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Approfondimenti

La musica nel cinema di Clint Eastwood

Clint Eastwood nel suo cinema ci conduce in un viaggio nella musica che attraversa l'America intera e la sua storia.

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Pistolero infallibile, rude poliziotto, sergente di ferro, vecchio burbero. Sono molte le vesti in cui abbiamo imparato a conoscere Clint Eastwood. Ma probabilmente è meno noto il suo lato da grandissimo appassionato di musica jazz, blues e country. In particolare è il jazz ad affascinarlo sin da ragazzo, legato soprattutto allo scenario del bebop newyorchese degli anni ’40, con le figure di Miles Davis, Charlie Parker, Thelonious Monk. Eastwood ha iniziato da giovane come pianista autodidatta e ha cercato di crearsi una carriera proprio come musicista e cantante. Purtroppo o per fortuna non ci è riuscito, ma non ha mai abbandonato la sua passione, tanto che in seguito è diventato compositore della colonna sonora di molti suoi film. Ma la musica nel cinema di Clint Eastwood va oltre. In alcuni film oltrepassa il ruolo della colonna sonora e invade la storia, le immagini, diventando uno dei temi principali.

Con Brivido nella notte Clint Eastwood mette già in chiaro la sua passione

È il caso del suo esordio da regista, nel 1971, con Brivido nella notte. Verte attorno ad un disc jockey di una stazione radio che passa soprattutto musica jazz e che viene ossessionato da una donna che si rivela psicopatica. La musica, perciò, è subito protagonista nel suo primo film e non solo per la figura del disc jockey, interpretato dallo stesso Eastwood. Lo si intuisce maggiormente dal titolo originale, Play Misty for Me; Misty è uno standard jazz composto da Errol Garner nel 1954. Viene richiesto alla radio quasi ogni notte dalla donna, divenendo il tema musicale portante. Il film ha un alto numero di scene notturne, introducendo il collegamento tra il jazz e la notte, l’oscurità, che emergerà con grande forza in un suo film successivo: Bird.

In Brivido nella notte c’è una sequenza che risalta in particolare, distaccandosi da tutto il resto del film. È la scena in cui alcuni personaggi si recano al Monterey Jazz Festival. Sono quasi cinque minuti in cui vengono inquadrati il pubblico e gli artisti che si esibiscono sul palco. Le immagini furono girate in occasione del Festival del 1970, che si tenne proprio in concomitanza delle riprese del film. Vediamo alcuni artisti esibirsi dal vivo, tra cui scorgiamo Joe Zawinul, fondatore del celebre gruppo dei Weather Report. Eastwood frequentava quel festival da vari anni e nel 1992 è entrato a far parte del consiglio di amministrazione. Non sorprende, quindi, che in questo film gli abbia dedicato tale attenzione.

La parentesi documentaristica del film

È una scena completamente indipendente; sembra estranea al film e i personaggi stessi vengono inquadrati solo per pochi secondi. Una vera e propria parentesi musicale in cui emerge tutta la passione di Clint Eastwood. Anche lo stile visivo è differente rispetto al resto; sono immagini di stampo documentaristico di grande bellezza. Vengono inquadrati i musicisti e soprattutto il pubblico. Persone che ballano, che cullano un bambino, che attendono, che prendono posto, che ascoltano. Sono attimi di grandissima spontaneità e umanità, in cui emergono la gioia, il ritmo, la passione scaturite dalla musica. In quei cinque minuti ci dimentichiamo della donna psicopatica e persino del film. Sembra dimenticarsene anche lo stesso Eastwood, quando lui (più che il suo personaggio) si siede per il concerto tradendo un entusiasmo quasi incontenibile e insolito sia per il ruolo che per il Clint che conosciamo.

