Diamantino – Il calciatore più forte del mondo. Intervista al regista del film, Gabriel Abrantes

Toni surreali, composizioni kitsch e immagini artificiali sono gli ingredienti di una storia che, affrontando l’ascesa e la caduta di una star calcistica, prende di petto alcuni dei problemi più complessi del nostro tempo. Giocando con lo spettatore e invertendo il punto di vista sulle cose, Diamantino - Il calciatore più forte del mondo lo invita a riflettere in maniera non scontata. Per approfondirne forma e tematiche, abbiamo posto qualche domanda a Gabriel Abrantes che lo ha diretto insieme a Daniel Schmidt

  • Anno: 2019
  • Durata: 92'
  • Distribuzione: I Wonder Pictures
  • Genere: Commedia, Drammatico, Fantastico
  • Nazionalita: Portogallo, Francia, Brasile
  • Regia: Gabriel Abrantes, Daniel Schmidt
  • Data di uscita: 15-August-2019

La scelta di iniziare dal calcio per parlare dei massimi sistemi è stata originale, ma completamente in linea con il desiderio di mescolare l’alta e bassa cultura. Da un lato, il calcio è per la maggioranza solo calcio, dall’altro, è una questione di vita o di morte, come molti degli argomenti discussi nel film. Sei d’accordo con questo?

Penso che il calcio renda il film molto più complesso. Originariamente il protagonista doveva essere un attore o un musicista celebre ma poi, quando abbiamo deciso che sarebbe stato una super icona del calcio portoghese, molti degli altri elementi sono diventati più complessi, per esempio le tematiche nel film sul nazionalismo, il razzismo e la xenofobia associate all’orgoglio nazionale che è endemico nel football.

Grazie alla somiglianza fisica, al talento e al fatto che i suoi interessi sono gestiti da un membro femminile della famiglia, Diamantino ha molte cose in comune con Cristiano  Ronaldo. La scelta era collegata alla sua popolarità e alla possibilità di rendere più semplice la diffusione del messaggio del film?

Volevamo fare un film popolare surrealistico. Volevamo, inoltre, parlare del culto della celebrità, del nazionalismo, del Portogallo, della cultura e dello sport: quando abbiamo deciso di fare un film su Diamantino, ovverosia su una star culturale e sportiva portoghese completamente inventata, i riferimenti sono diventati evidenti. Ma Diamantino è anche l’intervista di Lance Amstrong con Oprah, quella del pianto di Michael Jordan; è le ambizioni poetiche di Mike Tyson, come pure l’abilità artistica e il talento di Federer. Diamantino ha somiglianze superficiali con tutti questi, ma è anche un personaggio unico, con uno strano mix di candore, ingenuità, energia, sensibilità, puerilità, genio e cuore aperto. Ma si, Daniel Schmidt e io speriamo veramente che tocchi il cuore di molte persone attraverso questo commistione di generi e che il protagonista attiri il pubblico nelle sale.

Sebbene si parli di Diamantino, il più forte calciatore al mondo, il calcio non è l’argomento principale. Anche dal punto di vista visivo, le immagini delle azioni di gioco sono poche e per la maggior parte servono come punto iniziale per portare la storia da un’altra parte. Il progetto è iniziato in questo modo o si è modificato nel tempo?

All’inizio doveva essere un film su una celebrità caduta in disgrazia che per trasformare la propria vita decide di adottare un bambino, togliendolo da un contesto svantaggiato. Il calcio è arrivato più tardi – mentre stavamo pensando a celebrità portoghesi -, ma credo che questo abbia reso il film molto più complesso, specialmente perché lega il protagonista a idee che sono naturali nel calcio: idee relative.

Se la storia del protagonista è certamente drammatica, la scelta è stata di raccontarla con toni surreali, onirici, e a volte grotteschi. Era anche questo un modo per esprimervi più liberamente nella resa dei vari livelli narrativi?

Amiamo i film che si spingono oltre i limiti. Giochiamo con alcuni confini narrativi e di genere, mescolando cose che di solito rimangono separate, nel tentativo di fare film che abbiano una voce particolare. Penso che lo spirito di Diamantino nasca da questo mix.

Il film riflette molto su quello che c’è dietro la cosiddetta storia ufficiale. Da Diamantino, un campione ricco ma triste, ai vari cospiratori xenofobi e anti europeisti, ogni personaggio ha una controparte nascosta e spesso opposta a quella pubblica. Questo è stato un modo per sconfessare il sistema e i suoi stereotipi?

Si! Credo che la storia giochi molto con gli stereotipi. Il film tratta in realtà di questo, nel senso che Diamantino è l’unico personaggio che non imita gli altri. Candore e ingenuità sono i suoi superpoteri, quelli che gli permettono di essere aperto a un’intera varietà di visioni e esperienze.

Considerando le relazioni createsi tra i vari personaggi, la diversità di razza e di sesso appare superflua di fronte  al potere dell’amore. Il film lo evidenzia quando mostra come i conflitti nascano dall’odio, dall’egoismo e dall’avidità e mai dalla libertà delle relazioni dei protagonisti. Penso che la vicenda racconti del cuore aperto di Diamantino e di come egli sia radicalmente indifeso grazie alla sua ingenuità.

Il film vive su due paradossi. Il primo è di tipo estetico, dal momento che più le immagini sono artificiali maggiore è il loro grado di verità. Il secondo è di tipo narrativo, poiché quando i cattivi cercano di dominare la realtà questa manifesta stranezze e stravaganze. Il caos e l’imprevedibilità sono destinati a regnare sovrani. Penso che il film giochi con questa idea di caos, di fluidità e ambiguità, intendendole come forze capaci di superare la prospettiva manichea basata sulla dialettica tra bene e male.

Usate un tipo di fotografia kitsch, specialmente quando catturate l’apoteosi sportiva del protagonista. Mi chiedevo se l’eccesso di certe composizioni ha salvaguardato gli attori, permettendo loro di adottare una recitazione quasi sobria rispetto al resto del contesto. Vorrei sapere di più a riguardo di queste e altre scelte visive.

Seguiamo veramente le nostre intuizioni e partiamo da una base di forte sperimentazione. Come dici giustamente tu, l’estetica kitsch viene bilanciata da alcune immagini sensuali, quelle realizzate in 16mm, grazie alla sensibilità improvvisata della cinepresa a mano.

Carloto Cotta è una presenza costante nel cinema d’autore portoghese, essendo uno degli attori feticcio di Miguel Gomes. Mi sembra che per lui Diamantino costituisca una nuova sfida anche a livello espressivo, visto che doveva trovare il registro che gli permettesse di rimanere in equilibrio tra il serio e il faceto. Com’è andata sul set?

Amo i lavori di Carloto, penso sia un genio sullo schermo. Ha la capacità di rendere un film molto più divertente, intenso, sentimentale. Considero che molte delle sue capacità espressive siano ispirate da attori del cinema muto come Tatì, Chaplin, Keaton. Penso soprattutto a Keaton, a cui Carloto è molto simile nel modo di combinare pathos e comicità, dando vita a una finta e impassibile sofferenza emotiva, tra gag visive e capitomboli. Ho girato quattro corti con Carloto e ogni volta mi ha sorpreso e divertito. Abbiamo un modo molto organico di lavorare, iniziamo dal copione ma poi sono molto aperto nell’esplorare qualsiasi cosa faccia davanti alla macchina da presa.

Utlima modifica: 17 Agosto, 2019



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