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L’ombra dello scorpione e I Langolieri: riscoprendo l’apocalittico Stephen King televisivo

Segnali dall’universo digitale. Rubrica a cura di Francesco Lomuscio

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Insieme al chiacchieratissimo IT, è uno dei romanzi più conosciuti e maggiormente corposi tra quelli scritti dal Re dell’horror su carta Stephen King.

Risalente al 1978 e oggetto dodici anni più tardi di una versione integrale, L’ombra dello scorpione è stato trasformato nel 1994 in una mini-serie televisiva divisa in quattro puntate della durata di circa un’ora e mezza ciascuna.

Con al timone di regia il Mick Garris che, regista del secondo Critters e del quarto Psycho, in fatto di film kinghiani si era già occupato del riuscito I sonnambuli, L’ombra dello scorpione s’immerge in un futuro apocalittico in cui i pochi sopravvissuti di un pianeta Terra devastato da un’epidemia devono decidere da che parte schierarsi nello scontro decisivo tra il bene e il male, in quanto la posta in gioco è il destino dell’umanità.

Ed è la (Don’t fear) The reaper dei Blue Öyster Cult ad introdurre il primo episodio di questa autentica odissea in cui da un lato abbiamo i seguaci del malvagio Randall Flagg alias Jamey Sheridan intenti a ricostruire un mondo oscuro e demoniaco, dall’altro un poker di coraggiosi che accettano di sfidarli in una lotta travolgente, rischiando molto più delle loro vite.

Man mano che, tra un Rob Lowe sordomuto e la Kathy Bates allora fresca dell’Oscar per Misery non deve morire nel piccolo ruolo di una conduttrice radiofonica, la lenta costruzione dell’attesa favorisce la progressiva entrata in scena di non pochi volti noti del grande schermo, da Gary Sinise alla ex star dei teen movie eighties Molly Ringwald, passando per Ed Harris, Laura San Giacomo, MiguelRobocopFerrer e il veterano Ray Walston.

Senza contare apparizioni per lo stesso King e per cineasti quali John Landis e Tom Holland, nel corso di una vicenda fantascientifica che, riservando la spettacolarità – con tanto di esplosioni – soprattutto nella sua fase conclusiva, individua il proprio maggiore punto di forza in determinate visioni zombesche e in tanto potenti quanto raccapriccianti immagini come quelle di Las Vegas ridotta ad autentico cimitero e della chiesa tempestata di cadaveri in putrefazione di fedeli.

Una vicenda che Paramount provvede a rendere disponibile nel mercato dell’home video italiano tramite Stephen King: Mini serie collection, costituito da una custodia amaray contenente tre dvd, il terzo dei quali riservato a I Langolieri, originariamente trasmesso in tv in due parti ma qui proposto come unico lungometraggio di tre ore.

Lungometraggio diretto dal già citato Holland – autore di horror cult del calibro di Ammazzavampiri e La bambola assassina – e che, tratto da un racconto inserito nella raccolta Quattro dopo mezzanotte, tira immediatamente in ballo una forte atmosfera di mistero nel far scoprire ad un ristretto gruppo di passeggeri di un volo notturno di essere rimasti gli unici a bordo dell’aereo, sul quale vi erano molti più viaggiatori.

Passeggeri tra i quali una ragazzina non vedente e che, un po’ come avviene nelle pellicole di George A. Romero, non mancano di trovarsi presto in contrasto tra loro; mentre si rendono anche conto del fatto che sono le uniche persone rimaste nell’intero globo e che uno di essi comincia a parlare degli esseri suggeriti dal titolo, che il padre gli descriveva nel periodo dell’infanzia come piccole creature residenti negli armadi e il cui scopo è rincorrere e aggredire i bambini cattivi.

Il resto, con la paura che non può fare a meno di tramutarsi in panico e disperazione e l’ottimo David Morse a fare da nome di punta del comparto attoriale, è segnato da uno squarcio che ha interrotto il continuo spazio-temporale e da uno strano rumone assordante che sembra essere sempre più vicino.

Fino ad un’ultima ora in cui viene concentrato il lato maggiormente horror, con tanto di effetti digitali tipici di quelle che erano negli anni Novanta le produzioni indirizzate al tubo catodico.

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