Honkytonk Man e il viaggio nel country

Altro film significativo da questo punto di vista è Honkytonk Man, diretto da Eastwood nel 1982. Anche in questo caso riveste i panni del protagonista, un musicista e cantante country nell’America della Grande depressione, che compie un viaggio fino a Nashville con il nipote per un’audizione. Nel film ci sono varie esibizioni musicali e le parti in cui suona (pianoforte e chitarra) e canta sono state realizzate realmente da Eastwood. Oltre ad essere un road movie è anche un viaggio nella musica country, altro genere amato dal regista e attore. Si lega, così, fortemente alla storia degli Stati Uniti e alla loro fondazione, con i racconti del personaggio del nonno.

In questo film crepuscolare la figura del musicista è rappresentata come autodistruttiva; il protagonista infatti è dedito all’alcol, malato di tubercolosi e incapace di dare ordine alla propria vita. Si ritrova inoltre a fare da padre al nipote (interpretato dal figlio Kyle Eastwood) e, pur rivelandosi irresponsabile, lascia un segno tangibile nel ragazzo. La famiglia e la figura paterna sono temi essenziali nel cinema di Clint Eastwood, in particolare dagli anni ’80 in poi. Padri assenti, inadatti, figure sostitutive ricorrono molto spesso; basti pensare a Million Dollar Baby, Gran Torino, The Mule. In Honkytonk Man avviene lo stesso e Eastwood trova nel musicista “dannato” il perfetto emblema di questo costrutto. Uomini che pagano il prezzo della loro arte con una vita dissipata. Tormentata da demoni interiori che si manifestano sottoforma di alcol e droga. Un destino che appare già tracciato ed irrimediabile, per questo Eastwood non giudica il personaggio.

Honkytonk Man di Clint Eastwood

Il blues di Linda Hopkins

Anche in Honkytonk Man è presente una scena in cui si avverte un tono differente, seppur maggiormente organica rispetto a quella di Brivido nella notte. È quando il protagonista si esibisce in un locale di Memphis, suonando il pianoforte e accompagnando una cantante. Innanzitutto si ha un cambio di genere, passando dal country al blues più puro. Inoltre è l’unica scena musicale in cui l’attenzione non si concentra sul protagonista. La donna che canta è Linda Hopkins, una grande cantante americana. E questo momento appare come un sentito omaggio a lei e al tipo di musica. Eastwood ha l’occasione di suonare a fianco di un grande personaggio e anche in questo caso la sua emozione è ben visibile. Viene inquadrato in primo piano dopo un glissando al pianoforte e lo sguardo che rivolge alla Hopkins è emblematico.

Charlie “Bird” Parker e l’oscurità del jazz

Con Bird, del 1988, il discorso musicale di Clint Eastwood arriva al suo apice. Nel film biografico (per un approfontimento sul cinema biografico di Eastwood clicca qui) su Charlie Parker, leggenda del sassofono nonché mito di Eastwood stesso, si ritorna alla musica jazz e viene rappresentato un personaggio non dissimile da quello di Honkytonk Man. Il protagonista è interpretato magnificamente da Forest Whitaker.

Non è un film biografico comune, l’obiettivo non è raccontare una vita ma fare un ritratto di una persona, della sua anima più profonda. Ed è anche un film sulla musica e sui musicisti. “Questo film è dedicato ai musicisti ovunque“, è la dedica finale. La struttura narrativa è frastagliata, ci sono continui flashback e spesso la loro collocazione temporale non è immediata. Rispecchia sia la mente geniale e tormentata di Parker che l’anima stessa del jazz.

È un film che si svolge quasi interamente di notte, le poche scene diurne sono di passaggio o rappresentano soprattutto momenti estremamente negativi come un soggiorno in manicomio o un funerale. Inoltre il volto di Parker viene illuminato pienamente pochissime volte; appare quasi sempre, totalmente o parzialmente, avvolto nell’ombra. Emergono quindi i demoni interiori del personaggio, così come viene sottolineato l’animo notturno del jazz. È una musica che vive di notte, in locali bui e che nasconde un lato oscuro. Viene mostrato il genio musicale di un artista immenso come Parker, ma con un rovescio della medaglia assai ingombrante.

