 1995) e mi soffermo sulla prima immagine con cui Clint ama introdurla: dietro ai fornelli, con i capelli un po’ in disordine, ma non troppo; si concede di alzare la radio da cui trasmette un’aria lirica gradevole. Indossa un abito a righe che le scopre appena le ginocchia e mentre spignatta, è scalza. Se chi guarda non avesse ascoltato del “fattaccio” giusto pochi secondi prima, prenderebbe questo dettaglio come una meravigliosa piccola fuga. E invece no, così, dentro a questi stilemi e preconcetti, è una sgualdrina.

Lo spettatore è sin da subito invitato a unirsi agli abitanti del paesino dello Iowa, e a ragionare come loro.

Una donna così, incastrata in una vita che le si è calata addosso quando l’ingenuità non le permetteva di capire, non avrebbe normalmente mai avuto il coraggio di assecondare un istinto e un sentimento. La Meryl Streep voluta da Clint pronuncia poche parole e scatena non solo un sussulto ormonale, ma un deragliamento sociale e sistemico. Quella ingenuità c’è ancora, ma si veste di un coraggio impetuoso che fa tremare i benpensanti bianchi, tendenzialmente trumpiani.

Non c’è un confronto tra istinto e ragione, cautela e impulsività. Questa è una donna che nella piena coscienza di quello che rischia e del mondo che andrebbe ribaltando o del vaso di Pandora che andrebbe scoperchiando, decide di seguire la sua strada. Sia essa fatta di sentimenti o di opportunità.

Al fianco della Streep, perdonami Clint, appari come un strofinaccio da cucina. Anche se poi arriva la solita cosa: si scioglie i capelli. Magari avremmo anche fatto a meno della chioma che si slega quando si slega anche l’ormone, ma d’altronde questa Francesca che sosteneva di agire come un’altra donna (“eppure non era mai stata così se stessa”), da qualche parte questa altra la doveva prendere.

Million dollar woman: la figlia

DirtyClint

Caparbia. Questa testona fa tenerezza nella sua ostinata scazzottata poco efficace al sacco che le sta di fronte. È troppo tutto per anche solo pensare di potersi buttare in quello che fa. È povera, ai margini, sola, senza sostegni, ma soprattutto, vecchia. L’orologio ticchetta costantemente per Maggie, sin dall’inizio del film, e lei ancora non lo sa.

La donna sicuramente più amata da Clint è Maggie Fitzgerald, l’inarrivabile Hilary Swank di Million Dollor Baby (2004). Ci proverà anche altrove a riprodurne la forza travolgente: se la Sue dal cervello fino di Gran Torino (2008) le assomiglia a tratti, onestamente solo Christine Collins (Changeling, 2008) può competere con la sua tenacia.

Frankie Dunn e Maggie sono certo allenatore ed atleta, ma più intensamente padre e figlia, come ha anche ben illustrato Sandra Orlando in questo approfondimento. Un legame germogliato e innaffiato dal sudore. Ecco perché questa è la donna più completa, è l’assoluto femminino dell’universo Eastwood, che si realizza in tutte le sue dimensioni. Manca la maternità, si potrebbe pensare. Bene, la maternità è un passaggio successivo, che esce dall’individuo. Clint assolutizza l’essere femminile in sé, senza derivati.

Maggie è una lottatrice di vita; combatte persino con se stessa ogni volta che tenta di dire la sua e proferire parola, combatte a costringersi mansueta quando in realtà è un leone urlante.

Maggie, Clint ha voluto iniettarla di altro, di un qualcosa che è radicato sotto tutte le macerie, i rifiuti, lo schifo che la vita le ha riservato. Qualcosa che brilla anche attraverso la polvere, e che la fa sorridere e la cura, la nutre, la tiene in vita. Una luce propria, un talento unico.

La degenerazione fisica non inficia minimamente la sua determinazione e la sua forza. Al punto che è lei a decidere quando e come morire e la sua motivazione, motiva Frankie.

Una forza generatrice di ulteriore forza, contagiosa, non poteva che essere un femminino, uno ying vitalizzante. Non poteva che essere la pellaccia di una trentenne.

Angelina Jolie e il figlio vero: la madre

Dirty Clint

Eastwood procede piano piano, per piccoli gesti quotidiani, per introdurre la realtà della madre single di Changeling (2008), una convincente Angelina Jolie.

La Christine Collins di Eastwood è messa in dubbio sulla questione più importante della sua vita: la maternità. L’universo maschile e istituzionale tentano di schiacciare ciò che loro considerano una formica. E si aspettano che questa perisca. Hanno mancato di tenere in considerazione che quanto più dubitano e infangano, tanto più alimentano l’integrità. L’amore materno respira malgrado i tentativi di affogarlo.

Ad un certo punto le viene data la possibilità di tornare in battaglia, e ancor più, di sostenere la sfida contro un contro un nemico massiccio, potente, feroce. E lì, cammina sulle ceneri delle menzogne che hanno diffuso sul suo conto, a testa alta, con i tacchi a spillo, se solo fossero stati di moda. E maledettamente e sofferentemente disinvolta, dall’alto del suo essere donna. Perché in questa storia le donne sono davvero in una posizione di elevata dignità rispetto al caos.

Nell’ultima parte del film, Clint racconta più della vicenda che di Christine. Racconta più dei suoi primati che dei suoi sentimenti. Ma l’abbiamo già conosciuta, l’abbiamo sentita come si sente una mano sulla spalla. A questo punto lasciamo che l’autore racconti la storia vera, con la medesima dedizione con cui lo ha fatto descrivendo la Bobi di Richard Jewell. Il furore disperato, si mostra un’ultima volta, al cospetto dell’assassino che si sforza di incontrare, ancora animata da un delirio di speranza. Le sarà mai stato di qualche consolazione presenziare alla sua morte?

“I’m gonna try to forget the fact you’re a girl”

eastwood film

Non sono tutte sante le donne di Clint Eastwood. Anzi a Mystic River (2003), sono piuttosto stronze. Sono creatrici di morte anziché sorgenti di vita.

Diciamo che la maggior parte di loro, sono brave donne. Clint le ha curate con dedizione. Ci ha messo ammirazione. E per un uomo cresciuto tra la polvere di un cinema prettamente maschilista, il lavoro deve essere stato un impegno non da poco.

Deve essergli costata la forza di ammettere che su tutti i chilometri di pellicola filmati, le sue muse si sono impresse con colori più vividi. E hanno rimbalzato sulla retina del pubblico come fossero riflessi di un sole intenso e bruciante.

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