Stanotte su Cine34 alle 00,45 La battaglia di Algeri, il capolavoro di Gillo Pontecorvo

L'opera di Gillo Pontecorvo - e La battaglia di Algeri in particolare - ha permesso di rifare luce su una delle funzioni fondamentali del cinema: testimoniare, denunciare, risvegliare le coscienze. Con una forza visiva e una poesia che non trovano a tutt'oggi corrispettivi che possano accostarvisi per intensità

  • Anno: 1966
  • Durata: 121'
  • Distribuzione: CG Entertainment
  • Genere: Storico, Drammatico
  • Nazionalita: Italia, Algeria
  • Regia: Gillo Pontevorvo

Stanotte su Cine34 alle 00,45 La battaglia di Algeri, un film del 1966 diretto da Gillo Pontecorvo, che ha acquisito il valore di un’opera di testimonianza e di rivisitazione dei fatti storici contemporanei. Il film, interamente ambientato nella città di Algeri durante la guerra d’Algeria, ha vinto il Leone d’oro alla 27ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia ed è stato selezionato tra i 100 film italiani da salvare. Con la sola eccezione di Jean Martin, tutti gli interpreti che recitano nella pellicola non sono professionisti. Lo stesso Yacef Saadi ha realmente combattuto durante la resistenza, e ha perciò interpretato un personaggio dalla natura autobiografica. In virtù dei buoni rapporti instauratisi (anche in chiave petrolifera) tra i governi di Italia ed Algeria all’indomani dell’indipendenza del paese, il regista ottenne il sostegno del governo locale per la realizzazione del film e, in forza di questo spirito collaborativo, tutte le riprese hanno potuto avere luogo ad Algeri. La proiezione del film in Francia fu proibita fino al 1971.

Sinossi
Alì La Pointe, un semplice ex galeotto fino al 1954, viene conquistato dagli ideali della rivoluzione anticoloniale. Tre anni dopo è a capo del sempre più attivo Fronte di Liberazione Nazionale. Ma nel 1957 Parigi invia i paracadutisti del colonnello Mathieu, la cui repressione smantella la resistenza fino a liquidare lo stesso Alì.

La recensione di Taxi Drivers (Luca Biscontini)

Anziché lasciarsi risucchiare dalla smania della celebrazione (La battaglia di Algeri non ne ha certo bisogno, è un indiscutibile capolavoro, consegnato da tempo alla storia del cinema), chi scrive, piacevolmente colpito dalla bella intervista fatta da Carlo Lizzani a Gillo Pontecorvo, contenuta nella sezione extra del blu ray con la nuova versione restaurata in 4K del film, ha premura di sottolineare la lucidità (e la modestia vera, non sventolata) di un regista che, resistendo alla tentazione di incensarsi più del necessario, seppe riconoscere il ruolo determinante dello sceneggiatore, nella fattispecie il grande Franco Solinas, per la buona riuscita di un film. Il sodalizio tra lo scrittore e il cineasta ha prodotto alcune notevolissime opere, quali La grande strada azzurra (1957), Kapò (1959, nominato all’Oscar come Miglior Film Straniero nel 1961), La battaglia di Algeri (1966, Leone d’oro alla 27ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia) e Queimada (1969, con Marlon Brando). Ciascuno di questi film nacque con l’intento di portare all’attenzione del pubblico alcune questioni sociali e politiche che, per la loro importanza, necessitavano di essere rese note il più possibile. In questo senso, il cinema diveniva il mezzo per porre in essere una ‘testimonianza’, per fissare nella memoria alcune tappe salienti della Storia, altrimenti mestamente destinate alla fornace dell’oblio, o, nella migliore delle ipotesi, a una riduzione, a un impoverimento che ne avrebbe limitato in maniera significativa l’impatto sulle coscienze. Ecco, dunque, che la dura lotta intrapresa dal Popolo Algerino per sottrarsi all’insopportabile dominio di una potenza coloniale, pur essendo un fatto che non ci riguardava da vicino, assunse, grazie all’impareggiabile lavoro di trasposizione sul grande schermo di Pontecorvo e Solinas, la fisionomia di un Evento che non poteva (non può) lasciarci in alcun modo indifferenti: la sofferenza causata dalle torture inferte dall’esercito francese ai militanti del Fronte di Liberazione Nazionale algerino (FLN) rievocava inequivocabilmente quella subita dai nostri partigiani durante l’occupazione nazista (c’è bisogno di ricordare Roma città aperta?).

Di origine ebraica e tenacemente antifascista, Pontecorvo non smise mai di denunciare col suo cinema le violenze e le ingiustizie perpetrate da coloro che volevano imporre il loro dominio a suon di prevaricazioni e soprusi. Ne La battaglia di Algeri, che, e non poteva essere altrimenti, trovò un forte sostegno del governo locale che cofinanziò il film, oltre a concedere il permesso di poter girare ovunque si ritenesse utile, tutti gli interpreti non sono attori professionisti, e il risultato di tale scelta fu felicissimo giacché la rappresentazione dei fatti si carica di un’autenticità che conferisce al film una credibilità assoluta anzi, di più, a tratti pare quasi di assistere alla puntuale cronaca che solo un documentario potrebbe fornire. Sono presenti scene di massa incredibili e solo immaginare la difficoltà di dirigere schiere di persone così numerose e coordinarne i movimenti, attraverso l’utilizzo di diverse macchine da presa (ne furono usate fino a sei), provoca un capogiro (il regista della seconda unità era Giuliano Montaldo).

La passione dei prigionieri algerini, sottoposti a ogni genere di vessazione pur di ottenere informazioni utili allo sradicamento del Fronte, viene restituita con magniloquenza; ciascuna delle vittime, grazie alle ancora una volta strepitose musiche del maestro Ennio Morricone, assume le sembianze del martire, esposta come fu a una violenza cui non si esitò a immolarsi nell’interesse superiore del bene della nazione. La fotografia sgranata, la scansione temporale esatta, la macchina da presa a spalla (uno dei primissimi esempi certamente), le ambientazioni realistiche, le interpretazione sempre credibili e il montaggio dinamico di Mario Morra e Mario Serandrei, oltre alle suddette composizioni di Morricone, rendono La battaglia di Algeri un film immortale. È un’opera che, seguendo alcune suggestioni tarkoskijane, seppur modulate in senso assai diverso, ha ‘scolpito il tempo’, impressionandolo per sempre sulla pellicola, a vantaggio delle vecchie e delle nuove generazioni, ridotando di senso la ‘macchina-cinema’, che spesso (mai come oggi) ha rischiato di smarrire la ragione del suo essere. Ecco, l’opera di Gillo Pontecorvo, e La battaglia di Algeri in particolare, ha permesso di rifare luce su una delle funzioni fondamentali del cinema: testimoniare, denunciare, risvegliare le coscienze. Con una forza visiva e una poesia che non trovano a tutt’oggi corrispettivi che possano accostarvisi per intensità.

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Utlima modifica: 2 Febbraio, 2020



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