Bird di Clint Eastwood

I demoni della musica

È un uomo dipendente da alcol e droga, afflitto da dolori al fegato e da un’ulcera, con “la mente appesa ad un filo”. Spesso è la sua professionalità sul lavoro a risentirne. Ma soprattutto è la sua figura di marito e padre che si dimostra problematica. Anche in questo caso, come in Honkytonk Man, il destino appare segnato, nonostante l’aiuto offerto e le molte opportunità di redenzione. Prevale la sua natura più intima; la sua sublime musica sorge proprio da una condizione mentale così fragile e tormentata. Uccidere i suoi demoni per portarlo ad essere un buon marito, come risponde la moglie allo psichiatra, significherebbe uccidere anche la sua musica e, di conseguenza, uccidere lui. È una personalità inscindibile e Parker può solo seguire la sua strada di libera autodistruzione. Anche in Bird, Clint Eastwood non osserva il personaggio con sguardo di biasimo, ma con affetto.

È una figura che nella storia della musica, e nell’arte in generale, è molto frequente. E il jazz è perfetto per la sua rappresentazione. È il genere musicale che, forse più di tutti, mette in musica il pensiero, le esperienze, l’anima. I grandi jazzisti suonano il loro stato d’animo nel modo più puro. In particolare il sottogenere del bebop è una musica frenetica, scattante, dissonante, quasi isterica. Per questo spesso è collegata a personalità irrequiete. E per questo se Parker decidesse di tentare di frenare i suoi eccessi, la sua musica ne risentirebbe e lui perderebbe il suo spirito. Il suo destino è segnato ugualmente, ma sceglie di proseguire a modo suo, tra le sue note e i suoi demoni.

Con Piano Blues Eastwood lascia la parola alla musica

L’ultimo esempio che prendo in considerazione è Piano Blues, documentario diretto da Eastwood nel 2003. Rappresenta un episodio di The Blues, serie di documentari prodotta da Martin Scorsese sulla storia del blues e diretti da vari registi. In questa occasione Eastwood abbandona la finzione narrativa, assumendo definitivamente i panni di appassionato di musica. Se nei film trattati in precedenza era lui a raccontarla, qui è la musica stessa a prendere la parola. È un episodio incentrato sul pianoforte nel blues e inizia con una breve storia dello strumento. Procede poi con interviste realizzate dallo stesso regista ad alcune leggende musicali e miti personali come Ray Charles, Dave Brubeck, Dr. John e Pinetop Perkins.

Piano Blues

È un autentico e splendido viaggio nel genere musicale sin dalla prima metà nel ‘900. Con l’ausilio di molti filmati storici, vengono nominati praticamente tutti i migliori pianisti e le pianiste blues della storia. Da Fats Domino a Otis Spann, passando per Oscar Peterson, Dorothy Donegan e molti altri. Non manca la parentesi legata al jazz. Le interviste avvengono ovviamente davanti ad un pianoforte e assumono la forma di una piacevole chiacchierata tra un raggiante Clint e i suoi miti. Eastwood chiede a tutti, in particolare, come hanno iniziato a suonare e quali sono state le loro influenze. Probabilmente era ancora vivo in lui il ricordo della sua giovinezza da pianista e, di conseguenza, un velato rimpianto.

È un documentario che da una parte mostra un forte senso personale, in quanto Eastwood coglie l’occasione per ribadire tutta la sua passione, parlando anche di sè. Dall’altra, in Piano Blues, come in molti suoi film, Eastwood racconta l’America, sottolineando anche direttamente come il jazz e il blues siano forse l’unica forma d’arte originale americana e ripercorrendone la storia. Il tutto unito a un forte senso crepuscolare e nostalgico.

 

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